Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il “disgustoso monumento” dei quattro schiavi di Livorno

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Pubblicato anche su ytali.com del 14 settembre 2017

In occasione del suo grand tour europeo e di una lunga permanenza in Italia, il pittore americano Rembrandt Peale visita Livorno e così introduce la città in una nota datata 22 aprile 1830:

“Al di fuori delle mura e vicino al mare c’è il porto interno, formato anticamente da un molo oltre al quale si estende ora un molo più grande che si allunga di fronte al porto fino a una fortezza; così che una persona che arrivi a Livorno via mare passa prima il porto esterno, dove talvolta si fa la quarantena, fin dentro il porto interno di fronte a un ufficio sanitario, un bell’edificio nuovo in marmo bianco. Lo spazio fra il porto e le mura urbane è abbellito, o così si pensa, con la statua colossale di un orgoglioso e fiero Ferdinando I che si erge, in marmo bianco, su di un alto piedistallo; ai quattro angoli del quale, in un atteggiamento di sottomissione e terrore, siedono quattro schiavi asiatici in bronzo, le cui catene che scendono dagli angoli del piedistallo dovrebbero, nelle intenzioni, ornare con un grazioso movimento questo disgustoso monumento.”

“This disgusting monument”, dice Rembrandt Peale di quello che conosciamo come il Monumento dei Quattro mori. Così, su due piedi, non ho particolari informazioni per dire il perché del disgusto. Non mi sembra un giudizio estetico, più probabilmente morale e politico – quindi una condanna della schiavitù che vi è rappresentata? Rembrandt appartiene (lo dice bene il nome) a una importante famiglia di pittori, attivi soprattutto nell’epoca rivoluzionaria e post-rivoluzionaria; il padre George Willson Peale e lui stesso producono alcuni fra i più celebri ritratti di George Washington e degli altri eroi della rivoluzione. Ma questo non mi aiuta molto, visto che molti di questi eroi sono proprietari di schiavi, anche se forse abbastanza ipocriti da non farvi monumenti. George Willson possiede uno schiavo (pittore anche lui) ma poi lo libera e si esprime contro la schiavitù. Di Rembrandt non mi risulta una particolare passione abolizionista, ma è probabile che, crescendo fra Filadelfia e New York, la schiavitù l’abbia in antipatia, così, d’istinto. E magari sente ancora la spinta liberatrice dello Spirito del ‘76, mezzo secolo dopo.

Un’altra rivoluzione ha toccato più da vicino il monumento e lo ha minacciato quando, nel 1799, le truppe francesi occupano per qualche mese Livorno. Il loro comandante, il generale Sextius Alexandre François de Miollis (un veterano della guerra d’indipendenza americana), lo addita alla pubblica vergogna, ne chiede alle autorità locali la rimozione – altro che “disgustoso”. Dice la sua lettera:

“Un solo monumento esiste in Livorno ed è un monumento della tirannide, che insulta l’umanità. Quattro sventurati, cento volte più valorosi del feroce Ferdinando che li calpesta, incatenati al suo piedistallo, offrono, da trecento anni, spettacolo affliggente appena si mette piede sul porto. I sensi del dolore, dello sdegno, del disprezzo e dell’odio, devono, necessariamente, agitare ogni anima sensibile che ivi s’avvicini. Vendichiamo l’ingiuria fatta all’umanità. Compiacetevi, cittadini, d’ordinare che la statua della libertà sia sostituita a quella di questo mostro. Con una mano spezzi le catene dei quattro schiavi, coll’altra schiacci, colla picca, la testa a Ferdinando disteso al suolo. Salute e fratellanza. Miollis.”

Poi l’occupazione è troppo breve per passare alle vie di fatto e il monumento sopravvive. Ma i rivoluzionari francesi, freschi di una rivoluzione ancora abbastanza in corso, manifestano almeno a parole la loro iconoclastia. Come si usa in tutte le rivoluzioni, mirano a cancellare le tracce ignominiose dell’antico regime, a ricominciare il tempo da zero come ai tempi di Noè (per citare il Tom Paine di Common Sense). Non vanno neanche troppo per il sottile nel contare i secoli dell’oscuro ignobile passato: il monumento non ha trecento anni, ne ha meno di duecento. Ma che importa.

 

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Stefano della Bella, incisione dalla serie di vedute del porto di Livorno, 1655

Il complesso statuario è nato fra gli sgoccioli del Cinquecento e l’inizio del Seicento, completato nel 1629. Celebra le vittorie del granducato di Toscana, grazie alla flotta dei cavalieri dell’ordine di Santo Stefano, contro i pirati musulmani e l’impero ottomano. Le celebra in modo curioso, visto che la statua di Ferdinando è rigida, muta, astratta mentre quelle dei quattro schiavi sono vive, muscolari, emozionanti, individualizzate, razzialmente diverse, si riconoscono almeno un magrebino e un africano nero. E infatti, nel nome stesso e nella considerazione popolare, i protagonisti diventano loro, “i Quattro mori”, e non il granduca. Malgrado le intenzioni, il monumento finisce per evocare più la sofferenza degli oppressi che la gloria dell’oppressore. Sembra anche, da un altro punto di vista, un riconoscimento della potenza delle potenze musulmane che, tramite questi uomini formidabili, terrorizzano con le loro incursioni le coste tirreniche – uno scontro di imperi, quindi, ancora tutto da giocare.

(Chissà se nella sensibilità del tempo è percepibile la netta linea del colore che, ai nostri occhi, separa la pelle bianca marmorea di Ferdinando dalla pelle scura bronzea degli schiavi. L’accostamento di materiali sembra piuttosto casuale, prodotto da due artisti diversi che in tempi diversi creano opere diverse poi assemblate, Giovanni Bandini il granduca nel 1599 e Pietro Tacca i mori più di vent’nni dopo, negli anni venti del Seicento.)

Quanto alla schiavitù, Livorno ci sta nel mezzo con i suoi tanti schiavi ben rappresentati per origine dai quattro mori stessi. Sono l’8% della popolazione cittadina (una città di 10.000 abitanti) mentre a migliaia passano per il porto, servono le attività marinare come ciurme delle galere e lavoratori di terra, e sono ospitati nell’appena costruito Bagno dei Forzati, la più grande prigione temporanea di schiavi musulmani del mondo cristiano (ce ne sono di più grandi solo nel mondo musulmano, dove ospitano schiavi cristiani). Naturalmente tutto il Mediterraneo è schiavista, nord e sud, europeo e asiatico e soprattutto nord-africano. E anche tutta l’Africa lo è, la schiavitù vi è praticata in grande stile dagli stati e dai mercanti locali, arabi e neri, musulmani e no. Proprio ora, fra l’altro, sta aprendosi per loro il vasto mercato transatlantico, con l’arrivo nell’Africa occidentale dei nuovi acquirenti degli imperi cristiani euro-americani.

Poiché non so niente di queste cose, metto qui la bibliografia responsabile delle mie impressioni: Rembrandt Peale, Notes on Italy, Carey & Lea (Filadelfia), 1831, p. 243; David Bindman, Henry Louis Gates, Karen C. C. Dalton (curatori), The Image of the Black in Western Art: Part 1. From the “Age of Discovery” to the Age of Abolition: Artists of the Renaissance and Baroque, Harvard University Press, 2010, p. 183; e soprattutto Mark Rosen, “Pietro Tacca’s Quattro Mori and the Conditions of Slavery in Early Seicento Tuscany”, The Art Bulletin, numero 1 del 2015, pp. 34-57.

Categories: schiavitù

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