Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Dove vai, America? Intervista ad Arnaldo Testi (Parte II)

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Pubblicato il 22 ottobre 2020 su Contrappunto (qui), il blog della Libreria Pellegrini a Pisa. 

Questa è la seconda parte di una intervista con il prof. Arnaldo Testi sulle imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Le domande riguardano il voto per posta e il suo impatto (magari anche drammatico) sul risultato elettorale. E poi la questione razziale ovvero la “questione bianca”. Chi si fosse perso la prima parte può rimediare cliccando qui.

CHIANI: Ben ritrovato, Professore. Riprendiamo le fila del nostro dialogo, e ripartiamo da un aspetto che tanto ha fatto e fa ancora discutere: il cosiddetto “voto per posta”. Sappiamo peraltro che, ad oggi, già decine di milioni di americani hanno espresso il proprio voto secondo questa modalità. Può brevemente spiegarci come funziona? E’ veramente così determinante ai fini dei risultati elettorali? Perché il Presidente uscente Trump continua a paventare brogli dovuti all’utilizzo del voto per posta? E’ plausibile che questa metodologia di voto renda più alta l’evenienza di possibili brogli?

TESTI: Il voto per posta è vecchio, è usato da decenni. Ma è anche nuovo perché il suo uso si è esteso enormemente e ha cambiato natura. Una volta, mettiamo alla fine del secolo scorso, votava così solo chi avesse qualche valido motivo, perché assente dalla residenza abituale per lavoro o per malattia, magari perché in viaggio all’estero. Ora in molti stati non è più necessario avere una scusa formale, è a disposizione di tutti, chiunque può farlo. Decine di milioni di americani l’hanno fatto alle ultime elezioni presidenziali nel 2016, in California per esempio più del 50% degli elettori. In cinque o sei stati (Oregon, Washington, Colorado, Utah, Hawaii…) il voto postale è l’unico possibile, è obbligatorio, non esiste altro metodo. Quest’anno, per timore della pandemia, dell’affollamento fisico che si verifica ai seggi, i numeri potrebbero crescere ancora.

Il funzionamento è semplice. Nelle settimane o nei mesi che precedono Election Day, i cittadini iscritti nelle liste elettorali chiedono agli uffici preposti di avere una scheda elettorale, ritirandola di persona o facendosela spedire. In alcuni stati tutti gli iscritti ricevono a casa un modulo per fare la domanda; negli stati in cui il voto postale è obbligatorio ricevono la scheda vera e propria. Dopodiché la preparano dove e quando vogliono e la restituiscono mettendola in una busta anonima sigillata, a sua volta inserita in una busta ufficiale con il loro nome e cognome. Possono restituirla, di nuovo, di persona presso gli uffici municipali o di contea, talvolta presso speciali centri di raccolta, oppure depositarla in una buca delle lettere. Che nell’occasione sostituisce o prende le sembianze della cara vecchia ballot box.

Tutto ciò richiede servizi postali ed elettorali affidabili, e non sempre lo sono. Ci sono casi di ritardi e disguidi (schede inviate all’indirizzo sbagliato, per esempio) così come di errori di votanti inesperti nella restituzione (quindi di schede annullate). I brogli paventati dal presidente Trump, elettori che votano più volte o in nome del caro estinto, oppure interi pacchi di schede soppressi o manipolati da attivisti zelanti, sono statisticamente e storicamente rari; dopotutto in ogni seggio ci sono poll watchers… Continua a leggere qui.  

Categorie:Elezioni

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