Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La moralità del presidente e il governo della legge

«I palazzi dei re sorgono sulle rovine delle dimore del paradiso» (Tom Paine)

Sulla natura umana e sulla natura delle società umane Alexander Hamilton, il più realista dei padri costituenti degli Stati Uniti, non aveva grilli per la testa. Non pensava che la formazione politica che stava allora nascendo sarebbe stata abitata da cittadini virtuosi di virtù civiche repubblicane, pensosi del bene pubblico. Ciascuno di loro, pensava, sarebbe stato motivato soprattutto da interessi egoistici.

In uno dei saggi del Federalista con cui difese la nuova costituzione, il numero 6 (novembre 1787), Hamilton scolpì una frase terribile che ancora risuona: «gli uomini sono ambiziosi, vendicativi, e rapaci». Gli esseri umani hanno amore per il potere e desideri di dominio, vivono di rivalità, di passioni private, di inimicizie oltre che di affetti, di paure oltre che di speranze. 

Per questo, diceva il suo compagno d’avventure James Madison, c’era bisogno di un sistema di governo bene organizzato, affinché a governare fossero le leggi e non gli uomini, e i poteri dei governanti avessero limiti, controlli, contrappesi. «Se gli uomini fossero angeli, non ci sarebbe bisogno di governo» scrisse Madison nel Federalista numero 51 (febbraio 1788). Ma gli uomini, si sa, non sono angeli. 

«Il governo, come i vestiti, è un emblema dell’innocenza perduta», scrisse in Common Sense (1776) il più radicale dei rivoluzionari, Tom Paine. «I palazzi dei re sorgono sulle rovine delle dimore del paradiso». Il governo è un prodotto della «nostra malvagità», è un male necessario non per tornare in paradiso ma per promuovere un poco di felicità. Il governo la promuove «negativamente tenendo a freno i nostri vizi».

Naturalmente nessuno è perfetto, neanche i padri fondatori, e certo non bisogna dirlo a loro che lo sapevano benissimo. Persino Hamilton cedette al romance. Nel Federalista numero 68 (marzo 1788) si disse convinto che il sistema per scegliere il presidente fosse così ben congegnato che avrebbe sempre prodotto buoni risultati. Le influenze demagogiche, queste nemiche mortali della repubblica, sarebbero state minimizzate. 

Hamilton disse che esisteva una «notevole probabilità» di vedere la presidenza sempre occupata da persone distinte per meriti e virtù, non per le arti dell’intrigo o per le «arti della popolarità». In ogni caso c’erano i rimedi, perché nessuno avrebbe mai potuto governare contando sulla sua moralità o immoralità, c’erano le leggi, c’era la legge, che diamine.

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