Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Sparare in aria per festeggiare: ciò che va su, poi deve tornare giù

article-2735017-20D36E2D00000578-899_964x643Associated Press. Tuesday August 26, 2014. In Gaza City, a 20-year-old woman was killed and several dozen people were wounded by celebratory gunfire after the truce was announced.

Vedendo persone festeggianti di spirito guerriero sparare in aria, magari con armi automatiche, per celebrare una qualche vittoria, mi sono sempre chiesto: ma i proiettili, una volta arrivati su, poi tornano anche giù? E giù dove? Le risposte sono facili, basta fare una piccola ricerca. Ebbene sì, dicono molti studi, i proiettili tornano sempre giù. E spesso ammazzano. Se li spari in perfetta verticale (un po’ da idiota), ti tornano addosso ma a velocità ridotta, perché cadono a peso morto; ti possono ferire. E’ peggio se li spari in una direzione un po’ angolata, perché mantengono una traiettoria balistica, scendono più veloci, e uccidono (naturalmente, dal tuo punto di vista ciò è vantaggioso, perché vanno a uccidere altrove, lontano da te). Questo dicono le leggi della fisica. Ma cosa sono le leggi della fisica di fronte a radicate pratiche culturali? “Radicate” si fa per dire: radicate dacché esistono armi da fuoco per tutti, quindi radicate nella modernità. E anche “le leggi della fisica” si fa per dire: non è la gravità, in fondo, solo una teoria?

Negli Stati Uniti il celebratory gunfire è illegale, esplicitamente vietato in molti Stati. Chi dice che non ci siano leggi sul controllo delle armi, in quel paese? Sarà illegale, ma è comunque diffuso. C’è chi lo fa per la festa dell’indipendenza o per capodanno, approfittando dei botti dei fuochi d’artificio, per natale o per carnevale, anche per festività private come i matrimoni. E può essere letale. Un ospedale di Los Angeles ha calcolato di aver ricevuto 32 morti per ferite di questa origine, tipicamente alla testa o nella parte superiore del corpo, fra il 1985 e il 1992. Uno studio nazionale parla di una sessantina di morti in 12 mesi a cavallo fra il 2008 e il 2009. Il 4 di Luglio dell’anno scorso un bambino di 7 anni è rimasto ucciso in Virginia, con un colpo alla testa; e una donna ferita, in Florida. (Al cinema sparano spesso in aria nel Wild West dei western, sia i cowboy che gli indiani – questi ultimi, mi capita di pensare con partecipazione e perplessità, sprecando le loro non abbondanti munizioni.)

Ma è in Medio Oriente che ci sono state vere e proprie piccole stragi, come se lì le stragi mancassero. I festeggiamenti in Kuwait per la fine della prima guerra del Golfo, nel 1991, provocarono venti morti da proiettili in caduta libera. Altrettanti morti ci furono in Iraq, festeggiando l’uccisione dei due figli di Saddam Hussein da parte delle forze speciali americane, nel luglio 2003. Solo quattro, invece, furono i morti a Baghdad nel luglio 2007 per la vittoria della nazionale di calcio nella Asian Cup. E furono solo quattro, probabilmente, perché la polizia aveva avvertito di non farlo e il Gran Ayatollah Ali al-Sistani l’aveva vietato con una fatwa religiosa, addirittura. Quando i ribelli presero Tripoli, in Libia, nell’agosto 2011, i giornalisti stranieri portavano elmetti più per proteggersi dalle pallottole festose che piovevano dal cielo che da quelle ostili da terra. E per tornare a Gaza. Alla fine di un altro giro di ostilità con Israele, nel novembre 2012, il celebratory gunfire produsse un altro morto. Di nuovo, un morto di troppo.

Categories: Guerra, violenza

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