Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La chiave americana della Bastiglia

keyAlcuni mesi dopo il fatidico 14 luglio 1789, il Marchese di Lafayette manda una delle chiavi della Bastiglia a George Washington. Sotto Washington, Lafayette ha combattuto nella rivoluzione americana – e ora è a capo della Guardia nazionale francese. Il 17 marzo 1790 scrive dunque all’ex-comandante di una precedente impresa rivoluzionaria, diventato nel frattempo il primo presidente dei nuovi Stati Uniti:

«Consentitemi, mio caro Generale, di donarvi un disegno della Bastiglia, come si presentava pochi giorni dopo che ebbi ordinato la sua demolizione – con la chiave principale di quella fortezza di dispotismo. E’ un tributo che vi devo come un figlio al padre adottivo, come un Aiutante-di-campo al mio Generale, come un Missionario della libertà al suo Patriarca».

La chiave (un mezzo chilo di cast iron) è affidata a Tom Paine, un altro rivoluzionario transatlantico, ex-radicale inglese, ex-patriota americano, e ora a Parigi anche lui – sempre là dove succedono le cose.  Anche Paine scrive a Washington, il primo maggio 1790:

«Sono felice di essere la persona tramite la quale il Marchese trasmette al suo maestro e mentore questo primo trofeo delle spoglie del dispotismo, e i primi frutti maturi dei principi americani trapiantati in Europa. […] Che i principi dell’America abbiano aperto la Bastiglia, non si può dubitare; e quindi la chiave viene nel posto giusto. […] Non ho il minimo dubbio sul successo finale e completo della Rivoluzione Francese. Ci saranno alti e bassi, momenti favorevoli e contrari, compagni naturali delle rivoluzioni, ma la sua direzione è, a mio parere, stabile come la Corrente del Golfo».

Paine scrive da Londra, dove ha portato la chiave – che prosegue fino a destinazione nel bagaglio di un giovane avvocato del South Carolina di ritorno a casa. Nell’agosto 1790 Washington espone il cimelio, come un «simbolo di vittoria della Libertà sul Dispotismo», nella dimora presidenziale a New York; e più tardi in quella di Filadelfia (la capitale dell’Unione è ancora mobile). Verso la fine del secondo mandato presidenziale la trasferisce nella proprietà di famiglia, la mansion e, ahimé, slave plantation di Mount Vernon, nelle campagne della Virginia. E lì è ancora oggi, in bella vista per i visitatori della casa-museo, in un astuccio sotto vetro, commentata da una citazione dalla lettera di Lafayette: «the main key of the fortress of despotism». Nel gift shop se ne possono acquistare repliche da $10.95 fino a $275.00, quest’ultima in oro 14 carati.

Questa storia parla dei primi tempi della Rivoluzione francese, quando sembra che i francesi siano gli eredi e continuatori delle gesta dei fratelli maggiori d’oltre oceano. Poi le cose vanno diversamente. Di fronte alla svolta radicale giacobina e alla politica del Terrore, gli americani appaiono d’improvviso come lontani parenti provinciali, troppo moderati, un po’ passé – e Paine e Lafayette come pericolosi traditori della causa. Paine finisce in galera, e si salva dalla ghigliottina solo grazie all’intervento del nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Parigi, James Monroe. Lafayette cerca di fuggire all’estero ma è catturato dalle truppe contro-rivoluzionarie austro-prussiane. E, ironia della sorte, è da loro imprigionato a lungo in quanto rivoluzionario. (E il carcere contro-rivoluzionario, ulteriore ironia, è ciò che probabilmente salva il collo anche a lui).

 

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Categorie:Cultura politica

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