Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

L’invenzione del passaporto e la speranza che si ritorni a non averne bisogno

Come molte delle cose che ci sono famigliari e che sembrano antiche come la storia o naturali come la natura, il passaporto è un’invenzione recente e non sempre di buona reputazione. Il passaporto come lo conosciamo oggi, intendo, cioè un libretto standardizzato a livello internazionale, redatto in varie lingue, rilasciato dallo stato nazionale con procedure ordinarie, che contenga le informazioni fondamentali sul nostro status civile e sul nostro corpo, con una fotografia in bella (in genere brutta) evidenza. E che serva a facilitare, controllare, regolare i nostri movimenti attraverso le frontiere.

Il modello originario delle prime due pagine del moderno passaporto lo vedete fotografato qui sopra. E’ la proposta di lavoro di una conferenza sui passaporti della Società delle nazioni, convocata a Parigi giusto 99 anni fa, nel novembre 1920. E’ interessante notare come, secondo la proposta, il documento dovesse essere redatto in almeno due lingue, e cioè, si diceva, “nella lingua nazionale”, in spagnolo nel caso qui illustrato, “e in francese”. In francese: tale era ancora la gerarchia linguistica internazionale, in gran parte una illusione ottica ottocentesca che non rifletteva appieno i cambiamenti nella geopolitica mondiale.

Il titolo ufficiale completo della conferenza della Società delle nazioni era, in verità, più articolato. In inglese (la lingua concorrente del francese, e sempre più in spolvero) suonava così: Conference on Passports, Customs Formalities and Through Tickets. Riguardava in particolare i movimenti ferroviari internazionali in un mondo sconvolto dai postumi della Grande guerra. In cui, diceva la risoluzione finale, “le molte difficoltà che colpiscono le relazioni personali fra i popoli dei vari paesi costituiscono un serio ostacolo al ristabilimento dei rapporti normali e alla ripresa economica”. Ma in cui “le legittime preoccupazioni dei governi per la salvaguardia della sicurezza” impongono forme di sorveglianza e di controllo burocratico – i passaporti appunto, necessari e tuttavia di una necessità temporanea.

Dopo tutto, malgrado tutto, la conferenza espresse infatti un auspicio radicale e, ai nostri occhi, abbastanza utopico: la “speranza” che si potesse tornare gradualmente, nell’immediato futuro, alla totale libertà di movimento del regime internazionale precedente, alla “totale abolizione delle restrizioni” che era tipica delle “condizioni pre-belliche”, appena pochi anni prima.

L’auspicio non morì lì. Fu ripetuto in conferenze internazionali successive di vario tipo. Fu ripetuto persino, in qualche modo, in vista di una World Conference on Passports and Frontier Formalities organizzata dalle Nazioni unite, l’ONU, nel secondo dopoguerra. Quando la Grande guerra era diventata, più modestamente, la Prima guerra mondiale, e il mondo che l’aveva preceduta un mondo molto lontano per tutti, esotico. Altro che confini e passaporti, il problema del giorno era la nascita di una “cortina di ferro”.

Anche allora, nelle fasi di preparazione della conferenza, nell’aprile 1947 a Ginevra, un comitato di esperti prese in considerazione “la possibilità di un ritorno al regime che esisteva prima del 1914 e che prevedeva come regola generale l’abolizione del requisito che i viaggiatori dovessero avere con sé un passaporto” – era sufficiente una semplice carta d’identità. E tuttavia, si disse, “mentre un ritorno a quel regime non doveva essere perso di vista come obiettivo finale”, al momento ciò non era fattibile.

L’evocazione di questa possibilità, più che a uno slancio utopico o a un desiderio, somigliava ormai a uno stanco rituale.

Categories: Immigrazione

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