Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Amy Coney Barrett ha ragione (a proposito del giudice Roberts e Obamacare)

merlin_178422657_9e672d3c-0d4c-4727-bb4e-bbe44ccb5373-superJumboNon ho tempo (e neanche voglia) di spiegare tutto per bene, in semplice italiano, il testo, il contesto e le implicazioni che tutto ciò potrebbe avere. Mi limito a sottolineare che Amy Coney Barrett ha ragione nella sua analisi critica della sentenza del 2012, scritta dal Chief Justice John Roberts, che ha salvato la costituzionalità di Obamacare (cioè l’Affordable Care Act o ACA). Una analisi che ha fatto, un po’ en passant, in un articolo accademico del 2017. E che le è stata ripetutamente rimproverata dai senatori democratici, durante le audizioni per la conferma a giudice della Corte suprema, come un segno di sua ostilità preconcetta all’ACA stessa, di cui la Corte suprema si occuperà fra pochissimo.

In effetti, nella sentenza che salva l’ACA, per salvarla, Roberts si inventa che ciò che il testo indica come una penalità, una multa per il cittadino che non rispetti un aspetto chiave della legge (il cosiddetto mandato individuale, ne parliamo un’altra volta, comunque è stato poi cancellato dal Congresso) è in realtà una tassa. Solo che non è vero, testualismo o non testualismo. Perché la legge dice chiaramente che trattasi di penalty (che per Roberts sarebbe cosa incostituzionale) e non di tax (per lui invece cosa costituzionale).

Quindi sì, per salvarla, Roberts interpreta la legge oltre qualsiasi plausibile significato, una valutazione che, se ricordo bene, era ai tempi piuttosto comune fra gli osservatori. E lo fa con un marchingegno interpretativo tutto suo, personale. Perché gli altri quattro giudici che votano insieme a lui per fare maggioranza (il quartetto liberal, compresa Ruth Bader Ginsburg, che scrive una opinione “concurring in part, dissenting in part”), non ne hanno bisogno. Sono infatti convinti che il governo federale abbia anche l’autorità di imporre la penalty (grazie alla Commerce Clause della Costituzione, ne parliamo un’altra volta).

Qui c’è il passaggio rilevante dell’articolo di Barrett del 2017 (qui l’intero articolo), e subito sotto la relativa footnote con ulteriori spiegazioni.

In NFIB v. Sebelius … Chief Justice Roberts pushed the Affordable Care Act beyond its plausible meaning to save the statute. He construed the penalty imposed on those without health insurance as a tax, which permitted him to sustain the statute as a valid exercise of the taxing power; had he treated the payment as the statute did — as a penalty — he would have had to invalidate the statute as lying beyond Congress’s commerce power.

  1. See NFIB v. Sebelius, 132 S. Ct. 2566, 2593–2600 (2012) (characterizing the “penalty” imposed by the individual mandate as a “tax”). The other four justices in the majority on this issue would not have needed to construe the penalty as a tax to save the statute, because they thought that the Commerce Clause authorized Congress to impose the mandate. See id. at 2609 (Ginsburg, J., concurring in part, dissenting in part) (“Unlike the Chief Justice, however, I would hold, alternatively, that the Commerce Clause authorizes Congress to enact the minimum coverage provision.”). The four dissenting justices objected that “[w]e have never held that any exaction imposed for violation of the law is an exercise of Congress’ taxing power — even when the statute calls it a tax, much less when (as here) the statute repeatedly calls it a penalty.” See id. at 2651 (joint opinion of Scalia, J., Kennedy, J., Thomas, J., and Alito, J., dissenting).

Categories: costituzione

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