Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

White working-class conservatism? A chi piace davvero Donald Trump?

trump-white-working-class-bUna certa idea di chi siano i followers più ferventi di Trump, nelle elezioni primarie e poi nei sondaggi di opinione, è piuttosto nota, ed è diventata un luogo comune. Si tratta di maschi bianchi non-ispanici senza un titolo di studio elevato, appartenenti alla classe operaia industriale colpita dalla globalizzazione, i cui (buoni) posti di lavoro sono stati portati all’estero, sostituiti dalle macchine o degradati in qualità e livelli di salario, e che quindi sono impoveriti e si sentono minacciati dal libero commercio e dall’immigrazione incontrollata di cheap labor. Di qui l’appeal del messaggio nazionalista, protezionista e xenofobo di The Donald: «Americanism, not globalism, will be our credo».

Una massiccia ricerca Gallup appena pubblicata complica questa idea, e un poco la modifica. Ne emerge la conferma dell’importanza delle preoccupazioni economiche, ma in modo non automatico, non diretto. I Trumpistas non sembrano comparativamente più danneggiati dalla concorrenza internazionale o dagli immigrati, rispetto a simili lavoratori bianchi blue-collar che invece non favoriscono Trump (anche quando siano repubblicani). Non sono più poveri, non hanno redditi inferiori, non sono più disoccupati. Non sono in maggior contatto con la minaccia degli stranieri. Piuttosto abitano in aree dove i residenti non-bianchi sono pochi o inesistenti. E dove i bianchi hanno peggiori condizioni di salute, sono più obesi, vivono meno a lungo della media, e dove i giovani hanno poche speranze di un futuro migliore.

La loro rabbia deriva quindi non dalle condizioni economiche personali, che sono relativamente sicure, quasi da middle class, bensì da quelle generali delle comunità in cui vivono: che sono comunità svantaggiate, statiche, razzialmente omogenee, culturalmente isolate, con standard di benessere collettivo inferiori e senza mobilità sociale intergenerazionale. Dove non si vedono prospettive per i figli, dove è probabile che i figli stiano peggio dei genitori. Dove gli immigrati non sono persone vere che si incontrano tutti i giorni ma uno spauracchio astratto e ideologico. E’ facile che questi cittadini pensino di vivere sulla propria pelle la narrazione del declino americano proposta da Trump, e che ne diano la responsabilità alle stesse cause indicate dalla sua retorica.

Una questione non discussa nella ricerca pubblicata, ma che si affaccia da alcune statistiche in essa incluse, riguarda il ruolo dei sindacati. Sembra che fra i lavoratori repubblicani l’iscrizione o meno a un sindacato sia irrilevante nel far prevedere simpatie o antipatie trumpiane. Ma dei lavoratori in generale si tace. E’ noto d’altra parte come il movimento operaio organizzato sia in stragrande maggioranza vicino ai democratici; e da notizie di cronaca sappiamo che si è impegnato attivamente in campagne anti-Trump. Con quali risultati è difficile dire, anche perché non conta più come una volta. Nel secondo dopoguerra raccoglieva un terzo della forza lavoro non agricola, oggi si è ridotto a un decimo (e ancora meno nel settore privato). Ci sono quindi dei limiti all’influenza che può esercitare, anche nel contrastare il white working-class conservatism.

E tuttavia qualcosa continua a contare. Nel 2008, per esempio, secondo una ricerca (ormai di tipo storico) pubblicata qualche mese fa, la leadership dell’AFL-CIO ha avuto un ruolo cruciale nella vittoria di Obamamobilitando i suoi iscritti bianchi a sostegno del primo candidato presidenziale nero – un’impresa non da poco.

Categories: campagna elettorale, Elezioni

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