
Se vuoi costruire un “terzo partito” nazionale negli Stati Uniti, come l’America Party annunciato da Elon Musk (per ora annunciato solo sui social media, cioè a chiacchiere), devi partire da un duro dato di fatto. Le elezioni presidenziali non sono una contesa nazionale ma federale, combattuta stato per stato. Lo sono dal punto di vista sia politico che tecnico. Bisogna farsene una ragione, è l’intero sistema di governo degli Stati Uniti a essere federale, la Costituzione l’ha disegnato così perché la Costituzione è stata disegnata così – più di due secoli fa.
Tanto per cominciare, devi far sì che il nome del tuo partito, con i nomi dei candidati alle cariche che ti interessano, compaia nelle schede elettorali – non in una scheda nazionale, che non esiste, ma nelle schede di ciascuno dei cinquanta stati. Devi farlo secondo i tempi e le procedure previste da cinquanta diverse leggi statali. In genere per sostenere la domanda di inserimento dei tuoi candidati devi raccogliere, entro una certa data, un certo numero di firme di registered voters dello stato, oppure trovare ospitalità in un partito che ha partecipato alle elezioni precedenti. Di piccoli partiti così ce ne sono, devi trovare quello giusto e disponibile, ma certo avrai un problema di nome, di riconoscimento. Quindi devi organizzare cinquanta macchinette elettorali che sbrighino queste faccende, prima che sia troppo tardi. Devi partire entro l’inizio della primavera dell’anno elettorale.
Questo solo per partire. E’ anche la parte più facile. Se hai tanti quattrini puoi pagare un po’ di funzionari e avvocati, in giro per il paese, e cavartela.
Per portare a casa qualcosa di sostanzioso alle elezioni presidenziali, non basta fare una bella campagna nazionale e avere una decente percentuale di voti popolari. Farlo è una soddisfazione, ti procura un quarto d’ora di celebrità, magari una riga o due nei manuali di storia. Ma dal punto di vista costituzionale è una finzione irrilevante. Per vincere davvero qualcosa il tuo candidato deve arrivare primo nei singoli stati, per conquistare i “grandi elettori” di cui ciascuno di essi dispone in proporzione, più o meno, alla popolazione (sono in tutto 538 e formano l’Electoral College presidenziale). Guarda ai fallimenti del passato recente: nel 1992 Ross Perot ottenne il 19% dei voti nazionali, un successo strepitoso per un candidato o partito europeo alla prima prova, ma zero grandi elettori. Bravo, complimenti, addio.
La lezione del 1992 è chiara, prendere voti spalmati su tutto il territorio non serve a niente. Altri fallimenti del passato ti suggeriscono un’altra lezione. George Wallace nel 1968 ottenne il 13% dei voti nazionali, meno di Perot ma, a differenza di lui, buoni per raccogliere 46 grandi elettori. Wallace era un razzista del Sud, aveva attivisti e voti concentrati lì, quindi in alcuni stati arrivò primo e fece bottino. Il tuo partito, che non si identifica con una causa regionale forte, deve puntare al bersaglio grosso. E di macchine elettorali, questa volta solide macchinone, deve di nuovo organizzarne cinquanta; e qui i quattrini aiutano molto ma non bastano, ci voglio decine di migliaia di attivisti volontari un po’ convinti, almeno. Puoi evitare le primarie visto che il partito è roba tua, decidi tu (te lo sei pure pagato, se sei Elon Musk). Ma al dunque devi essere pronto ovunque.
In effetti, anche i due grandi partiti hanno delle basi regionali. E’ la ragione per cui, nel dar conto delle elezioni presidenziali, ci sono le mappe con gli stati rossi, dove vincono i repubblicani, e gli stati blu, dove vincono i democratici. E’ l’unico modo per accumulare grandi elettori. E per essere eletto presidente al tuo candidato ne serve la maggioranza assoluta, quindi almeno 270 sul totale dei 538. Se sei serio nelle aspirazioni per il tuo partito, devi entrare in quel gioco lì. A questo punto, però, capisci bene che per avere una chance di vittoria, dovresti essere nel mezzo di un vero terremoto politico-elettorale. E la storia è contro di te. Non è mai successo, infatti. Neanche con il migliore dei terzi candidati, Teddy Roosevelt nel 1912 (27% dei voti, 88 grandi elettori). D’altra parte, perché ipotecare l’eccitante futuro in nome del noioso passato?
