Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Lavoro e libertà: la marcia su Washington, sessanta anni fa.

Schermata 2013-07-27 a 16.18.26La marcia su Washington del 28 agosto 1963, sessanta anni fa, è ricordata come uno dei punti alti della lotta per i diritti civili degli afroamericani, e come il set del discorso di Martin Luther King Jr., I Have a Dream. E’ entrambe queste cose, ma anche qualcosa di più. Il suo nome ufficiale era March on Washington for Jobs and Freedom. Protestava contro la segregazione razziale nel Sud ma anche contro «la subordinazione economica dei neri» in tutto il paese. Voleva promuovere un «programma ampio e fondamentale di giustizia economica». Fra gli organizzatori c’erano sindacati neri e bianchi. Le 250.000 persone di fronte al Lincoln Memorial erano in gran parte lavoratori sindacalizzati, soprattutto neri. Si trattò probabilmente della più grande dimostrazione, del più grande raduno di iscritti ai sindacati nella storia degli Stati Uniti. (Nelle foto dell’evento le sigle delle unions sono ovunque, nei cartelli, nei cappelli e nelle t-shirt dei marciatori.)

Il discorso di King fu l’ultimo della lunga giornata, il più ispirato ma non il più emblematico del suo significato.

L’idea iniziale della marcia veniva dal sindacalismo afroamericano. Risaliva ai tempi della Seconda guerra mondiale, quando era stata minacciata da A. Philip Randolph, presidente della Brotherhood of Sleeping Car Porters, per chiedere la fine delle discriminazioni razziali nell’industria bellica – e la semplice minaccia aveva avuto qualche successo. Era riemersa nel 1962 negli stessi ambienti, promossa dallo stesso Rundolph, un vecchio socialista nero diventato un vice-presidente della AFL-CIO. Parecchi sindacati interrazziali della AFL-CIO parteciparono alla mobilitazione, in particolare gli United Automobile Workers (UAW), i lavoratori dell’industria automobilistica guidati da Walter Reuther. A quel punto, tuttavia, il progetto si intrecciò con gli sviluppi della campagna per i diritti civili nel Sud. E i dirigenti dei due movimenti, per non oscurarsi a vicenda, unirono gli sforzi e fecero un’unica manifestazione – per il lavoro e la libertà, appunto.

I discorsi principali che precedettero quello di King sottolinearono l’intreccio fra questi due temi. Randolph disse che «la verà libertà richiederà molti cambiamenti nelle filosofie e nelle istituzioni politiche e sociali del paese». Disse: «La santità della proprietà privata viene dopo la santità della personalità umana». Reuther sostenne che «la questione del lavoro è cruciale» perché nessun problema sarà risolto «finché milioni di americani, i neri, sono trattati come cittadini economici di seconda classe». Molti oratori criticarono come insufficiente, debole e tardivo il civil rights bill che nel frattempo era stato proposto dal presidente Kennedy. Nessuno fu più duro del giovane dirigente nero dello Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC), John Lewis, che affermò: «non dimentichiamo che siamo impegnati in una vera e propria rivoluzione sociale». Lewis, che molto più tardi ebbe una lunga carriera come deputato della Georgia in Congresso, fu comunque convinto dagli organizzatori ad abbassare i toni più radicali della sua retorica.

Alla fine toccò a King. Anch’egli aveva preparato un testo in cui parlava di eguaglianza e giustizia economica – tema che gli era familiare, e che sarebbe diventato centrale negli ultimi tempi della sua vita. Ma a un certo punto abbandonò il testo scritto, e prese il volo con la celebrazione delle durezze e delle speranze del civil rights movement e con la visione profetica di un futuro di integrazione razziale. E infiammò la folla. Gradualmente, nel discorso pubblico e nel ricordo, il suo messaggio fu trasformato nel momento centrale della marcia. Lo fecero i media e i politici progressisti bianchi, perché ne apprezzavano l’approccio positivo e in fondo patriottico. (E l’apprezzarono sempre di più dopo la morte di King, man mano che la questione razziale divenne più esplosiva). Lo fecero anche i nazionalisti neri, da Malcolm X ai giovani esponenti del Black Power, perché offriva loro un bersaglio critico, un approccio «moderato» di cui condannare i limiti e da cui prendere le distanze.

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Categorie:Diritti civili, Movimento operaio

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