Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Ha giurato sul Corano 

Negli Stati Uniti gli eletti alle cariche pubbliche giurano fedeltà alla Costituzione e, se è il caso, agli statuti delle istituzioni di governo inferiori delle cui cariche sono titolari. Il nuovo sindaco di New York City Zohran Mamdani ha giurato fedeltà alla Costituzione degli Stati Uniti, alla Costituzione dello Stato di New York e alla Charter municipale della città di New York. La Costituzione degli Stati Uniti non dice altro, non chiede di giurare su alcunché. Anzi specifica che si può pronunciare un “oath”  (un giuramento che evoca il sacro) o una “affirmation” (un giuramento laico). E chiarisce che non sarà mai richiesto un test di tipo religioso, non è affare istituzionale il dio in cui si crede o non si crede.

Volendo proprio leggerlo, questo è il testo della Costituzione in proposito (articolo 6, sezione 3): “I senatori e i rappresentanti sopra menzionati, nonché i membri delle varie legislature statali e tutti i funzionari esecutivi e giudiziari, sia degli Stati Uniti che dei vari Stati, saranno vincolati da giuramento o affermazione a sostenere questa Costituzione; ma nessun test religioso sarà mai richiesto come requisito per qualsiasi carica o incarico pubblico negli Stati Uniti”.

Trattasi dunque di una Costituzione compiutamente laica, secolare, come d’altra parte è riaffermato nel Primo emendamento del 1791: non c’è nessuna religione di stato e c’è piena libertà religiosa. Proprio la radicale separazione fra stato e chiesa consente alle religioni (al plurale), come sentimenti e valori e come movimenti e realtà sociali, di agire piuttosto liberamente nella vita pubblica (alla pari di altri movimenti valoriali, ideologici, ecc.). E consente agli eletti di scegliere, se lo desiderano, di giurare su un testo religioso o, se è per questo, su qualunque altro testo, o su nessun testo, anche.

Per una tradizione (tradizione!) iniziata dal primo presidente George Washington, i più giurano sulla Bibbia cristiana. Un po’ perché sono cristiani, un po’ per automatismo culturale. Con il tempo sono arrivate comunità di altre fedi e altre etnie e tradizioni e si sono visti altri libri. Così ci sono persone di fede induista, come l’attuale Director of National Intelligence di Trump, Tulsi Gabbard (di origine samoana), che hanno giurato sulla Bhagavad Gita. Ci sono persone di fede ebraica che hanno giurato sulla Torah come, ieri a Manhattan, il nuovo Comptroller municipale, nonché sodale politico di Mamdani, Mark Levine. E ci sono persone di fede musulmana che hanno usato il Corano.

Mamdani non è il primo musulmano di visibilità nazionale ad aver giurato sul Corano (in un giuramento amministrato dall’ebreo Bernie Sanders). L’ha fatto una ventina d’anni fa il deputato afro-americano alla Camera dei Rappresentanti a Washington, Keith Ellison, su una copia del Corano appartenuta a Thomas Jefferson, un gran campione della libertà di religione. L’hanno fatto più recentemente, usando copie del Corano di famiglia, due deputate musulmane alla stessa Camera, Ilhan Omar del Minnesota, somala di nascita, e Rashida Tlaib del Michigan, di discendenza palestinese. 

La scelta del libro è affare personale. Può riguardare un testo non religioso, un codice di leggi, un libro preferito. C’è chi ha giurato sulla “Autobiografia di Malcolm X” (una commissaria afro-americana in Georgia). E chi, come il deputato californiano Robert Garcia, l’ha fatto su un fumetto di Superman (eroe di giustizia, per giunta immigrato). C’è infine chi ha giurato e basta, per scelta o per necessità. Per dire, il vicepresidente Theodore Roosevelt divenne presidente in circostanze straordinarie, nel 1901, dopo l’assassinio del presidente William McKinley. Teddy era a caccia nei boschi, corse al capezzale di McKinley a Buffalo e giurò in una casa privata su niente.

La scelta del libro è affare solo personale quando è di routine e mainstream. In certe circostanze di cambiamento può diventare un simbolo pubblico di rottura, di novità. Quando nuove comunità di immigrati non cristiani entrano nel gran calderone americano, spesso e volentieri sono guardate con sospetto (all’inizio toccò anche ai cristiani non protestanti, cioè ai cattolici). La presenza di un loro libro sacro al centro di importanti cerimonie della religione civile repubblicana come l’insediamento di un rappresentante del popolo eletto dal popolo è un segnale di affermazione e accoglienza. Indica legittimità acquisita e orgoglio di appartenenza.

Naturalmente nella pratica civile e politica, così come nella storia del paese, non tutto è rose e fiori, ci mancherebbe. Ci sono fondamentalismi continuamente all’opera, religiosi così come etici e politici. Ci sono sempre desideri di far prevalere le proprie norme o addirittura di imporle a tutti, qualora se ne abbia il potere. Desideri pericolosi, sia quando diventano movimenti popolari che quando si espandono dalle finestre della Casa bianca. E tuttavia. Tuttavia, pensare che la presenza di una molteplicità di libri sacri in contesti civili in una società multireligiosa sia solo un simbolo di bigottismo – è un po’ da bigotti.

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