Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La solitudine di Trump, la solitudine dell’America

c2q6kqbucaaxgxuLe ultime battute del discorso inaugurale, dalle parti di “siamo all’alba di un nuovo millennio”, Trump avrebbe potuto pronunciarle con qualche ottimismo nella voce e speranza negli occhi. Ma non c’è niente da fare, non gli riesce, l’unica espressione del suo viso e l’unica cifra della sua retorica è dark e un po’ splatter. Come in campagna elettorale, anche da presidente gli vien bene l’estetica dell’American carnage – e della solitudine di se stesso in America e dell’America nel mondo.

Nella sua visione del mondo, Trump non ha amici politici, non ha alleati, e neanche l’America ne ha.

Trump parla come se si trovasse in terra ostile, circondato da nemici suoi e dei suoi elettori. I nemici sono quelli stessi che lo stanno ascoltando, che lo hanno presentato, che lo hanno fatto giurare, quelli stessi con cui starà gomito a gomito nei balli di rappresentanza, l’establishment appunto. Per loro ci sono solo insulti: sono dei buoni a nulla (“tutti chiacchiere e niente azione”) il cui tempo è scaduto, senza distinzione di partito e quindi includendo il partito repubblicano che dovrebbe essere il suo. Dice: “Ciò che davvero importa non è quale partito controlli il governo, ma se il governo è controllato dal popolo”.

Intendiamoci, l’immagine del popolo che arriva a mettere in riga l’establishment, tramite il leader scelto dal popolo, è in sé roba da manuale del piccolo presidente, una routine da vecchi comedians. L’hanno inventata Jefferson e Jackson, l’hanno perfezionata Roosevelt e Reagan, l’hanno usata in tanti in tante forme: la vittoria non è mia, è vostra (così Obama, più o meno citando a memoria). E’ routine presidenziale anche il linguaggio nonpartisan, il non nominare i partiti, tanto meno il proprio, e anche qui è Jefferson a iniziare e chiudere il discorso con un gioco di prestigio, citando i nomi di entrambi i partiti per annullarne il significato: “siamo tutti repubblicani, siamo tutti federalisti”.

Ma la ripetizione di questi luoghi comuni nell’address trumpiano ha una carica particolare che sta nel tono aggressivo e nel fatto che a Washington Trump si sente (e sembra voler essere) piuttosto isolato.

Nella sua visione di se stesso, Trump è solo di fronte a tutti.

Trump parla anche dell’America come se abitasse un ambiente ostile, un mondo che ha profittato di lei senza dare nulla in cambio, un mondo difeso dalle sue armi mentre lei è rimasta senza difesa. Qui ci sono alcune delle affermazioni più sorprendenti: “Abbiamo arricchito gli altri paesi mentre la ricchezza, la forza, la fiducia del nostro paese sono scomparse oltre l’orizzonte”. Oppure: “La ricchezza della nostra middle class le è stata strappata ed è stata ridistribuita in giro per il mondo”. Qui si dice di altri paesi che “saccheggiano” l’economia americana. E qui, significativamente, non si fanno distinzioni fra paesi amici e nemici, fra alleati e no, sono tutti sullo stesso piano.

Intendiamoci, l’approccio non è isolazionista, malgrado la ripresa dello slogan imbarazzante, America First. E’ piuttosto nazionalista e protezionista da una parte e, dall’altra, nella logica “realista” della realpolitick. C’è l’evocazione di un eccezionalismo “dell’esempio”, che può suggerire una politica estera sobria, non intrusiva, ma anche no: “Non vogliamo imporre la nostra way of life a nessuno, ma piuttosto fare in modo che brilli come un esempio per chi voglia seguirlo”. C’è la promessa di cercare l’amicizia delle nazioni del mondo, ci sono vecchie alleanze da rafforzare e nuove alleanze da creare, per esempio per sconfiggere il terrorismo. La base delle alleanze non può che essere, per tutti, l’interesse nazionale.

Che l’interesse nazionale sia in generale alla base delle alleanze, non è una grande novità, né una gran scoperta. Ma la sua riproposizione nella retorica trumpiana sembra mettere in discussione la rete di alleanze già esistente, azzerarne le motivazioni e la storia.

Proietta l’immagine di un’America che è sola di fronte al mondo.

Categories: Cultura politica

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