
Copio alcuni passaggi da Marco Sioli, Central Park, un’isola di libertà (Elèuthera 2023). Sono alle pagine 27-28, il resto leggetelo per conto vostro.
Egbert Viele da un lato, Frederick Law Olmsted e Calvert Vaux dall’altro, rappresentavano due visioni opposte dell’idea di parco urbano presenti nella società dell’epoca: un monumento civico o un giardino dell’Eden. La prima visione, espressa da Viele, prevedeva la costruzione di un nuovo Crystal Palace da collocare a Central Park insieme a fontane e giochi d’acqua come simbolo del progresso umano; quindi uno spazio per il gioco del cricket e uno per le parate militari. Natura e arte si sarebbero così compendiate grazie a musei e giardini botanici destinati all’istruzione dei cittadini e aree sportive a loro dedicate. La seconda concezione, quella di Olmsted e Vaux, era più legata alla tradizione naturalistica inglese e prevedeva un paesaggio rurale dove era la natura stessa a divenire fondamentale nel percorso di formazione dei cittadini.
Il piano «Greensward» presentato al concorso da Olmsted e Vaux nell’aprile 1858 ottenne il primo premio e fu scelto come base di lavoro per la realizzazione del parco. Sicuramente il più professionale tra i progetti presentati, il piano ripensava le convenzioni naturalistiche dell’epoca per riprodurre uno scenario rurale con ampi boschi, un playground e un grande bacino d’acqua centrale, ma anche uno spazio per le parate, che in seguito diventerà Sheep Meadow, e una promenade che diventerà il Mall. Ai poco più che trentenni Olmsted e Vaux la costruzione di Central Park avrebbe permesso di imporre a un’opinione pubblica eterogenea una visione che favoriva il ritorno della wilderness in città. Questo, come abbiamo visto, grazie all’abilità sia di scendere a compromessi con il potere politico sia di influenzare con le loro idee la società dell’epoca.
La stessa gente che si era affollata per osservare la costruzione del Crystal Palace ora si radunava per vedere i cantieri aperti che rimuovevano terra e persone dall’area di quello che sarebbe diventato Central Park. Non solo gli squatters, che avevano accordi non contrattualizzati con i proprietari delle aree che occupavano, oppure si erano insediati abusivamente, ma anche gli afroamericani di Seneca Village e gli irlandesi di Pigtown furono costretti a trasferire le loro baracche nel West Side e dovettero vendere i lotti di terra a prezzi che non tenevano conto delle migliorie che essi stessi avevano apportato. Se gli importi dei risarcimenti erano sostanziosi per i grandi proprietari terrieri, non altrettanto lo erano per i piccoli proprietari costretti a vendere il proprio terreno a un prezzo modesto. In contrappunto, le aree che circondavano il parco erano ormai preda della speculazione che aveva portato i prezzi alle stelle. Un proprietario di un terreno nell’East Side poteva diventare ricco in soli due anni.

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