Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Minnesota, lo Stato del progressismo Midwestern

Il Minnesota, al centro in questi giorni di dirompenti tensioni politiche nazionali (lo era già stato nel 2020, dopo l’assassinio di George Floyd), ha una storia secolare di movimenti progressisti, populisti di sinistra nel senso Midwestern del termine, confluiti infine nel partito Democratico.

In Minnesota, infatti, il partito statale non si chiama Democratico bensì Democratic-Farmer-Labor Party, affiliato al partito Democratico nazionale. E’ erede, anche nel nome, di una tradizione di partiti laburisti urbani e agrari legati ai sindacati la cui fusione avvenne nel pieno del New Deal, nel 1944. E’ erede anche di una tradizione di organizzazione e partecipazione civica: alle elezioni presidenziali degli ultimi anni l’affluenza alle urne si è avvicinata all’80% degli aventi diritto, un record nazionale.

Oggi il DFL controlla in pieno il governo statale, esprime il governatore e la maggioranza in entrambe le camere. Ha quindi potuto produrre una legislazione interessante sui diritti: libertà di scelta sull’aborto, uso ricreativo della marijuana, diritti LGBT, controlli su chi acquista armi. E anche sul welfare: accesso quasi gratuito all’istruzione superiore, spese per l’istruzione indicizzate all’inflazione, diritti parentali per i lavoratori.

Seguendo l’ispirazione di tipo social-democratico dei primi immigrati europei di discendenza germanica e scandinava, il Minnesota ha sempre avuto una spesa pubblica elevata, e quindi tasse. Il nickname ufficiale dello stato, quello che si trova scritto sulle targhe automobilistiche, è “Land of 10.000 Lakes” (un terzo della sua superficie è costituito da migliaia di piccoli laghi). Per i nemici è invece “Land of 10.000 Taxes”, il paese delle 10.000 tasse.

La politica statale ha prodotto figure storiche nazionali liberal come Hubert Humphrey e Walter Mondale, entrambi vice presidenti e candidati presidenziali del partito. Ha prodotto anche esponenti più left liberal come i senatori progressisti Eugene McCarthy (attivo negli anni Sessanta) e soprattutto Paul Wellstone, vera icona e speranza della sinistra Democratica, ebreo di discendenza ucraina scomparso in un incidente aereo nel 2002, all’età di 58 anni.

Oggi il partito include molti club locali che fanno riferimento ai nuovi immigrati, ben presenti nell’area metropolitana Minneapolis-Saint Paul, le Twin Cities sorte sulle due sponde del Mississippi: ispanici, asiatici in particolare indiani e Hmong, africani soprattutto somali. Ma tutta la leadership istituzionale e di partito nello stato è la fotografia di un melting pot etnico e politico.

Il governatore Tim Walz (nel 2024 candidato alla vice presidenza con Kamala Harris) è di discendenza tedesca e svedese, cattolico convertito luterano. La vice governatrice, Peggy Flanagan, è Native American di nazionalità Ojibwe (Chippewa). L’Attorney General statale è Keith Ellison, afroamericano convertito all’Islam. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, quello che ha mandato a quel paese l’ICE, è ebreo ashkenazita. La deputata locale al Congresso, Ilham Omar, è immigrata somala musulmana.

Alle elezioni presidenziali del 2024 il Minnesota ha votato Democratico come sempre nell’ultimo mezzo secolo. L’ultima volta che ha votato Repubblicano è stato nel 1972, quando i Democratici vinsero solo il Massachusetts (la valanga che seppellì George McGovern e illuse Richard Nixon). Anche prima di allora, bisogna risalire a Ike Eisenhower, nel 1952 e 1956. Nel 1912 il Minnesota creò le sue credenziali progressiste scegliendo in massa il candidato di un terzo partito, Teddy Roosevelt del Progressive Party.

 «Viviamo tutti meglio, quando viviamo meglio tutti» (Paul Wellstone)

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  1. Comunicazione 08.08.24 - Stefano Ceccanti

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