Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Quattro o cinque cose su Trump e il populismo

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Una piccola ondata populista

Donald Trump arriva alla Casa bianca sull’onda della rivolta populista della classe operaia bianca? “Rivolta” è una parola grossa. Sembra trattarsi piuttosto di una piccola ondata, se si pensa che il miracolo principale di Trump è stato quello di mantenere il voto di partito, i voti Repubblicani di Mitt Romney nel 2012 e di Bush Junior nel 2004, compresi quei voti che secondo molte previsioni avrebbe dovuto perdere, degli evangelici, delle donne. Rispetto allo sconfitto Romney, in numeri assoluti Trump ha migliorato solo di 2 milioni di voti (su 63 milioni), rispetto al vittorioso Bush Junior di appena 1 milione. Ma in entrambi i casi è precipitato nelle percentuali (il tempo passa, i bimbi crescono), rispettivamente dal 47.2% e dal 50.7% al 46%. Non va dimenticato, naturalmente, che nel voto popolare Trump è arrivato secondo, tre milioni di voti e 2 punti percentuale dietro Hillary Clinton. La piccola ondata populista è stata abbastanza localizzata, nelle contee non metropolitane, rurali o small-town, abitate in gran parte da bianchi, della cosiddetta Rust Belt, in particolare in quelle in cui ci sono state chiusure di fabbriche negli ultimissimi anni. La mappa qua sopra, proposta dalla BBC, fa una certa impressione, no? E tuttavia si tratta dello spostamento di alcune centinaia di migliaia di voti. Che, sia chiaro, ha fatto tutta la differenza – perché ha dato a Trump la vittoria nel Collegio elettorale.

Si fa presto a dire retorica populista

Trump ha vinto grazie alla sua retorica populista? Certo l’ha usata a piene mani, soprattutto nei comizi di fronte alle sue folle plaudenti. Il linguaggio salvifico e millenaristico, da cargo cult ha commentato qualcuno: “i posti di lavoro torneranno, nuove fabbriche apriranno, i salari cresceranno, i cinesi si arrenderanno, i messicani se ne andranno…” E prosciugheremo la palude di Washington: “drain the swamp”. Bisogna tuttavia evitare equivoci. Molti osservatori hanno indicato come monumento supremo al populismo il suo discorso di insediamento, quello in cui annuncia che gli uomini e le donne dimenticate d’America, tramite lui, sono venute a riprendersi ciò che è loro, la sovranità perduta. “Non stiamo solo trasferendo il potere da una amministrazione all’altra, o da un partito dall’altro – stiamo trasferendo il potere da Washington, D.C. per restituirlo a voi, il popolo americano”. Qui, in effetti, siamo al cuore di una retorica che riguarda, con varie declinazioni, tutti i presidenti, nella repubblica fondata su “We, the People”. Il linguaggio a cui si dice si sia ispirato, quello del presidente Andrew Jackson agli inizi dell’Ottocento, è tutt’altro che populista. L’appello di Jackson alla sovranità del common man inaugurava il suffragio universale maschile e il trionfo dei partiti organizzati di massa. Inaugurava la prima party democracy del nostro mondo. Fondava il primo partito moderno che è ancora con noi, il partito Democratico.

Grazie al partito Repubblicano, più che ai populisti

E i partiti sono ancora fra di noi, belli saldi. La piccola ondata elettorale genuinamente trumpiana, per avere successo (e che successo!), è passata comunque attraverso le maglie del venerabile Grand Old Party, il partito Repubblicano. Non ha alcuna caratteristica che possa essere riferita a un movimento populista politicamente autonomo. E’ stata valorizzata ma anche presa prigioniera dalla logica partitica di un partito tradizionale. I partiti americani sono la negazione delle poetiche e irruenti logiche populiste. Sono prosaici, noiosi, complicati, dominati dagli apparati statali e locali, da reti di potere burocratiche, da regole e regolette, devono aver cura dello zoccolo duro dei loro fedelissimi elettori (che sono stati piuttosto stabili negli ultimi decenni). A differenza dei partiti europei, non hanno leaders, tanto meno capi carismatici, tanto meno leaders o capi carismatici che durino oltre le scadenze elettorali. Spesso ci si lascia ingannare dal personalismo della politica elettorale presidenziale (primarie e tutto), come se i candidati presidenziali fossero i capi di “partiti personali”. Non lo sono. Il candidato perdente scompare, non conta più nulla. Il presidente eletto, in genere, ha altro per la testa – e comunque è un capo a termine, dura quattro anni più quattro se va bene, ancora lui vivente si comincia a pensare al successore. Diventa un lame duck, e cavalca da solo verso il tramonto. Amen.

