Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Una dichiarazione di emergenza nazionale?

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Per drammatizzare il clima di allarme-migranti che ha pervaso il suo discorso televisivo alla nazione, Donald Trump ha visitato di persona un pezzo di frontiera con il Messico. E ha lasciato intendere che avrebbe potuto costruire il muro a modo suo, superando il blocco provocato dalla paralisi politica del Congresso (e dal conseguente shutdown): trasferire d’autorità al finanziamento del muro stesso dei fondi destinati ad altri scopi, per esempio per rispondere alle calamità naturali, incendi e uragani, che hanno colpito California, Texas, Florida, Puerto Rico, e che ora sono nelle casse del Genio militare. Per avere l’autorità di farlo potrebbe essere costretto a far ricorso a una misura straordinaria. “Possiamo dichiarare una emergenza nazionale” sulla frontiera meridionale, ha detto, “anche se non sarebbe bello doverlo fare”.

Una “dichiarazione di emergenza nazionale” da parte di un presidente come Trump non può, solo a dirne il nome, che far rizzare i capelli in testa. Infatti molti stretti collaboratori la sconsigliano: è una mossa troppo aggressiva, dicono, provocherebbe una tempesta politica non solo con i democratici e i progressisti, anche i conservatori potrebbero considerarla un eccesso di big government, che diamine. Inoltre potrebbe non funzionare proprio, perché troppe norme vietano di dirottare i fondi speciali d’emergenza a scopi diversi da quelli stabiliti. Infine, e di certo, sarebbe subito inpugnata nei tribunali trascinando la Casa bianca in liti giudiziarie imprevedibili e senza fine.

In effetti la dichiarazione di emergenza nazionale, di per sé, è una cosa meno drammatica di quanto il nome stesso lasci supporre. Com’è ovvio, attribuisce al presidente poteri straordinari per reagire con rapidità a una crisi. E’ stata usata molte volte, prima e dopo la legge di riforma oggi in vigore, il National Emergencies Act del 1976. Gli esempi pre-1976 includono casi realmente drammatici, guerre e depressioni economiche da Woodrow Wilson a Franklin D. Roosevelt. Ma dopo il 1976 è diventata una procedura di routine, attivata una sessantina di volte (qui). E sempre su questioni di politica estera, per sanzionare e limitare le transazioni commerciali, economiche e finanziarie con entità internazionali considerate ostili o che abbiano commesso atti ostili, per punire stati o organizzazioni terroristiche o singole persone.

C’è una legge a regolare la faccenda, quindi tutto chiaro, no? Niente affatto, ci sono problemi di interpretazione e di pratiche che vanno oltre la legge (full disclosure: non sono ancora riuscito a districarmici davvero). Sembra chiaro che la emergency declaration debba essere comunicata subito al Congresso e riguardare materie sulle quali il legislatore abbia esplicitamente delegato discrezionalità al presidente. Ma cosa succede se, come in in questo caso, è minacciata per far cose sulle quali il Congresso non riesce a pronunciarsi? E poi c’è la verifica dei fatti: la crisi sul confine è reale? Chi ha l’autorità per dirlo? Basta affidarsi al giudizio del presidente? Se l’emergenza fosse dichiarata per aggirare la volontà del Congresso, e non ci fosse una vera emergenza – potrebbe trattarsi di abuso di potere?

D’altra parte, per dei giocatori d’azzardo questa potrebbe essere una via, forse l’unica, per uscire dall’impasse di sistema (vedi) in cui si è cacciato il governo federale: un’offerta di Trump che tutti potrebbero non voler rifiutare, a tutti salvando più o meno la faccia. Il plot va così. Il presidente dichiara una emergenza nazionale secondo il copione di cui sopra, ordinando di finanziare il muro con altri fondi, e si dice soddisfatto della vittoria ottenuta. Accetta quindi di firmare un bilancio di compromesso bipartisan, che non prevede il muro (vittoria democratica!) e fa finire lo shutdown. Dopodiché la decisione trumpiana, come previsto, finisce in tribunale, la sua applicazione è sospesa, le liti arrivano fino alla Corte suprema – e fino alle elezioni del 2020? Poco male, così Trump avrà ancora la issue del muro, fresca fresca, irrisolta, da sfruttuare in campagna elettorale. A lui, dopo tutto, del muro vero importa poco.

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