Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

L’illusione del cittadino informato: Walter Lippmann, 1922

LippmannPhoto

“Fatti, fatti, fatti”, ribadì il gentiluomo. “Dovete sempre farvi guidare e governare dai fatti… Speriamo di avere tra poco un consiglio di fatti, composto da funzionari di fatti, che impongano al popolo di essere un popolo di fatti”. Così dice un personaggio di Dickens nel romanzo Tempi difficili (1854). Fatti, fatti, fatti – sentiamo ripetere oggi, tutti i giorni. Stare ai fatti. Dibattere sui fatti. Fact checking! Chi più di noi, nella storia, ha avuto a disposizione tanti fatti? Chi è mai stato più istruito? Chi ha avuto accesso a più fonti di informazione? Fatti e informazioni per conoscere e deliberare. E’ dunque possibile realizzare l’utopia democratica del “cittadino informato”, padrone di sé, competente a discutere con cognizione di causa delle questioni pubbliche e a decidere con razionalità?

Conviene allora leggere qualche pagina di Walter Lippmann dal suo classico libro, Public Opinion (1922). Il cittadino informato, dice Lippmann, dovrebbe essere onnicompetente – e questa è una illusione. Gran parte dei fatti ci sfugge, è fuori della nostra portata. Nessuno ha le capacità, il tempo e l’interesse per seguire davvero le questioni pubbliche, difficili anche per i tecnici, e per partecipare con regolarità. Per formarci delle opinioni, ci affidiano a qualche autorità, in ultima istanza agli esperti e ai professionisti della comunicazione. Le istituzioni intermedie (giornali, associazioni, fondazioni, partiti, quant’altro: le élite della conoscenza) sono gli interpreti che ci orientano in un universo di informazioni infinito, caotico e pieno di suggestioni. Prima di incontrare i fatti, ne incontriamo gli interpreti. Dobbiamo decidere di chi fidarci. E anche qui siamo nei guai.

“Quando tutti i fatti sono là dove non li possiamo vedere,” dice Lippmann, “un resoconto veritiero e un errore plausibile suonano eguali e hanno la stessa carica emotiva. Tolte poche materie nelle quali siamo ben preparati, non siamo in grado di scegliere fra racconti veri e racconti falsi. Perciò scegliamo tra i cronisti degni di fiducia e cronisti non degni di fiducia. In teoria possiamo scegliere il più esperto in ogni materia. Ma la scelta dell’esperto, quantunque sia assai più facile della scelta della verità, è pur sempre difficile e spesso impossibile. Gli esperti stessi non sono minimamente certi su chi, tra loro, sia il più esperto”.

“Comunque ci troviamo ad avere fiducia in certe persone, che costituiscono i nostri mezzi di collegamento con quasi tutto il regno delle cose sconosciute. A volte, stranamente, questo fatto è ritenuto per sua natura poco dignitoso, quasi fosse una prova della nostra natura gregaria o scimmiesca. Ma una completa indipendenza nell’universo è semplicemente impossibile. Se non potessimo dare quasi tutto per acquisito, dovremmo passare la vita perdendo tempo dietro a mille banalità. La cosa più prossima a un adulto completamente indipendente è un eremita, e il raggio di azione di un eremita è brevissimo. Agendo solo per se stesso, può agire solo entro un ambito minuscolo e per fini semplici”.

“Da dilettanti congeniti, la nostra ricerca della verità consiste nello stimolare gli esperti e nel costringerli a rispondere a una qualsiasi eresia che abbia però l’accento della convinzione. In questo dibattito siamo spesso in grado di giudicare chi abbia conquistato la vittoria dialettica, ma siamo praticamente impotenti di fronte ad una premessa falsa, che nessuno dei partecipanti abbia messo in dubbio, o di fronte a un aspetto poco noto, che nessuno di loro abbia portato in discussione”.

Lippmann ci mette in guarda. Per uscire da questa impasse, propone una sua utopia – l’idea di un sistema mediatico libero e plurale, che sveli e discuta le false premesse del discorso pubblico, che diffonda i fatti poco noti, che sia controllato dai professionisti della notizia e indipendente dagli interessi economici e politici. E’ una utopia di cui, paradossalmente, la sua stessa vita è stata la negazione. Lippmann è stato il giornalista americano più noto e potente nel cuore del Novecento, sia in patria che all’estero. Da giornalista “indipendente”, ha contribuito a formulare i Quattordici punti di Wilson, è stato a lungo legatissimo al partito repubblicano, e infine ha ritoccato qualche discorso del presidente Kennedy.

Il testo inglese di Public Opinion (1922) è disponibile online; in italiano, L’opinione pubblica (Donzelli 2004). Scopro ora che qui si trova la frase “the manufacture of consent” che poi Noam Chomsky e Edward Herman hanno usato nel titolo del loro libro, Manufacturing Consent (1988), in italiano La fabbrica del consenso (Il Saggiatore 2008).

Categories: cultura di massa, Cultura politica, mass media

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