
La politica della unconditional surrender ha caratteristiche specifiche che riguardano la natura della guerra e la natura del nemico contro cui si fa la guerra. Nel caso della storia degli Stati Uniti queste caratteristiche si sono chiarite, più o meno, nel corso del tempo (e chissà se c’entrano qualcosa con le parole bombastic dell’attuale presidente Donald Trump, a proposito dell’Iran).
La frase coniata dal generale unionista Ulysses S. Grant durante la Guerra civile americana (febbraio 1862), “Nessuna condizione può essere accettata se non una resa incondizionata e immediata”, era un po’ buttata lì, aveva un valore episodico e militare. Si riferiva alle truppe confederate che si erano arrese in quella specifica battaglia, a Fort Donelson, in Tennessee. Non implicava una politica generale nei confronti del governo confederato, che in questi termini non ci fu. Anche ad Appomattox (aprile 1865) la resa finale del generale Robert E. Lee a Grant riguardò l’esercito da lui comandato, la Army of Northern Virginia, non la Confederazione. E ci furono condizioni: i soldati del Sud tornarono a casa, liberi, con le armi personali.
Tuttavia nel frattempo la frase aveva acquistato un senso, così riassunto da un ufficiale unionista: “Nessuna condizione per i maledetti Ribelli!”
Cioé. I dirigenti del Sud ritenevano di combattere una guerra tradizionale fra due entità statuali, gli Stati Confederati d’America e gli Stati Uniti d’America. I dirigenti del Nord ritenevano invece di combattere una guerra civile (appunto) contro dei concittadini infedeli. C’era una bella differenza. Fra i governanti di stati riconosciuti come legittimi si fanno accordi, compromessi, cessate-il-fuoco contrattati, ma in questo caso? Per dire, molti ufficiali confederati erano ex ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti, erano passibili di corte marziale per aver preso le armi contro il loro paese (e contro i loro compagni di classe a West Point).
Altro che prigionieri di guerra, erano traditori.
La cosa si complicò ulteriormente quando, per il Nord, la Guerra civile divenne non solo guerra contro la secessione ma anche guerra contro la schiavitù. Prima con il Proclama di emancipazione, nel pieno della guerra, e poi, a posteriori, con l’abolizione formale dell’istituzione schiavile. A quel punto il risultato della guerra acquistò, di fatto, il pieno significato di una “resa incondizionata” anche senza averne il nome. Il presidente Lincoln pretese il restauro dell’unità nazionale e la fine della schiavitù. Gli stati della Confederazione non furono solo stati e governi nemici sconfitti, le loro aspirazioni tarpate. Divennero sistemi politico-sociali trasformati.
Il Sud subì una regime change imposto dall’esterno, con la forza delle armi.
Questo approccio alla resa incondizionata sembra essere simile a quello adottato da Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill a Casablanca (gennaio 1943) nei confronti di Germania, Italia e Giappone. Per gli alleati non si trattava solo di sconfiggere tre stati bellicosi, aggressivi, bensì di mutarne le strutture istituzionali, politiche e sociali. Più che gli stati, dovevano essere i regimi che li plasmavano e governavano in quel momento storico ad arrendersi senza condizioni. E magari a sparire dalla vista del mondo.
La politica della uncondizional surrender era parte della guerra antifascista, una guerra di cambiamento politico (e se si vuole di esportazione della democrazia).
Categorie:Uncategorized