Un nuovo cleavage?

Si delinea forse un nuovo cleavage, una nuova linea di frattura nell’elettorato? In un classico testo di mezzo secolo fa (1970), Stein Rokkan aveva identificato quattro fratture storiche che spiegano il dislocamento elettorale delle forze sociali nel nostro mondo contemporaneo: le fratture Stato-Chiesa, centro-periferia (a livello nazionale), borghesia-proletariato, città-campagna. E’ possibile che una nuova frattura si sostituisca o più probabilmente si sovrapponga a queste? La frattura fra i premiati e gli sconfitti dalla globalizzazione. Cioè, da una parte, i ceti benestanti o opulenti, istruiti, che vivono nelle metropoli cosmopolite e sono connessi all’economia internazionale. E dall’altra i ceti operai o medi poveri, meno istruiti, che vivono in aree small-town o rurali, meno dinamiche (o che erano dinamiche e ora non lo sono più), che temono la competizione internazionale e le immigrazioni. La mappa del voto 2016 per contea, qui sotto, sembra essere una fotografia di questa lettura a livello impressionistico (ci sono di certo analisi più sofisticate in proposito). Con le contee blu Democratiche concentrate, oltre che nelle aree delle minoranze etnico-razziali (nel sud e nel sud-ovest), nelle aree urbane, geograficamente piccole ma assai popolose di elettori, anzi più popolose di tutte le altre messe insieme. E naturalmente abitate non solo da elite cosmopolite, ma anche da lavoratori e minorities. Questo vale per il 2016 ma anche per le elezioni, simili per molti versi, del 2000.

Post Scriptum. I Repubblicani, pur aumentando la loro influenza nei grandi spazi, perdono forza nel cuore dinamico del paese. Secondo un calcolo di Brookings Institution, le quasi 500 contee vinte da Hillary producono il 64% del prodotto interno lordo, lasciandone appena il 36% alle quasi 2600 contee vinte da Trump. Il contrasto politico fra le regioni ha una lunga storia, ma ora il tipo di sviluppo lo ha accentuato. E la crisi dell’America delle small towns industriali, con il conseguente declino in esse dei sindacati e dei Democratici, ha fatto il resto. Sarà dunque vero che digital America è blu e analog America è rossa? E’ comunque senza precedenti che l’eletto alla Casa bianca rappresenti una quota così minoritaria dell’economia nazionale (nel 2000 la quota di Bush Junior era stata del 46%).

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La classe operaia non è solo bianca, tutt’altro

Detto questo, presentare il partito Democratico come il partito dei quartieri alti, dei benestanti metropolitani cosmopoliti, e delle minorities, è una caricatura. Il partito dei ricchi resta il GOP. Certo i Democratici non sono più “il” partito della classe operaia che erano alla fine delle trasformazioni del New Deal. E tuttavia ancora nel nuovo millennio prendono la maggioranza dei voti degli americani che, secondo gli exit polls, vivono in famiglie a reddito modesto o basso (50.000 dollari o meno) o con membri iscritti ai sindacati (union households). Queste maggioranze sono nette anche se non clamorose, si riducono un po’ ma non si annullano nel 2016 con il voto per Trump (così come era successo ai tempi di Reagan). Segnalano che il voto dei lavoratori è terreno contestato lungo alcuni crinali, e che comunque i Democratici vi fanno la loro parte. L’esempio più evidente? La classe operaia può essere aperta alle seduzioni populiste conservatrici lungo la linea del colore, nella sua componente bianca, ma vota Democratico nelle sue componenti ispaniche, afro-americane, asiatiche. E le componenti “di colore” sono oggi il 40% dei lavoratori dipendenti meno istruiti, senza bachelor (il 40% di un centinaio di milioni di persone), saranno la maggioranza fra quindici anni. Insomma, la classe operaia non è solo bianca, soprattutto si avvia a non esserlo proprio più.

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  1. Breve storia del populismo in America - Doppia Elle

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