
«Noi riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali e che sono dotati dal loro Creatore di certi inalienabili diritti fra i quali quelli alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità; che per salvaguardarli vengono istituiti tra gli uomini i governi, i quali derivano i propri giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una forma di governo tende a distruggere questi fini è diritto del popolo modificarla o abolirla e istituire un nuovo governo, fondandolo sui principi e organizzandone i poteri in modo che gli paia più conveniente a realizzare la propria sicurezza e felicità».
L’anno prossimo, il 4 luglio 2026, gli Stati Uniti festeggeranno i 250 anni della Dichiarazione di indipendenza. Da secoli il documento, con il suo preambolo rivoluzionario, nitido e scintillante, è il cuore della religione civile del paese e un modello di tante dichiarazioni di indipendenza in giro per il mondo, ed è oggetto di vivaci controversie sul suo significato per il paese e per i cittadini. Le sue parole sono interpretate e commentate come quelle di un testo sacro, e come quelle di ogni testo sacro che si rispetti sono abbastanza dogmatiche e vaghe da parlare a molti interlocutori diversi in epoche diverse.
Parafrasando Walt Whitman, le sue parole contengono moltitudini.
Detto questo – e se tutte queste interpretazioni fossero solo futile chiacchiericcio intellettuale per un circolo d’elite di intellettuali e politici? Se dopo tante discussioni ma anche feste e parate e fuochi d’artificio per il Glorioso Quattro, e anche lezioni a scuola e orazioni in piazza, e libri e film pieni di bandiere, un sacco di americani non avesse la minima idea del testo e del contenuto della Dichiarazione stessa né, quindi, di che cosa diavolo voglia dire? Be’, conviene non andare così di fretta.
C’era una volta a Madison, Wisconsin, la celebrazione del Quattro luglio dell’anno di grazia 1951. Al più giovane reporter appena assunto del quotidiano cittadino, The Capital Times, toccò la corvée di fare il solito pezzo sul picnic du jour nel parco cittadino. Giusto per non annoiarsi a morte, gli venne un’idea. John Patrick Hunter, questo il suo nome, preparò al ciclostile un volantino con il preambolo della Dichiarazione di indipendenza, quello tutto eguaglianza, felicità, rivoluzione ricordato qui sopra. Aggiunse i primi emendamenti del Bill of Rights della Costituzione, quelli sulle garanzie dei diritti di libertà. E fece finta che si trattasse di una petizione popolare nuova di zecca da inviare al governo.
La propose poi per la firma ai patriottici picnickers e, con sua sorpresa, solo uno la firmò. Solo uno su 112 intervistati.
Fra quelli che rifiutarono di firmare, alcuni non riconobbero il testo, lo scambiarono per qualcosa d’altro, per qualcosa di pericoloso. In una ventina accusarono Hunter di essere un comunista. Lo accusarono di usare il vecchio trucco commie di mettere «il nome di Dio su una petizione radicale». Ma quale dichiarazione americana di indipendenza! «Questa potrà essere la dichiarazione d’indipendenza russa, non certo la nostra». Parecchi dissero che avevano comunque paura di esporsi, che temevano ripercussioni politiche qualunque cosa avessero firmato – proprio nel sacro giorno dedicato alle loro libertà.
Naturalmente è facile bollare il prossimo come ignorante e pusillanime, soprattutto da lontano e con il senno di poi. I cittadini di Madison avevano i loro motivi, un po’ di contesto aiuta. Il Wisconsin era il collegio senatoriale dell’allora potente senatore Joe McCarthy, Madison era il centro dell’opposizione progressiata a McCarthy e il Capital Times ne era la voce di sinistra. Molti residenti della città, che è la capitale dello stato, erano dipendenti pubblici statali e federali, temevano per il posto di lavoro, se ci fosse stato qualche loyalty test. E proprio pochi giorni prima l’American Peace Crusade aveva diffuso una petizione per chiedere il ritiro delle truppe dalla guerra di Corea; era un gruppo «pacifista» ispirato dai comunisti ma senza l’etichetta comunista, era una organizzazione frontista, si diceva, insomma c’era un po’ di nebbia in giro.
Tutti erano guardinghi, timorosi e intimiditi.
L’episodio ebbe risonanza sulla stampa locale, nazionale e internazionale. L’altro giornale della città, il repubblicano Wisconsin State Journal, pubblicò un’immagine di Hunter con due baffoni alla Stalin: firmereste una petizione da un tipo come lui? McCarthy disse che si trattava della solita operazione comunista di un giornale comunista. Il presidente Harry Truman telefonò in solidarietà al direttore del Capital Times e ne parlò in un discorso a Detroit: i cittadini sono terrorizzati, a questo ci ha portato McCarthy! Hunter fu intervistato alla televisione nazionale. Ne parlò anche il quotidiano sovietico, la Pravda, che infierì: «che cosa resta della tristemente nota democrazia americana dopo 175 anni?».
McCarthy morì nel 1957, e fu sostituito in Senato dal democratico Bill Proxmire che senza alcuna cortesia senatoriale ricordò il suo predecessore come «una disgrazia per il Wisconsin, per il Senato e per l’America». C’era un po’ di giustizia poetica nella sua elezione. Proxmire era stato un reporter al Capital Times, quando venne via il suo posto fu preso da John Patrick Hunter.
Naturalmente quelli del 1951 erano tempi di maccartismo. Tempi di caccia alle streghe politiche e intellettuali, di campagne di menzogne, di degenerazione del discorso pubblico diventato uno scontro violento fra «noi» e «loro» dove i «loro» perdono legittimità, diventano un-American. Tempi di sospetti e paure fra i cittadini, anche nelle relazioni fra loro. Rievocando quei tempi di recente, l’attuale editor emeritusdel Capital Times, David Zweifel, ha scritto: «Ora, 74 anni dopo, è impossibile prendere un giornale o accendere la TV e non vedere le somiglianze tra allora e oggi».

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Qualche fonte di questa storia
M. Miller, 50 Years Ago Fear Rules Fourth. Reporter’s Petition Measured Effect of McCarthy, «Capital Times», July 4, 2001; D. Zweifel, Trump Ushers in New Age of McCarthyism, «Capital Times», April 7, 2025; H.S Truman, Address in Detroit at the Celebration of the City’s 250th Anniversary, July 28, 1951, The American Presidency Project; A. Krock, In The Nation, «New York Times», August 3, 1951.
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