Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La superiorità militare, l’ultima spiaggia?

Nel primo decennio del secolo, negli anni dell’amministrazione di George W. Bush, lo storico Andrew Bacevich predicava controvento. Diceva che gli Stati Uniti post-11 settembre, ma in generale del dopo-Guerra fredda, si affidavano troppo al potere militare per mantenere la loro leadership mondiale. Si affidavano a guerre che erano imprudenti, a guerre preventive che erano anche illecite, incostituzionali, immorali. Gli Stati Uniti avevano una vera “addiction to war”, diceva Bacevich, che della guerra sapeva qualcosa. Era (ed è) un ex colonnello dell’esercito che aveva servito in Vietnam e in Medio oriente.

Nella guerra in Iraq, nel 2007, aveva perso il figlio soldato. 

Bacevich, che si definisce un cattolico conservatore, parlava di un nuovo militarismo imperiale americano, di americani sedotti dalla guerra, del rischio di una guerra permanente. Pubblicava infatti libri con titoli del genere: American Empire  (2004), The New American Militarism: How Americans are Seduced by War (2005), The Long War (2007), The Limits of Power: The End of American Exceptionalism (2008), e Washington Rules: America’s Path to Permanent War (2010). 

Il mondo stava cambiando, diceva. Gli equilibri mondiali erano sconvolti dall’emergere impetuoso della potenza cinese. Il soft power americano non era più quello di una volta. La fiducia nella diplomazia multilaterale vacillava. Gli ideali, lasciamo perdere. L’influenza del security establishment e l’autorità del presidente crescevano. Che cosa restava, dunque, alla declinante potenza di Washington se non l’hard power? Se non la superiorità militare sotto un commander-in-chief libero da lacci e laccioli? 

L’incomparabile superiorità militare sembrava l’unico strumento rimasto agli Stati Uniti per continuare a essere la “nazione indispensabile”. E questa era non solo una constatazione ma anche una critica spietata. Perché secondo Bacevich era improbabile che la carta militare offrisse vere soluzioni, più probabile che producesse disastri a ripetizione.

Il presidente Trump delle origini, del primo mandato e delle chiacchiere in vista del secondo, diceva un po’ le stesse cose, a modo suo: basta guerre, basta regime changes e nation building con le bombe e i boots on the ground, basta con tutto questo. E invece, eccolo lì il presidente di oggi che bombarda e minaccia di bombardare di qua e di là, solo sperando che sia roba veloce (una speranza nervosa). Qualcuno gli ha pubblicamente consigliato di leggere Bacevich come messa in guardia contro simili avventure. Chissà se l’ha letto, in effetti chissà se ha letto il consiglio. Nel caso, ha comunque interpretato la sua teoria critica al contrario, come un invito all’avventura, come la ricetta giusta per fare e disfare cose. 

Bacevich on steroids

Fatto sta che ora lì stiamo, parafrasando Trump quasi alla lettera: “Abbiamo le forze armate di gran lunga più potenti del mondo, non abbiamo bisogno di nessuno, e io, io posso fare quello che voglio”.

Che per gli Stati Uniti l’esercizio della superiorità militare sia davvero l’ultima spiaggia? La dinamica del sistema è tale da travolgere e plasmare qualunque velleità non interventista? O è l’ultima spiaggia solo per il presidente Trump?

P.S. Andrew Bacevich ha continuato a pubblicare titoli come America’s War for the Greater Middle East (2016), The Age of Illusions: How America Squandered Its Cold War Victory (2020) e After the Apocalypse: America’s Role in a World Transformed (2022). È professore emerito di storia e relazioni internazionali a Boston University, e cofondatore del Quincy Institute for Responsible Statecraft, think tank di politica estera. Quincy sta per John Quincy Adams, il presidente degli Stati Uniti di inizio Ottocento che, quando ancora era Segretario di stato, disse famosamente: “L’America non va all’estero in cerca di mostri da distruggere”. Era un discorso per il 4 luglio 1821, Independence Day.

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