Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Storie. Pietro Gori in America e la tradizione del Primo Maggio

 

Questo è un estratto dal mio contributo a Nostra patria è il mondo intero. Pietro Gori nel movimento operaio e libertario italiano e internazionale, a cura di M. Antonioli, F. Bertolucci, R. Giulianelli, Biblioteca Franco Serantini Editore, Pisa, 2012. 

Durante il suo viaggio americano, dal luglio 1895 al luglio 1896, l’anarchico italiano Pietro Gori si trova coinvolto nell’invenzione della festa del lavoro. O meglio: si trova coinvolto, forse senza esserne del tutto consapevole, nella battaglia politico-culturale su come e quando – in quale giorno – celebrare quella festa. Perché di feste del lavoro in formazione, negli Stati Uniti, ce ne sono due: May Day e Labor Day. In questa battaglia, gli anni novanta dell’Ottocento sono decisivi. E Pietro è là, ed è inutile chiedersi da che parte stia.

Quando Gori arriva negli Stati Uniti, il paese ha già una festa del lavoro: Labor Day, ai primi di settembre. E’ una festa che i lavoratori americani hanno conquistato con scioperi e proteste, e che celebrano con parate, picnic, balli, scampagnate. La usano per esibire lo spirito di corpo delle loro associazioni, la loro partecipazione alla vita della comunità, anche politica ed elettorale. Hanno il diritto di voto dai primi decenni del secolo, ed esprimono valori di cittadinanza e solidarietà “repubblicana” piuttosto che socialista, ben prima che arrivi l’agitazione socialista. Labor Day è anche festività riconosciuta da molte autorità municipali, da molti Stati, e infine, nel 1894, dal governo federale. Intanto cresce in parallelo anche il Primo Maggio, in particolare dopo l’impulso ricevuto dalla neonata Seconda internazionale socialista, nel 1889.  Il 1 maggio 1890 è un grande successo in Europa e anche negli Stati Uniti.

Il Labor Day “repubblicano” e nazionale è dunque più antico del May Day internazionale e “rosso”. Quest’ultimo arriva in ritardo, trova già un concorrente agguerrito. Per un po’, tuttavia, c’è coabitazione o competizione amichevole fra le due festività. Non c’è netta separazione, piuttosto ci sono influenze reciproche e partecipazioni incrociate, soprattutto a livello di base. Poi le due storie si divaricano, e lo fanno seguendo linee di frattura politiche ed etniche. Intorno al 1900 il Labor Day diventa la festa del movimento operaio più moderato, riformatore e inserito nel sistema politico mainstream – la festa dei dirigenti sindacali più impegnati nella costruzione di una classe operaia americanizzata. Mentre il Primo Maggio, legato alla memoria dell’affare Haymarket del 1886, si caratterizza sempre più come la festa dei rossi, dei socialisti, degli anarchici, di coloro che vogliono un nuovo ordine sociale. E degli internazionalisti e degli immigrati – e quindi degli stranieri, dei non-americani.

E’ in questo snodo storico che Pietro Gori gioca un ruolo significativo. La sua eredità principale, la principale eredità del suo tour del paese, è legata al suo culto del Primo Maggio.  Un culto che Gori celebra nel suo “bozzetto drammatico” più famoso, Primo Maggio appunto, e nel notissimo Inno al Primo Maggio che vi è inserito, cantato sull’aria del coro Va, pensiero, sull’ali dorate dall’opera di Giuseppe Verdi Nabucco. Il testo teatrale è scritto in Italia; ma è durante il viaggio americano che viene, per la prima volta, messo in scena e dato alle stampe.  Primo Maggio diviene, insieme a un altro suo “bozzetto sociale”, Senza patria, anch’esso messo in scena per la prima volta in America, popolarissimo fra le filodrammatiche operaie italiane del Nord America. Diviene un “classico istantaneo”, rappresentato per decenni. E l’Inno al Primo Maggio diviene una sorta di informale inno dei lavoratori.

Che gli immigrati italiani si riconoscano in queste opere goriane, non è difficile da capire. Entrambe alludono all’esperienza della migrazione, del viaggio reale o metaforico verso un nuovo mondo, un viaggio doloroso ma infine liberatorio. Il riferimento è diretto in Senza patria, centrato sul dramma della partenza, sulla pena di essere traditi dalla terra natìa e di doverla lasciare; ma anche sugli effetti positivi che derivano dall’andare verso l’America, “la terra promessa” – che “non è la cuccagna” ma che consente di trovare “un po’ di pane di più”, e forse una nuova “patria felice”. Il riferimento è metaforico in Primo Maggio, centrato sulla figura di un misterioso Straniero che, novello Mosé, raccoglie un popolo che lo segua nel suo pellegrinaggio verso (di nuovo) “la terra promessa” – il “dolce paese dell’uguaglianza e della libertà”, che può essere raggiunto solo dopo un faticoso cammino, il superamento di molte difficoltà: “un’ultima brughiera aspra e spinosa” prima di vedere la “valle irradiata dal sole”. Il calco sulla storia biblica dell’esodo degli ebrei dalla schiavitù egizia alla libertà di Israele, attraverso un deserto ostile, sembra suggestivo. E’ possibile, come qualcuno ha ipotizzato, che la terra promessa di Primo Maggio possa essere intesa dal pubblico di immigrati come l’America stessa, la terra in cui sono appena arrivati?

Tutto ciò contribuisce in maniera decisiva a radicare fra i lavoratori italiani la tradizione del Primo Maggio e del suo significato politico internazionalista. Una tradizione che si mantiene almeno fino agli anni trenta del Novecento. Fino ad allora anche le opere goriane continuano a essere conosciute, amate. Poi però la memoria si perde, non viene trasferita alle generazioni successive.  Come mai ciò succeda, è un problema che, qui, posso solo formulare in forma di domande. Forse Gori e gli anarchici italiani contribuiscono in maniera altrettanto decisiva a rafforzare l’immagine straniera e non-americana del Primo Maggio? Forse contribuiscono a isolarne la tradizione e il significato dalla più larga vita pubblica del paese, anche operaia e immigrata, ma diversa per lingua e per livelli di integrazione culturale e politica?

E’ un problema cruciale, che riguarda le conseguenze politiche del cosmopolitismo “transnazionale” degli anarchici di allora, almeno in Nord America. Un  cosmopolitismo radicale che consente loro di muoversi con agilità da una nazione all’altra, all’interno delle comunità etniche e linguistiche della diaspora proletaria europea. Ma che, proprio nelle società di immigrazione più multietniche, non riesce a impegnare tutti i lavoratori, l’intera classe operaia – soprattutto quando le comunità immigrate cominciano a fondersi fra loro e ad assimilarsi nella cultura nazionale di residenza. Può essere che, in certi contesti, proprio il Primo Maggio più internazionalista e cosmopolita diventi una forma di auto-isolamento?

Socialists in Union Square, N.Y.C. on 1 May 1912 (Library of Congress)

Socialists in Union Square, N.Y.C. on 1 May 1912 (Library of Congress)

Categories: Labor movement, Movimento operaio, Radicalism, Storie

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