Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il regime non-nato dell’America? La giuria non si è ancora pronunciata

Questo post è una sintesi snella e orale delle cose che dico con più pompa e pomposità nelle pagine introduttive all’ultimo capitolo del libro Il secolo degli Stati Uniti (Il Mulino, quinta edizione, settembre 2025). C’è solo, qua e là, qualche battuta di aggiornamento, visto che il testo è andato in tipografia all’inizio di aprile e dopo son successe cose.

Proviamo a guardare al presente e all’immediato passato partendo dal 2008? Dall’elezione di Barack Obama, dai suoi slogan che annunciavano l’inizio di una nuova epoca, la promessa di un “Change You Can Believe In”, un futuro di “Hope”?  Ecco, partiamo da lì. Con il senno di poi, è evidente che le promesse e le “speranze” di allora si sono rivelate illusorie, o troppo affrettate. 

Indubbiamente, da primo presidente figlio del Pacifico, l’hawaiiano di discendenza est-africana Obama aveva uno sguardo inedito, non euro-atlantico, sull’America nel mondo. E ha davvero avviato una svolta cruciale in politica estera, un pivot to Asia che ha messo (ancora oggi) la competizione con la potenza in ascesa della Cina al centro degli interessi strategici nazionali. Alla ricerca (ancora oggi) di un nuovo ordine mondiale. Ma il mondo ha continuato a essere disordinato dappertutto, e gli Stati Uniti sono stati risucchiati in grossi guai old fashioned in Medio Oriente, addirittura ottocenteschi in Europa con la Russia. 

Certo, ci fu allora un nuovo interesse per il ruolo attivo del governo nell’indirizzare la vita economica e sociale, incoraggiato dalla grande recessione del 2008 che implorava rimedi pubblici. Era solo un accenno in Obama, molto di più in Joe Biden, che ha finito per proporre un vero e proprio cambio di paradigma politico a favore del big government, dopo decenni di culto del governo limitato. Tuttavia lo scontro su questa novità è diventato feroce. Lo stato federale ha continuato a essere visto da molti americani e da un loro campione, Donald Trump, come un deep state asfissiante e burocratico, non strumento del popolo per il suo benessere ma ostacolo alla sua felicità e libertà, qualcosa da smantellare. Tranne, in Trump, mantenere saldo il comando dell’esecutivo esteso, imperiale.

Che l’elezione del primo presidente nero inaugurasse un’era post-razziale fu la convinzione autocelebrativa di un giorno. La barriera razziale è caduta, gridò in prima pagina il “New York Times”. In realtà è stata proprio quell’elezione a far riemergere la questione razziale come questione irrisolta: per gli afroamericani che, malgrado la presenza di una famiglia nera alla Casa Bianca, non hanno smesso di subirne le ferite; e per i bianchi che da quella famiglia nera alla Casa bianca si sono sentiti espropriati. Ciò è confluito nelle controversie sulle grandi migrazioni che stanno mutando la composizione etnico-razziale della popolazione, mettendo in discussione, in prospettiva, il predominio degli americani di discendenza europea. L’elezione di un giovane musulmano nato all’estero e di discendenza sud-asiastica a sindaco di New York City ne è l’ultimo potente simbolo.

C’è stato un balzo indietro persino nell’età della leadership presidenziale. L’elezione a 47 anni del giovane Obama sembrava segnalare un cambio generazionale. Ma dopo di lui si è tornati alla generazione precedente, quella che nel linguaggio popolare e pop è la generazione dei boomers più vecchi, quelli nati negli anni Quaranta del Novecento. I presidenti Biden e Trump, come altri aspiranti presidenti del 2016, Hillary Clinton e Bernie Sanders, sono stati e sono protagonisti settantenni e poi ultrasettantenni e infine ottantenni, fin dentro la senilità, della vita pubblica. 

Insomma, la nuova epoca che avrebbe dovuto essere magicamente inaugurata da Obama si è rifiutata di nascere davvero, né è chiaro quali avrebbero dovuto essere le sue caratteristiche. Per il momento, in questo non-nascere sta forse il suo tratto più specifico e inquietante.

Nelle tre elezioni presidenziali che hanno seguito la presidenza Obama il pendolo partitico e politico è oscillato da una parte all’altra dello spettro ideologico in modo vistoso ogni quattro anni. Dopo il liberal ancora piuttosto neoliberale Obama del 2008 e del 2012, culturalmente un po’ libertario child of the Sixties (ne senso di nato allora), è arrivato nel 2016 il primo Trump rudemente antistatalista, nazionalista, volgarmente maschilista, sprezzante delle norme della vita istituzionale, una sorpresa per tutti, anche per lui stesso. 

Nel 2020 è stata la volta di Biden, che invece ha predicato e messo in pratica politiche che guardavano all’America riformatrice e internazionalista del Novecento, a Woodrow Wilson e al New Deal. Nel 2024 è stato soppiantato dal ritorno straordinario del secondo Trump, che guarda ancora più indietro, alla fine dell’Ottocento, all’America free-market, protezionista e imperialista muscolare di William McKinley o Teddy Roosevelt con il suo freudiano big stick ­– minacciosa soprattutto con i deboli. In rapporti organici con i robber barons del momento, e cioè con gli oligarchi tecnologici multimiliardari della Silicon Valley. 

A ogni tornata elettorale l’oscillazione politica si è fatta più ampia, il conflitto più radicale e polarizzato, l’elettorato più arrabbiato, ma i risultati numerici non sono stati travolgenti. I presidenti hanno vinto con vantaggi modesti, come se si trattasse degli alti e bassi di una alternanza di partito competitiva. In effetti con vantaggi sempre più ridotti; nel 2016 Trump il voto popolare proprio lo ha perso, nel 2024 lo ha vinto con il margine minimo dell’ultimo mezzo secolo. Tutti i presidenti sono entrati alla Casa Bianca con un Congresso controllato dal loro partito, ma per un pelo, per pochi seggi, e solo per il primo felice biennio del loro mandato. Poi, a ogni elezione di midterm, il partito di opposizione ha conquistato la maggioranza in almeno una delle camere. E addio felicità.

Non c’è mai stato un voto a valanga decisivo, una cosa da 60% contro 40%, come i voti per Franklin D. Roosevelt nel 1936 oppure per Richard Nixon nel 1972 e Ronald Reagan nel 1984. Quei voti avevano creato nuovi regimi politico-sociali piuttosto duraturi; avevano fondato, nell’ambito del sistema costituzionale liberal-democratico, nuovi arrangiamenti di autorità e di potere, di policies di governo nazionali e internazionali, di coalizioni elettorali e di interessi prevalenti. Niente di tutto questo è successo in questi ultimi anni, se non per suggestioni rimaste in sospeso, interrotte. La seconda presidenza Trump ci sta provando con insistenza a consolidare un progetto di nuovo regime, nel suo caso illiberale e autoritario, forzando la mano, senza averne per il momento i numeri, i voti.

Che ci sia in ballo la ricerca di un regime change di qualche tipo sembra un’ipotesi ragionevole. Ma the people non si è ancora pronunciato. Forse lo farà alle elezioni di midterm del 2026, oppure chissà. La giuria è in camera di consiglio, non ha ancora emesso il verdetto.

N. Rockwell, The Holdout (A Jury’s Lone Dissenter), The Saturday Evening Post, 1959.

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