Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Le primarie americane, e le nostre

Prendo spunto da un bell’articolo di Nadia Urbinati del 15 Novembre (leggi qui) per fare qualche ulteriore riflessione sulle differenze, e le somiglianze, fra le elezioni primarie originali, quelle degli Stati Uniti, e le nostre, o almeno quelle in via di sperimentazione intorno al nostro Partito democratico. Le differenze sono importanti, ma sono importanti anche quelle che potrebbero diventare alcune somiglianze, una volta che la faccenda prenda piede. E a questo punto, mi sembra, la faccenda ha già preso piede. Dopo le (finte) primarie “plebiscitarie” del passato, Matteo Renzi ha deciso di farle sul serio, di entrarvi a gamba tesa – e tutto è cambiato.

Metterei subito da parte la prima differenza, che è ovvia ma, credo, la meno problematica dal punto di vista che qui mi interessa. Le elezioni primarie dirette americane non sono operazioni private del partito, come in Italia. Sono elezioni pubbliche, regolate dalle leggi degli Stati (negli Stati in cui esistono, non in tutti, e comunque con norme diverse da Stato a Stato). Sono quindi gestite dagli apparati elettorali statali, utilizzando le liste elettorali, i seggi e gli scrutatori delle elezioni generali. Ciò, fra l’altro, solleva il partito da un compito organizzativo pesante. E naturalmente, direbbe un conservatore fiscale, ne scarica i costi sui contribuenti.

La seconda differenza è forse più rilevante. Storicamente, le primarie americane sono nate non per “rispondere allo stato di dissoluzione dei partiti”, come dice Urbinati a proposito del nostro paese, ma esattamente per il contrario. All’inizio del Novecento, e poi, nella loro seconda ondata, negli anni settanta, le primarie sono state inventate per incrinare partiti forti e monolitici. Le intenzioni erano tuttavia simili ad alcune delle nostre: togliere alle dirigenze burocratiche il potere di scegliere i candidati alle cariche pubbliche, e quindi di perpetuare se stesse. Erano “l’arma del popolo” per tagliare la testa ai boss di partito, e per far emergere un personale politico nuovo, fresco, più radicato nella società. Talvolta, soprattutto all’inizio, ci sono riuscite. E talvolta no. C’est la vie.

La terza differenza è decisiva, e ha a che fare con il diverso sistema costituzionale, politico, elettorale. Le primarie americane non sono solo funzionali al presidenzialismo, ma anche al sistema elettorale maggioritario. Servono non solo per scegliere il candidato alle cariche monocratiche esecutive elette direttamente dai cittadini, il presidente, il governatore, il sindaco. Ma anche per scegliere i candidati alle cariche legislative, nelle assemblee statali e federali – anch’esse cariche monocratiche, espressione di collegi uninominali in cui un unico vincitore prende tutto (anche solo con la maggioranza relativa). Da questo sistema elettorale deriva, più o meno, un bipartitismo abbastanza solido. E qui sta il punto.

In italia, scrive Nadia, garantire l’unità di una formazione politica dopo le divisioni prodotte dalle primarie, è compito arduo. Bisogna fare affidamento sulla buona volontà dei concorrenti, sulle loro promesse. Ciò è dovuto al sistema elettorale proporzionale. Che si tratti di primarie di coalizione, che coinvolgono vari partiti grandi e piccoli, senza dubbio complica le cose. E’ facile immaginare che il candidato sconfitto di un partito minore sia tentato di tornare nella casa madre e di correre da solo (le ragioni nobili per rompere una promessa si trovano). Ma ciò può accadere anche all’interno del partito maggiore. Se i risultati non sono quelli desiderati, si può ben fare una scissione, andarsene per conto proprio (le ragioni nobili per una scissione si sono sempre trovate). In entrambi i casi, si prende quel tot percento alle elezioni – e magari si diventa l’ago della bilancia in Parlamento.

Negli Stati Uniti il candidato perdente e scontento, dove va? Non va da nessuna parte. Il sistema maggioritario glielo impedisce. Tranne che in rari casi (a livello locale, nell’elezione di qualche deputato o senatore), presentarsi come terzo candidato indipendente, fuori e contro i due partiti maggiori, è la ricetta per una ulteriore sconfitta personale. E spesso per la sconfitta del partito maggiore da cui si è appena usciti – che può essere, bisogna pur dirlo, una soddisfazione non da poco. Qui non si tratta di buona volontà, di promesse, di giuramenti, bensì di costrizioni istituzionali. Un bene, un male? Chissà.

E veniamo a una delle possibili convergenze dei due sistemi, malgrado le diversità. Una volta che le nostre primarie funzionino a regime, siano certe e prevedibili, e ciascuno possa valutare per tempo se giocarvi le proprie ambizioni, la preparazione diventa cruciale. Per essere competitivi occorre organizzare, come negli Stati Uniti, proprie macchine elettorali personali, e avere fondi adeguati. Si avvia dunque, come negli Stati Uniti, il fenomeno delle “primarie della ricchezza”, per cui chi raccoglie in anticipo più soldi ha più possibilità di vincere, prima ancora che comincino le primarie vere? Molti non saranno d’accordo (già nel Pd c’è chi si lamenta), ma qualcuno di certo lo farà. E basta che lo faccia uno.

Un versione un po’ (solo un po’) diversa e aggiornata è qui: Le primarie americane e le nostre. Firenze Repubblica.it. 27 Novembre 2012

Categories: Elezioni, partiti

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2 replies

  1. chiaro e lucido

  2. Molto informativo per me che non conoscevo la differenza fra le primarie degli USA e quelli sperimentati dal Partito Democratico in Italia.

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