Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Perché i partiti sono inevitabili e necessari: James Madison, 1787

james_madison_rectNella tradizione repubblicana americana, il sospetto nei confronti dei partiti precede e accompagna la loro nascita moderna, all’alba di tutta questa storia. E’ il sospetto settecentesco per le “fazioni” – che dividono artificialmente il popolo, distraggono le assemblee dai loro compiti, indeboliscono l’amministrazione, eccitano la rapacità clientelare e le menzogne della stampa, agitano la comunità con passioni infondate, talvolta fomentano rivolte e insurrezioni, possono portare alla rovina. Gli esponenti della generazione rivoluzionaria che diventano padri fondatori della nuova repubblica sono molto chiari in proposito. Il primo presidente George Washington, nel suo Farewell Address del 1796, mette in guardia “nella maniera più solenne contro gli effetti perniciosi dello spirito di partito”, che tende a “rendere estranei gli uni agli altri coloro che dovrebbero essere uniti da un affetto fraterno”. Il dovere dei cittadini, in un sistema costituzionale fondato sulla volontà popolare, è quello di obbedire al governo established. “Tutte le combinazioni e le associazioni, qualsiasi plausibile carattere esse abbiano, col reale intento di dirigere, controllare, reagire o influire col proprio prestigio sulle regolari deliberazioni delle autorità costituite, sono distruttive di questo basilare principio e a lungo andare fatali”. Della stessa opinione è il secondo presidente, John Adams. “Non c’è nulla”, dice, “che io paventi più della divisione della repubblica in due grandi partiti, ciascuno guidato da un capo, con proposte in opposizione fra loro. Questo è da temere come la più grande calamità politica sotto la nostra costituzione”. Anche Thomas Jefferson definisce la fedeltà a un partito “l’ultima degradazione di un agente libero e morale”, e afferma sconsideratamente: “Se non potessi andare in paradiso tranne che con un partito, preferirei non andarvi affatto”.

C’è un elemento paradossale in queste altisonanti dichiarazioni antipartito, perché sia Washington e Adams che Jefferson si comportano poi, nel fuoco della lotta politica, proprio come party men: del partito Federalista di governo i primi due, del partito Repubblicano-democratico di opposizione il terzo. Si potrebbe dire, anzi, che più Washington diventa “partigiano” nelle sue scelte politiche, più condanna i partiti – be’, sì, soprattutto il partito degli avversari, considerato una “fazione” semi-sovversiva. E Jefferson, che nega ai partiti ogni ruolo nella gestione del governo, passa gran parte della sua vita, compresi gli anni in cui occupa la carica di (terzo) presidente, a crearne uno. E tuttavia c’è qualcosa di genuino e profondo nella loro retorica. C’è la convinzione che gli interessi del commonwealth repubblicano siano omogenei, che non ne esistano di distinti e contrapposti, tali da reclamare una distinta rappresentanza. C’è la convinzione che la percezione di questi interessi comuni sia immediata: basta ragionare un po’ perché tutti siano in grado di identificarli. Washington dice che, se non ci fosse un’opposizione organizzata a mestare nel torbido, il popolo si muoverebbe secondo il principio di unanimità, “perché la massa dei nostri cittadini non richiede altro che comprendere una questione per decidere su di essa correttamente”. C’è infine la convinzione che le decisioni corrette siano attuate al meglio dagli elementi “migliori” della comunità, cioè dalle élites non-partitiche, cioè da loro stessi. Il reality check, i fatti della vita li spingono ad agire altrimenti, a diventare “parti” in competizione fra loro. Ma il sospetto teorico ed esistenziale permane.

Non tutti i padri fondatori la pensano così, ed è uno di loro a fornire una giustificazione lucida e ragionevole dell’esistenza dei partiti – se si vuole, una giustificazione di ciò che Washington e Jefferson e altri di fatto faranno di lì a poco. A proporla è James Madison, il principale architetto della Costituzione e poi egli stesso (quarto) presidente, in un articolo importante, il Federalist No. 10 del novembre 1787 – un esempio di analisi materialista di come va il mondo. Madison ritiene che gli interessi contrastanti nella repubblica, soprattutto nell’estesa repubblica che gli Stati Uniti stanno diventando, ci siano, eccome: di tipo economico, sociale, regionale. Ciascuno di essi, “nelle nazioni civilizzate”, porta alla formazione di classi diverse con “sentimenti e opinioni diverse”, e quindi di partiti e fazioni politiche con specifiche basi sociali, visioni dei problemi e ricette per risolverli. Contenere questi sviluppi non è possibile, perché non è possibile rimuoverne le cause. Si possono forse conculcare gli interessi, con atti di governo? La natura della società e la natura umana lo impediscono. Si possono forse eliminare le opinioni diverse, le passioni che da essi nascono, con atti di autorità? La libertà repubblicana lo impedisce. Insomma, i rimedi sarebbero peggiori del male. Madison si inchina anch’egli alla retorica settecentesca, non pensa che i partiti siano una buona cosa. Ma poi fa il salto logico, politico e storico: essi sono un dato inevitabile e strutturale del sistema. La sua conclusione è ovvia: “La regolamentazione di questi vari e contrastanti interessi costituisce il compito principale di una moderna legislazione, e comprende lo spirito di partito e di fazione nel necessario e ordinario funzionamento del governo”.

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Categories: Cultura politica, partiti

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