Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Una preghiera di Thanksgiving, al tempo dei bei tempi di una volta

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Le discussioni politiche, anche accese, anche che degenerano in liti furibonde, sono frequenti ai pranzi di Thanksgiving. Ne sono lo spauracchio, per chi vorrebbe mantenere, almeno in questo santo giorno, la pace in famiglia. All’avvicinarsi della data fatale i media sono pieni di consigli, un po’ per scherzo e un po’ no, su come gestire i conflitti, de-escalare le tensioni, abbassare la temperatura. O cambiare argomento.

Non è facile. I convitati sono spesso parenti vicini e lontani che si conoscono appena, che magari coltivano vecchie ruggini famigliari per sentito dire, che si vedono solo una volta l’anno, questa volta appunto. Magari, nel frattempo, hanno maturato svolte politiche drammatiche, quasi religiose, seguendo i tempi. Son diventati all’insaputa gli uni degli altri, lo si scoprirà qui, intorno al tacchino e all’alcol, trumpiani o all’ultima voga mamdanistas (o mamdaniacs o, diciamocelo senza infingimenti, jihadisti comunisti).

Oh, the good old times!

Il mio primo Thanksgiving è una storia di una cinquantina d’anni fa, una storia degli anni Settanta, che in effetti ha le radici negli anni Trenta (come passano le generazioni).

Fui invitato da un amico al pranzo cerimoniale dei suoi genitori. A Davenport, in Iowa, una città che è parte di un’area metropolitana che si estende anche sull’altra riva del Mississippi, in Illinois, a Moline e Rock Island. Un triangolo industriale e operaio (c’è il quartiere generale dei trattori John Deere) nel cuore del Midwest allora investito dalla crisi, ora forse in ripresa, ma non lo so, è davvero tanto che non ci metto piede.

(Fra l’altro allora in Iowa o almeno in quella contea, di domenica non si vendevano alcolici, c’era un regime un po’ dry. Per cui attraversammo il grande fiume, andammo in Illinois a comprare vino e birra, lì i negozi di booze restavano aperti giusto per noi bigotti dell’Iowa.)

I genitori erano working-class cresciuti negli anni Trenta. La madre era stata infermiera, raccontava storie di Bonnie & Clyde, non è come al cinema, diceva. Il padre era stato un meccanico in una piccola officina, il suo sweatshop diceva, ma con affetto, e raccontava storie di scioperi e sindacati. Gli zii e i cugini parlavano di baseball, dei St. Louis Cardinals.

Al momento di sederci a tavola il pater familias alzò un dito, come a chiedere silenzio, a voler annunciare qualcosa.

Già, la preghiera, pensai.

Invece no, o forse a suo modo sì, anche quella fu una preghiera.

Si rivolse proprio a me, con gli altri, immagino, non ce n’era bisogno.

“Non so come la pensi tu, giovanotto”, disse. “Ma prima di cominciare voglio dirti una cosa, in questa casa noi siamo Democratici”.

Così si aprirono e subito si chiusero le eventuali guerre di religione.

Le sue parole mi colpirono perché erano esattamente e stesse che usava mio nonno ferroviere, per evitare inutili litigate di politica a tavola con gli invitati, in occasione di qualche festività. Solo che lui concludeva “in questa casa noi siamo socialisti” – o “comunisti”, a seconda di come gli girava quel giorno (lui era anarchico, a voler cercare il pelo nell’uovo).

I partiti, gli ideali, i tempi, i raduni familiari non sono più quelli di una volta? Chissà.

Categorie:Labor movement, Memorie, Memory lane

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