Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

“L’ala sinistra del possibile”: i Democratic Socialists of America, giovani nipoti della New Left

rose820

Tutti questi Democratic Socialists che corrono nelle primarie del partito Democratico, e certe volte le vincono pure, non sono sessantottini in ritardo. Sono giovani donne e uomini, spesso men che trentenni, che parlano e si muovono in un modo tutto loro, non scimmiottano nessuno, magari hanno fatto la gavetta con Occupy Wall Street, e tuttavia dei sessantottini sono discendenti, potrei dire dei nipoti. Sono nipoti perché diversi rispetto per esempio al vecchio Bernie Sanders: fondono, con una naturalezza che Bernie non ha, posizioni social-justice, laburiste, femministe, anti-razziste, in un linguaggio pubblico che fa appello al senso comune. Con i Democratici hanno un rapporto conflittuale non risolto, sono comunque disposti a usarne la macchina. Sono abbastanza radicali da aver lasciato, l’anno scorso, l’Internazionale socialista accusandola di “neoliberalismo”.

Sono anche nipoti perché davvero discendenti, per precise linee storiche, politiche, intellettuali, persino organizzative, da esperienze degli anni 1960s.

I Democratic Socialists of America, in sigla DSA, nascono nel 1982 dalla fusione (ebbene sì, una fusione non una scissione, per una volta) di due precedenti piccoli gruppi, il Democratic Socialist Organizing Committee, o DSOC, e il New American Movement. In tutto forse 6000 persone. Come spesso accade a sinistra, erano più gli ufficiali dei soldati semplici, e tuttavia gli ufficiali avevano storie interessanti. Venivano dalle lotte interne alla vecchia sinistra, i partiti socialisti e comunisti e trotskisti, e alla nuova, la New Left – e in effetti erano più esperti di scissioni che di fusioni. Ma la fusione del 1982 riuscì non male, oggi gli iscritti sono quasi 50.000, e sembra che stiano crescendo a vista d’occhio, e ringiovanendo. Leggo che l’età media è passata dai 68 anni del 2013 ai 33 anni di fine 2017 – mi sembra un salto incredibile, un miracolo di Donald Trump senza dubbio.

Il DSOC aveva un leader riconosciuto, Michael Harrington (1928-1989), che è rimasto come chairman dei DSA fino alla sua morte. Un socialista educato dai gesuiti, proveniente dal cattolicesimo sociale militante (il Catholic Worker Movement di Dorothy Day, vedi qui), frequentatore del Greenwich Village, saggista per quasi tutte le riviste di sinistra esistenti, Harrington aveva guidato i suoi seguaci fuori dal Socialist Party quando questo, nel 1972, aveva fatto una sua svolta a destra. Era diventato notissimo dieci anni prima quando aveva pubblicato un pamphlet di successo, The Other America: Poverty in the United States (1962), che aveva fatto scoprire agli americani, compresi i presidenti Kennedy e Johnson, e al mondo intero l’esistenza nel paese dell’abbondanza di 50 milioni di poveri.

Uno dei leader e ispiratori del New American Movement o NAM, nato nel 1970, era James Weinstein (1926-2005), docente e storico del socialismo, anche lui un reduce di tante varianti del radicalismo americano. In gioventù attivista sindacale benché figlio di un ricco palazzinaro ebreo di Manhattan, iscritto al partito comunista negli anni del maccartismo (ne uscì nel 1956 per i motivi del 1956), aveva partecipato da protagonista alla nascita della sinistra intellettuale e studentesca degli anni 1960s. Aveva fondato la rivista Studies on the Left (1960) a Madison, Wisconsin, e poi Socialist Review a San Francisco, e infine il settimanale In These Times (1976) a Chicago, tutt’ora vivo e vegeto e orgogliosamente socialista indipendente. I DSA lo considerano un loro organo ufficioso.

Harrington e Weinstein, per quello che li conosco, erano giunti a un approccio più o meno convergente alla politica elettorale. Entrambi avevano navigato la sinistra minoritaria ma avevano elaborato un’idea non minoritaria del loro impegno. Entrambi ritenevano che la via per diffondere qualcosa di socialista nella politica di massa, negli Stati Uniti, se non poteva passare per un partitino dedicato come quello del loro eroe personale, Eugene Debs – conveniva provare a farlo passare con l’azione organizzata dentro un major party interclassista. Che non poteva che essere il partito Democratico, da contaminare e riformare. A metà degli anni 1970s Socialist Review cominciò a esplorare la possibilità di utilizzarne tatticamente le strutture. Mentre Harrington soleva dire, “voglio essere l’ala sinistra del possibile”, e il possibile era fra i Democrats.

Un lungo viaggio, che forse sta dando qualche frutto?

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Un paio di opere di diversa natura di Harrington e Weinstein sono apparse in italiano ai tempi, abbastanza a tambutro battente, e si trovano almeno nelle biblioteche, credo. Il pamphlet politico di Michael Harrington, L’altra America. La povertà negli Stati Uniti è stato pubblicato dal Saggiatore nel 1963, tradotto e prefato da Bruno Maffi. Il pamphlet storico di James Weinstein, Ambiguous Legacy: The Left in American Politics (1976), è stato un mio giovanile esercizio di traduzione e cura per Il Mulino, con il titolo Storia della sinistra in America (1978).

Categories: Radicalism

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  1. Abdul El-Sayed – un altro tipico “americano al 100%” che corre da sinistra nelle primarie Dem (in Michigan) – Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

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