
Ci sono questi video, Twitter ne è pieno, di persone che in strada strappano i poster, i volantini con le fotografie degli ostaggi rapiti e detenuti a Gaza da Hamas & friends. Vedo soprattutto quelli dagli Stati Uniti, da New York, da luoghi che mi sono famigliari, il Village o l’Upper West Side. Non li posto qui, i video, perché un po’ mi fanno paura. Lo so, ci sono video ben più paurosi, più scioccanti in maniera incomparabile, ma ora di questi sto parlando. Non li posto ma son facili da trovare, o meglio: sono sicuro che li avete già visti.
Ci sono dunque dei passanti, giovani e non più giovani, giovani donne, coppie. Per carattere e fideistica convinzione sono anti-complottista, quindi a prima vista mi sembrano iniziative individuali, e le do per buone così. E quindi immagino persone normali, ordinarie, certo con qualche idea in testa, che se ne vanno in giro, incontrano i volantini che li guardano da un muro o da un lampione, li notano fra mille altri (di solito c’è una cacofonia di flyers, di avvisi), ne sono disturbati. E si fermano a strapparli sotto gli occhi di tutti, per poi continuare per i fatti loro.
Naturalmente se ci sono i video ci sono anche i videomakers, in genere occhi critici, che documentano il fatto, riprendono gli strappatori. Nei primi video l’incontro sembrava casuale, poi è sempre più probabile che qualcuno si apposti per registrare la scena che prevedibilmente accadrà. Ci sono richieste di chiarimento, “Perché lo fate?”. Ci sono reazioni imbarazzate, occhi bassi, mani che nascondono il viso, che poi diventano give the finger e fuck off, insulti.
Un video che mi ha particolarmente colpito mostra una coppia non-così-giovane munita di fogli formato A4 e nastro adesivo con cui sembrano voler ricoprire quei volantini, quelle fotografie, quei volti, invece di strapparli. Fogli bianchi su cui c’è stampato qualcosa, con una stampante casalinga, una spiegazione, “Occupiers face consequences”. Sono dunque persone uscite con uno scopo, magari abitano nei dintorni, hanno speso energie e tempo, lì in casa, da sole, davanti a un computer, orgogliose di se stesse, per preparare questa gratuita impresa crudele.
Qui la sfida verbale con il videomaker ha uno sviluppo interessante, a parte i soliti give the finger e fuck off. I vandalizzatori di volantini hanno pesanti accenti stranieri, qualcuno li identifica come provenienti dall’India (nel video la donna sostiene di essere palestinese). E reagiscono dicendo al videomaker, di cui si sente solo la parlata con accento americano, e che è da loro evidentemente identificato, anche se nel video non si capisce perché, come ebreo: “Go live in Israel. Go back to your country!”.
E’ una reazione inquietante e paradossale. E’ inquietante perché “torna a casa tua” è la cosa peggiore che si possa dire in un paese di immigrati. Nella storia americana è lo slogan della destra nativista, violenta e parafascista; è stato adombrato, di recente, qualche volta, contro due deputate radicali in Congresso, una di discendenza palestinese e l’altra somala. Sembra proprio che anche fra i più recenti arrivati, come questa coppia qui, ci sia chi fa presto ad assimilarsi, a sentirsi a casa sua, solo sua, sua e basta – è il bello dell’America.
E’ infine una reazione paradossale. Perché, se si dice a un ebreo, soprattutto newyorkese, “Go back to Israel”, si può essere abbastanza certi che da quelle parti troverà chi gli dica, “Go back to Brooklyn”.
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Ieri su La7 hanno mostrato un vide9 molto inquietante diffuso da Jonathan Pacifici, ebreo italiano. Ripreso a Napoli. Si vede nel video ripreso con un telefonino una mano del videomaker con dei volantini rlstrappati raffiguranti ostaggi israeliani e la voce del videomaker (non Pacifici] che accusa con veemenza attivisti di Amnesty international di averli strappati. Gli attivisti di Amnesty fanno ampi cenni di non esser stati.loro ma la loro voce è sovrastata dalle accuse ad alto volume del videomaker che non li lascia parlare: sentenza già scritta.
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Grazie sì, l’ho visto, ma non è di quello che parlo
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