Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Letture. Il mattatoio di Dresda, 13-15 febbraio 1945

16700320_10212290415881398_5048846528782244138_oKurt Vonnegut, Slaughterhouse-Five, 1969 

Fra il 13 e il 15 febbraio del 1945 quattro raid aerei alleati, britannici e americani, rasero al suolo Dresda, la bruciarono con bombe incendiarie, uccisero 25.000 persone (la cifra è oggetto di feroci controversie). Sotto le bombe c’erano anche dei prigionieri di guerra americani, alcuni si salvarono perché erano stati rinchiusi in uno dei mattatoi della città. Uno dei salvati era Kurt Vonnegut, che divenne scrittore e raccontò la storia in un bizzarro romanzo di grande successo, Slaughterhouse-Five ovvero Mattatoio n. 5. Per sapere perché è bizzarro, non c’è che da leggerlo. Dico solo che fu un bestseller quando uscì, nel 1969, nel clima antiwar del tempo. E ne riporto qui sotto qualche pagina dalla traduzione italiana di Luigi Brioschi nelle edizioni Feltrinelli.

La colonna di uomini malconci e vacillanti raggiunse il cancello del mattatoio di Dresda, poi entrò. Il mattatoio non era più un posto affollato. Quasi tutto il bestiame tedesco era stato ucciso, mangiato ed espulso da esseri umani, soldati per lo più. Così va la vita.

Gli americani vennero condotti al quinto edificio oltre il cancello. Era un cubo di cemento a un piano con porte scorrevoli davanti e di dietro. Era stato costruito come porcilaia per i maiali prima della macellazione. Ora sarebbe stato la casa lontano da casa di cento prigionieri di guerra americani. Dentro c’erano cuccette, due stufe panciute e un rubinetto. Dietro il rubinetto c’era una latrina, formata da una sbarra con i buglioli sotto.

Sopra la porta dell’edificio c’era un grosso numero. Il numero era “cinque”. Prima che gli americani potessero entrare, la guardia che faceva da interprete disse loro di ricordare quel semplice indirizzo, nel caso si fossero persi nella grande città. Il loro indirizzo era questo: Schlachthofünf. Schlachthof significava mattatoio; fünf era il vecchio buon numero “cinque”.

Lui era giù nel deposito della carne, la notte che Dresda venne distrutta. Sopra si sentivano come dei passi di giganti: erano grappoli di bombe ad alto potenziale che cadevano. I giganti non la smettevano più di camminare. Il deposito della carne era un rifugio sicurissimo. Là sotto cadeva solo, di tanto in tanto, una pioggia di polvere d’intonaco. C’erano gli americani, quattro delle loro guardie, alcune carcasse di animali e nessun altro. Le altre guardie, prima che cominciasse il bombardamento, erano tornate al calduccio delle loro case a Dresda. Sarebbero rimaste tutte uccise insieme alle loro famiglie.

Così va la vita.

Anche le ragazze che Billy aveva visto nude stavano morendo, in un rifugio molto meno solido, in un altro punto del macello.

Così va la vita.

Ogni tanto una guardia andava in cima alle scale a vedere cosa stava succedendo là fuori, poi tornava giù e bisbigliava qualcosa alle altre. C’erano degli incendi, fuori. Dresda era tutta una sola, grande fiammata. Quell’unica fiammata stava divorando ogni sostanza organica, ogni cosa capace di bruciare.

Non fu prudente uscire dal rifugio fino a mezzogiorno dell’indomani. Quando gli americani e le loro guardie vennero fuori, il cielo era nero di fumo. Il sole era una capocchia di spillo. Dresda ormai era come la luna, nient’altro che minerali. I sassi scottavano. Nei dintorni erano tutti morti.

Così va la vita.

Quella mattina in vari angoli di Dresda affluirono prigionieri di guerra di diversi paesi. Erano stati scelti i posti dove si doveva cominciare a scavare per trovare i corpi. E gli scavi cominciarono.

Billy si trovò accoppiato a un maori che era stato fatto prigioniero a Tobruk. Il maori era color cioccolata. Sulla fronte e sulle guance aveva dei tatuaggi che sembravano dei vortici. Billy e il maori si misero a scavare nella ghiaia inerte e poco promettente della luna. Era un materiale franoso e c’erano di continuo delle piccole valanghe.

Vennero scavate subito molte buche. […] Un soldato tedesco si calò con una pila, e non risalì per un pezzo. Quando finalmente tornò su disse a un superiore sull’orlo della fossa che là sotto c’erano dozzine di corpi. Erano seduti sulle panche.

Così va la vita.

Il superiore disse che bisognava allargare l’apertura e infilarvi una scala, per poter estrarre i corpi. Così cominciò a funzionare la prima miniera di cadaveri di Dresda.

Furono aperte, qua e là, centinaia di miniere di cadaveri. In principio non puzzavano, erano musei delle cere. Ma poi i corpi cominciarono a corrompersi e a liquefarsi, e c’era un odore di iprite e di rose.

Così va la vita.

Il maori che era con Billy morì ucciso dai conati di vomito, dopo che gli ebbero ordinato di scendere in quella puzza a lavorare. I conati di vomito lo fecero a pezzi.

Così va la vita.

Per questo si ideò una nuova tecnica. Non li tiravano più fuori, i corpi. Li cremavano i soldati con i lanciafiamme là dov’erano. I soldati restavano fuori dai rifugi, dentro i quali facevano entrare il fuoco. […]

E poi venne la primavera. Le miniere di cadaveri furono chiuse. Tutti i soldati andarono a combattere i russi. Nei sobborghi, le donne e i bambini scavavano trincee. Billy e gli altri del suo gruppo furono rinchiusi in una stalla. E una mattina si alzarono e scoprirono che la porta era aperta. La Seconda guerra mondiale in Europa era finita.

Scrissi all’Aviazione, a quell’epoca, chiedendo che mi dessero dettagli sul bombardamento di Dresda, chi l’aveva ordinato, quanti aerei vi avevano partecipato, perché l’avevano fatto, quali risultati volevano ottenere eccetera. Mi rispose un tizio che era, come me, nelle pubbliche relazioni. Disse che era spiacente, ma che le informazioni erano ancora tenute segrete.

Lessi la lettera ad alta voce a mia moglie, e dissi: “Tenute segrete? E a chi, Dio santo?”.

Dresden, Germany, after firebombing

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Categories: Guerra, Storie

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