Puoi anche puntare a un risultato più modesto: vincere in un numero di stati sufficiente a negare a entrambi i candidati dei major parties la maggioranza assoluta dei grandi elettori. Anche questo sarebbe uno shock, non succede dall’inizio dell’Ottocento. Ma la procedura è chiara, prevista dalla Costituzione. A sciogliere il nodo, a scegliere il presidente fra i tre candidati votati sarebbe la Camera dei rappresentanti, con ogni delegazione statale tenuta a votare in blocco con un unico voto (sempre per via del federalismo, signora mia). La Camera sarebbe controllata dai partiti a cui hai rotto il giocattolo. Facile che ignorino il tuo candidato di rottura, dunque. Se invece lo scegliessero, si troverebbe con un Congresso tutto in mano loro, maggioranza e opposizione.
Potresti inaugurare un inedito sistema tripartitico. Tanto inedito da essere associato a qualche riforma costituzionale. Per esempio l’abolizione dell’Electoral College federale e l’elezione popolare diretta e quindi nazionale del presidente (ma non è facile farlo perché, ripetilo con me, questo è un governo federale). Oppure potresti portare al collasso uno dei partiti esistenti, cannibalizzarlo e sostituirlo nel sistema bipartitico. E’ già accaduto, a metà Ottocento con la nascita dell’attuale partito repubblicano. Che, al suo secondo tentativo, elesse nel 1860 Abraham Lincoln. D’accordo, c’era una drammatica crisi in corso e ne seguì una terribile guerra civile; ma non è detto che la storia debba ripetersi così. Una bella crisi a monte e a valle ci sta comunque tutta. E di segni di una crisi a monte, negli ultimi anni, se ne sono accumulati parecchi.
Storicamente, il sogno del terzo partito è stato coltivato in due ambienti piuttosto agli antipodi. Da una parte, dall’alto, si sono fatti sotto personalità egomaniache e miliardarie, e qui, con Elon Musk, ci siamo. Dall’altra, dal basso, vi hanno investito energie movimenti popolari di vario tipo, in particolare alcuni appartenenti all’ala sinistra della sinistra. Il vecchio Socialist Party di Eugene Debs ne è il modello buono, ma per trovarlo devi risalire a un secolo fa. Un modello più recente non ce l’hai, certo non lo è il Green Party di Ralph Nader del 2000 (2,7%) o di Jill Stein del 2016 (1,1%). Debs è stato un eroe di Bernie Sanders, prima che si buttasse nel mainstream. E questo è ciò che molti a sinistra gli rimproverano, di non aver cercato lui stesso, in un modo o nell’altro, la via della politica indipendente. Bernie ha fatto i suoi conti, anni fa. E ha deciso che non ne vale la pena.
E dunque, l’America Party di Elon Musk? Avrebbe il solito problema di immagine e di sostanza, un problema strutturale, tipico di tutti i terzi partiti americani. E cioè, se dovesse davvero raccogliere un po’ di voti, la loro provenienza più probabile sarebbe dal partito più vicino, cioè dal partito repubblicano. E ciò lo esporrebbe alla facile critica di fare la gioia del partito di opposizione, dei democratici. Nel caso specifico, ci sarebbe un secondo problema, sempre di immagine e di sostanza. Elon Musk non potrebbe essere il candidato nazionale presidenziale del partito, non essendo nato negli Stati Uniti non può aspirarvi, per divieto costituzionale. Quindi non potrebbe esserne la forza carismatica trainante, dovrebbe trovarsi un body double che non faccia del tutto la figura del maggiordomo. Con quali eventuali prospettive di successo? Be’, ricomincia a leggere da capo.
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nel suo interessante post, lei dà per scontato che Elon Musk, con il suo nuovo partito, punti alle elezioni presidenziali.
MA, leggendo le sue dichiarazioni non appare questo lo scopo. Musk ha affermato di volere, sia al Senato sia alla Camera un congruo numero di rappresentanti che possano fare, con i due partiti principali, alla pari, da ago della bilancia. Quindi lo scopo di Musk non è quello di vincere nel.maggior numero di stati per poi avere mano libera per scegliere il Presidente, ma solo lo scopo, più ridotto, di avere una sua pattuglia nel Congresso.
Anche questo progetto di livello inferiore è molto difficile da realizzare, ma non impossibile anche se ip sistema elettorale per la Camera e il Senato USA è maggioritario [chi prende un voto in più, prende tutto] Musk stesso ha affermato di voler puntare solo a quelle contee, a quegli Stati, dove gli elettori sono più favorevoli a lui.
Ma, siccome non ha precedenti elettorali personali, bisogna vedere se la intelligenza artificiale di X, dalla quale ha dichiarato di farsi guidare, darà i numeri giusti.
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Ha perfettamente ragione, il pezzo è stato scritto prima delle dichiarazioni di Musk, troppo in fretta. Appena ne avrò l’occasione correggerò. Intanto assumo come correzioni le sue precisazioni, grazie per l’attenzione.
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