Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Non ci sono più gli ideali di una volta

p2326Un intreccio casuale di piccoli fatti. Raccogliendo i vecchi giornali, ritrovo una intervista di Rossana Rossanda di qualche settimana fa: «Sì, certo appartengo al Novecento. […] Ma è stato un grande secolo, cosa che l’attuale non ha l’aria di essere. Abbiamo vissuto una storia terribile, ma una grande storia. Ora siamo nelle storielle». Un amico ha postato su Facebook, e io ho condiviso, Barbra Streisand che canta The Way We Were: «Can it be that it was all so simple then? / Or has time re-written every line?» E poi:  «Memries, may be beautiful and yet / What’s too painful to remember / We simply choose to forget». Nel frattempo sto rivedendo alcune mie cose di lavoro, sulla vita politica e sui partiti nell’Ottocento americano…

Alla fine dell’Ottocento c’era in alcuni l’impressione che la grande storia, i tempi eroici e i grandi ideali appartenessero all’epoca della Guerra civile – mentre oggi, si diceva, i tempi erano mediocri, gli ideali corrotti. Allora sì, si diceva, che il partito (Repubblicano) era una organizzazione viva, ispirata dal bene comune e dal disinteresse; allora sì che i grandi principi della libertà si batterono faccia a faccia con la schiavitù, e ne uscirono vincitori. Fu allora, scriveva James Bryce, che i partiti riuscirono per l’ultima volta a sollevare «l’entusiasmo degli spiriti più nobili» sia nel Nord che nel Sud, e in uno slancio ideale «il popolo versò generosamente il proprio sangue».

Prima della Guerra civile molti americani, inconsapevoli che la grande storia stava per colpirli di nuovo con inesorabile ferocia, pensavano che gli ideali più nobili appartenessero alla generazione che aveva fatto la Guerra di indipendenza – una generazione che era ormai scomparsa. In La democrazia in America, anche Tocqueville sembra d’accordo. Gli americani, scriveva, erano usciti dalla Rivoluzione divisi in due «grandi partiti» impegnati in una lotta ispirata da «principi spirituali elevati», l’amore dell’eguaglianza versus l’amore dell’indipendenza, e ciò suscitava intense passioni. Ora non più, i partiti erano «piccoli partiti», senza ideali, egoisti, faziosi.

Insomma, è possibile che le cause nobili, gli ideali e le passioni più alte appartengano al passato, e che siano associate a guerre, violenti sconvolgimenti, catastrofi politiche e sociali, bagni di sangue – a una «storia terribile»? Detto in altri termini: quante decine di migliaia, quante centinaia di migliaia, quanti milioni di morti sono necessari per avere una storia e degli ideali degni di essere vissuti – e ricordati con nostalgia da coloro che non ne sono morti? Tocqueville ha uno sprazzo di prosaica saggezza quando osserva che con la fine dei grandi partiti di un tempo l’America ha perso in moralità e ha guadagnato in bonheur, in felicità. Ma è una saggezza mediocre, e da mediocri?

D’altra parte, per ciò che riguarda i tempi presenti e quelli che si annunciano, se siano tempi di storielle o meno, è sempre difficile dire – e anche un poco imprudente. Mi viene in mente un cronista settecentesco, il livornese abate Malanima, che scrisse un saggio entusiasta sulla Guerra di indipendenza americana e lo concluse così: «Ho voluto finire i miei saggi col maggiore avvenimento che chiuderà questo secolo». Lo pubblicò nel 1783, sei anni prima della fine del mondo in Europa.

Categories: Cultura politica, storiografia, violenza

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