Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Dove vai, America? Intervista ad Arnaldo Testi (Parte I)

safe_image.phpPubblicato il 19 ottobre 2020 su Contrappunto (qui), il blog della Libreria Pellegrini a Pisa.

Il prossimo 3 novembre si terranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti… Arnaldo Testi, per lungo tempo Professore di Storia degli Stati Uniti d’America qui a Pisa, ha cordialmente accettato di approfondire per Contrappunto alcuni temi caldi inerenti la Presidenza Trump e la prossima importante scadenza elettorale che, come per ogni passata elezione, non mancherà di avere ripercussioni anche nella nostra Europa. Ecco la prima parte del nostro dialogo. La seconda parte verrà pubblicata Giovedi 22 ottobre su questi stessi canali. Stay tuned!

CHIANI: Caro Professore, tra poco tempo gli elettori americani saranno chiamati ad eleggere il loro nuovo Presidente. Ci pare che ormai da molti anni le elezioni negli Stati Uniti si vincano non tanto sulla base dei differenti programmi elettorali quanto sulla forza, sull’appeal e sulla presa mediatica dei singoli candidati alla Presidenza. Con Trump credo che però sia cambiato anche il modo di fare il Presidente: abbiamo assistito ad un’accelerazione verso un accentramento di potere e conseguente mancanza di collegialità nelle decisioni mai vista prima, almeno nei secoli XX e XXI. Lei che ne pensa?

TESTI: Come sempre, e tanto più in momenti di grandi trasformazioni e grandi conflitti come questo, i programmi dei due principali partiti americani sono ben differenti, propongono scenari e disegni diversi per il paese, facendo riferimento ad aree sociali diverse. Come quasi sempre, tanto più da Franklin D. Roosevelt in poi, ma anche prima in molti frangenti, anche l’appeal e la presa mediatica dei candidati contano molto. Trattandosi di una competizione per una carica monocratica, con una rilevante dimensione pubblica personale, programmi e personalità sono altrettanto importanti, si rafforzano a vicenda. Con Donald Trump e l’attuale partito repubblicano queste caratteristiche si sono ulteriormente esasperate, portando a una polarizzazione politica fra i partiti (“noi contro loro”; “nemici, non avversari”) e a un protagonismo sgangherato del presidente come raramente si sono visti nella storia nazionale.

Da un punto di vista istituzionale, Trump non ha introdotto particolari innovazioni nella presidenza. Il ruolo centrale e visibile del capo dell’esecutivo è un portato dell’ultimo secolo di storia, certo non una sua creatura. Nelle decisioni ufficiali importanti ha fatto ciò che la carica e il potere legislativo gli hanno consentito di fare. Come tutti i presidenti prima di lui, ha proceduto con decreti presidenziali (executive orders) dov’era possibile, per esempio su questioni di immigrazione o di deregulation. Le sue (non molte) realizzazioni in politica interna sono progetti condivisi toto corde con il partito repubblicano in Congresso. Per esempio la riforma delle tasse, oppure ciò che resterà uno dei lasciti più importanti di questo quadriennio: la nomina (a vita), con il consenso del Senato, di circa 200 giudici federali molto conservatori e naturalmente di due, ora probabilmente tre, giudici nella Corte suprema.

 Gli altri lasciti importanti sono di altra natura, e non riguardano le prerogative della carica ma il suo (pessimo) uso pubblico, un uso che ha scandalizzato anche i vecchi conservatori, quelli di una volta… Continua a leggere qui.

Categorie:Elezioni, presidenza

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