
«Ci si accorse, durante quegli anni di studio, che l’America non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti».
Un amico su Facebook mi ha ricordato queste parole di Cesare Pavese, importanti per lui e, a sua insaputa e anche alla mia (me n’ero del tutto dimenticato), altrettanto importanti per me. In effetti sono state all’origine delle mie curiosità giovanili per l’America quando parecchi di noi si usciva da una adolescenza che era stata anche pavesiana – da cui alcune conseguenze. Fra le quali anche un certo approccio intellettuale.
La citazione viene da un articolo di Pavese pubblicato su «L’Unità» di Torino del 3 agosto 1947 che lessi in una antologia di suoi saggi sulla letteratura americana. La versione dell’antologia che ho in casa è Cesare Pavere, Saggi letterari (Einaudi 1968, pp. 173-175), ma la mia prima lettura è di certo da una versione precedente. Il titolo è dato come Ieri e oggi, anche se nella foto sbiadita e illeggibile che metto in calce (sembra la stampata da un microlettore) ce n’è proprio un altro, In giro per l’America. Chissà come vanno queste cose.
Comunque Ieri e oggi va benissimo come titolo, e avendo appena riletto l’articolo, posso aggiungere questo, allungando l’arco cronologico del suo ragionamento: ieri come gli anni Trenta di Pavese, il suo oggi come la fine degli anni Quaranta, e infine anche l’oggi nostro. L’estensione temporale è ovviamente illegittima, ma insomma, a questo servono le riletture dei classici.
L’articolo di Pavese prosegue infatti dicendo: questo era vero ieri, quando noi si soffocava sotto il fascismo e da altrove, oltreoceano, veniva un soffio d’aria fresca, di vita, «una gioia di scoperta e di rivolta». I libri che arrivavano da lì ci facevano pensare a una letteratura e una cultura americana come luogo di lavoro e ricerca che andasse al di là degli stereotipi, dell’America «Babele di clamorosa efficienza, di crudele ottimismo al neon».
Tutto ciò non è più vero oggi, dice Pavese nell’estate del 1947. Di libri americani ne arrivano a iosa, ma non ci eccitano più, e quei pochi che scuotono la nostra fantasia, se andiamo a controllare la data, sono dell’anteguerra arrivati in ritardo. «Siamo noi che invecchiamo o è bastata questa poca libertà per distaccarci?». La realtà è che la cultura americana ha perso il suo carattere d’avanguardia in coincidenza con «la fine, o sospensione, della sua lotta antifascista».
Conclude Pavese: «Ma senza un fascismo a cui opporsi, senza cioè un pensiero storicamente progressivo da incarnare, anche l’America, per quanti grattacieli e automobili e soldati produca, non sarà più all’avanguardia di nessuna cultura. Senza un pensiero e senza lotta progressiva rischierà anzi di darsi essa stessa ad un fascismo, e sia pure nel nome delle sue tradizioni migliori».
Ora non ricordo le vicende specifiche dei rapporti di Pavese con la sinistra italiana dell’immediato dopoguerra, con il partito comunista in particolare (a cui si iscrisse), ma qui il sottotesto mi sembra evidente. L’America che amavamo si è perduta nel momento in cui, avendo vinto la guerra antifascista, è diventata campione di altri ideali e altri interessi. Anzi, rischia essa stessa una forma di fascismo. Degli ideali progressivi e antifascisti, uno può tirare a indovinare, o immaginare – i campioni sono diventati altri?
È la guerra fredda, bellezza, l’inizio di una lunga storia. Finita la quale nella sua forma storica, oggi, in tempi diversi, non migliori, si può forse tornare alla citazione iniziale e usarla a rinnovati fini. Suggerendo che i rischi di involuzioni autoritarie (lasciamo perdere la parola «fascismo») delle democrazie liberali, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, siano diventati comuni. E che quindi si possa guardare all’America, con rinnovati occhi pavesiani, come a un «gigantesco teatro» dove viene «recitato il dramma di tutti».
Consapevoli, credo, che non ci sia un altrove, un oltreoceano qualunque da cui possano venire gioie di scoperta e di rivolta davvero nuove e utili. Deve essere tutta roba nostra.

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