Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Antiamericanismi 

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“Liberators”, propaganda nazista in Olanda adattata  da un poster norvegese, 1944

Com’è inevitabile per ogni grande potenza che si rispetti, quando è davvero grande per potenza materiale ed egemonica per potenza culturale, anche gli Stati Uniti incontrarono fuori dai loro confini grandi sentimenti di ammirazione, imitazione, adulazione (incantamenti in parte derivanti dal famoso soft power, dalla nuova dottrina Monroe, la dottrina Marilyn Monroe) – ma anche grandi resistenze, ostilità, repulsioni. Era capitato alla Francia e alla Gran Bretagna nelle loro fasi imperiali ottocentesche di essere oggetto di francofobia e anglofobia; capitò al Giappone di suscitare sentimenti antigiapponesi in Asia. Toccò agli Stati Uniti, già nel primo dopoguerra, ma con particolare intensità nel secondo dopoguerra, di essere oggetto di forme di antiamericanismo.

Dell’antiamericanismo esistevano molte varianti.

La più elementare e pragmatica consisteva nell’essere contro gli Stati Uniti per la loro politica estera, magari apprezzandone altri aspetti. Molti cittadini del mondo, in particolare in Europa occidentale, lamentavano i limiti alla loro sovranità nazionale imposti dalla Guerra fredda, anche se tali limiti venivano dalla potenza considerata più amica, la cui protezione era tollerata per realismo politico e per anticomunismo. In casi più drammatici, in particolare nel Sud del mondo, altri cittadini lamentavano le pesanti ingerenze negli affari interni dei loro stati, quando i loro stati erano al centro delle attenzioni predatorie delle giant corporations statunitensi o delle azioni destabilizzanti del Dipartimento di Stato e della CIA. In America Latina circolava questa battuta attribuita a Porfirio Díaz, presidente messicano di inizio Novecento: “Povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti”.

I leader rivoluzionari nazionalisti in Asia e Africa trassero spesso ispirazione dall’esperienza storica americana (nonché dalla loro stessa educazione occidentale e spesso proprio americana). Il primo presidente dell’Indonesia indipendente, Sukarno, idolatrava Thomas Jefferson. Ho Chi Minh dichiarò l’indipendenza del Vietnam con una citazione dalla Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. Il loro antiamericanismo consistette nel denunciare l’ipocrisia di un paese che era nato da un movimento anticoloniale e ostacolava i movimenti anticoloniali altrui, un paese che predicava le virtù dell’eguaglianza e della libertà e poco le praticava.

C’erano poi varianti più profonde di antiamericanismo, quelle che rimproveravano all’America (Stati Uniti era un termine troppo prosaico per queste discussioni) non solo ciò che faceva ma anche ciò che era, nella convinzione che faceva ciò che faceva perché era ciò che era ed era sempre stata. Tutti gli americani erano egualmente coinvolti in questo rimprovero, e tutta la American way of life – ridotta a stereotipo magari basato sul sentito dire o sul visto al cinema.

Per molti europei gli Stati Uniti offrivano un modello di politica, ideologia, economia, cultura, società e di caratteri personali per niente desiderabile; un modello che per la sua forza e prepotenza costituiva una minaccia nei confronti di altri modi di vivere, esistenti o possibili, e doveva essere rifiutato. Nelle articolazioni di questo rifiuto si intrecciavano suggestioni linguistiche e analitiche che avevano illustri e distinti pedigree intellettuali. Dal linguaggio dei conservatori tradizionalisti e dei reazionari veniva, sin dall’età delle rivoluzioni transatlantiche di fine del Settecento, la rappresentazione dell’America come quintessenza dei mali della modernità liberale, dell’egualitarismo livellatore, del commercialismo e del materialismo. Dal più recente linguaggio della sinistra socialista e comunista, dopo la rivoluzione del 1917, veniva l’immagine dell’America come la quintessenza di tutti i mali del capitalismo e dell’imperialismo, dello sfruttamento di classe, della lotta di classe interrotta e addomesticata in patria e trasferita invece sul piano della competizione internazionale con l’Unione sovietica, la patria del socialismo.

I due linguaggi erano diversi per origine e spirito, ma si incontrarono su alcuni temi negli anni della Guerra fredda. Una retorica quasi comune descrisse gli statunitensi come un popolo di presuntuosi parvenus, senza storia e senz’anima, guerrafondai per vocazione. Li accusò di praticare una democrazia “borghese” e quindi “solo formale”, middle-class e quindi meschina e conformista, dominata dal denaro. Di essere affetti da un individualismo aggressivo, corrosivo di ogni autorità gerarchica oppure della solidarietà di classe. Di essere un popolo degenerato creato dalla mescolanza razziale e nel contempo razzista. Di affogare in un consumismo volgare e massificato che, secondo alcuni, corrompeva la coscienza nazionale e secondo altri la coscienza di sé del proletariato. Di avere costumi sessuali troppo liberi, soprattutto le donne, che corrompevano i giovani e la famiglia (gli americani, però, erano anche puritani). Per tutti costoro l’abbondanza americana era una forma pericolosa di “coca-colonizzazione” del mondo. Per tutti, la propria superiorità morale e di civiltà nei confronti dei barbari d’oltreoceano era scontata.

Una forma di antiamericanismo ancora più radicale emerse nel Medio Oriente arabo-musulmano.

I dirigenti dei movimenti nazionalisti laici della regione, come gli altri nazionalisti non occidentali del tempo, ebbero delle iniziali simpatie per gli Stati Uniti. Quando le simpatie si tramutarono in ostilità, si trattò di ostilità politiche alle ingerenze del governo americano nell’area. Nel 1958 il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser accusò l’America di dimenticare “la sua stessa storia e la sua stessa rivoluzione e la sua stessa logica e i princìpi invocati da Wilson”. Gli americani, disse, “combatterono il colonialismo come noi combattiamo il colonialismo. Perché ci negano il diritto di migliorare la nostra condizione come essi fecero con la loro?” Insomma, per Nasser i princìpi e i valori americani andavano bene. La pratica no, la pratica della politica di potenza li tradiva. Negli stessi anni, per un altro egiziano, Sayyid Qutb, erano proprio i princìpi e i valori americani a non andare bene.

Qutb visitò gli Stati Uniti nel 1948-1950 con una borsa di studio. Tornato in Egitto, divenne il principale leader intellettuale dei Fratelli musulmani e uno dei teorici del moderno fondamentalismo islamico. Divenne anche un oppositore del regime nasseriano, dal quale fu incarcerato e impiccato. Nei suoi scritti, che ebbero grande influenza, il disgusto per l’America era totale: riguardava la libertà individuale, la “volgarità” dell’emancipazione femminile, la ipersessualità di donne e afroamericani, la promiscuità animalesca dei sessi (anche in chiesa), il materialismo sfrenato, il capitalismo basato sull’usura, la tendenza a contaminare il mondo, l’appoggio a Israele e a ogni cosa ebraica, l’estraneità alla “logica, bellezza, umanità e felicità” dell’Islam. Quella americana era una civiltà immorale, arretrata e, ancora una volta, inferiore. Per questo era destinata a perire nello scontro con la superiore civiltà islamica, “la sola società civilizzata”.

Testo adattato d Arnaldo Testi, Il secolo degli Stati Uniti, Il Mulino, 2022, pp. 192-194.

Categorie:Americanismo

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