Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Elezioni  critiche a New York? Appunti sparsi sulle primarie democratiche municipali

Sindacati?

Intanto si muovono cose, tre sindacati influenti (alberghieri, portieri e altri lavoratori nei servizi di mantenimento e pulizia, infermieri) hanno endorsed Mamdani. Hanno decine di migliaia di iscritti che abitano in città, molti hanno la cittadinanza e votano, sono ispanici o di colore. Due avevano sostenuto Cuomo, di solito è normale compattarsi dietro a chi vince le primarie, ma questa volta è più complicato se Cuomo resta in corsa come indipendente. Verso fine della primarie anche la UAW regionale, il sindacato dell’automobile e di tante altre cose, ha designato Mamdani come la scelta numero uno sulla scheda elettorale; si è speso anche il presidente nazionale Shawn Fain. Da sempre Mamdani ha l’endorsement parziale del District Council 3, il più grosso sindacato locale del pubblico impiego, che l’ha indicato come scelta numero due dopo Adrienne Adams, la presidente del consiglio comunale arrivata quarta; ora che cosa farà? Infine è arrivato l’endorsement del Central Labor Council AFL-CIO, la camera del lavoro federale, un milione e mezzo di iscritti. Sembra che una parte dell’establishment del partito democratico, di cui le unions sono una componente, si stia rapidamente schierando.

Ripartire da Zohran??

Ma Mamdani è o dovrebbe essere la nuova faccia del partito democratico americano? Gente come lui ne è già una delle facce, e ciò è obiettivamente un problema (un problema ricorrente, eh) in comunità in cambiamento, dove nuovi gruppi crescono, vecchi gruppi si sentono scavalcati, il tutto, in questo caso, intrecciato a brutali questioni internazionali. È un problema che richiede prudenza e leadership a New York, e figuriamoci a livello nazionale, dove i Dems organizzano metà dell’elettorato (che non è l’elettorato di New York). C’è una certa tendenza, nell’ala sinistra, a discutere della faccenda come se i Dems fossero un partitino emme-elle di cui destituire il General Secretary. Ovviamente non è così, come disse a suo tempo Adlai Stevenson, purtroppo abbiamo bisogno di una maggioranza, signora mia. (Discorsi del genere sono tanto più facili quanto più si è lontani, per esempio all’estero, dove fantasticare è gratis.)

Elezioni critiche? 

Sembra che Andrew Cuomo abbia fatto la sua parte nella campagna elettorale, e l’abbia fatta bene. Con l’aiuto decisivo dei soldi dei super PAC e delle organizzazioni sindacali amiche ha messo insieme i voti che voleva per vincere. Quello che nessuno aveva previsto è stata l’ondata di nuovi elettori mobilitata da Mamdani, che ha scombussolato tutto. I primi calcoli dicono che, fra chi ha votato in anticipo (early-voting), nei giorni precedenti il martedì elettorale, e si tratta di 385.000 elettori, il doppio dell’ultima volta, i first-time voters siano stati il 25%, un quarto del totale. L’ultima volta erano stati il 3%, inesistenti. È di questa pasta che sono fatte le “elezioni critiche“, quelle che cambiano il paradigma, che potenzialmente cambiano il regime. Purché ci sia un soggetto politico saggio abbastanza da non sperperarle, autorevole abbastanza da riuscire a consolidarle. E, naturalmente, se questi cambiamenti si riverseranno nelle elezioni municipali generali.

Sindaco di minoranza?

In genere, si dice a New York, chi vince le primarie democratiche per sindaco ha poi il posto assicurato. Questa volta non è detto che sia così per Zohran Mamdani. Se Andrew Cuomo e il sindaco in carica Eric Adams, entrambi di provenienza democratica, restano in gara da indipendenti, le elezioni municipali potrebbero essere una lotteria (c’è anche un candidato repubblicano, ma conta poco). Alle elezioni generali a novembre non si vota come nelle primarie, qui non sono possibili alleanze con cross-endorsement, si vota una persona secca con un sistema a maggioranza semplice, chi prende un voto in più vince. Se Cuomo e Adams fanno il loro lavoro, alla fine l’elettorato democratico potrebbe essere spaccato in tre. Per vincere potrebbe bastare poco più di un terzo dei voti espressi. Ciò favorirebbe Mamdani che ha il vento in poppa? Chissà. Forse lo favorirebbe come candidato ma non come sindaco in carica, che dovrà far cose complicate, accordi, compromessi. Sarebbe un sindaco di minoranza, già poco aiutato dal nome che porta.  

Pie in the sky?

Almeno uno dei punti programmatici di Mamdani, gli asili nido gratuiti, non è una fantasia estremista. Ne stanno discutendo il consiglio comunale, guidato dalla Speaker Adrienne Adams, e l’attuale sindaco, Eric Adams (no, non sono parenti, solo ex compagni di classe). Anche Adrienne ha partecipato alle primarie democratiche e alle discussioni sui costi proibitivi della vita in città, è arrivata quarta. Nel nuovo bilancio municipale sono previsti 10 milioni di dollari per un progetto pilota di child care gratuito per centinaia di famiglie a basso reddito. Questi numeri si aggiungono ai 34.000 bambini che l’asilo gratuito ce l’hanno con il programma federale Head Start, roba degli anni 1960s della Great Society di Lyndon Johnson, ora minacciata di tagli dall’amministrazione Trump. Insomma, altro che pie in the sky, altro che sogno utopico. Son cose che in parte ci son già, che semmai rischiano di scomparire.

Cursus honorum newyorkese?

Dopo i primi sindaci irlandesi (barbari alcolizzati!) negli anni Ottanta dell’Ottocento; dopo i primi italiani (mafiosi!) tipo Fiorello La Guardia, negli anni Trenta del Novecento; dopo i primi ebrei (ebrei!) come Abraham Beame e Ed Koch, negli anni Settanta-Ottanta; dopo i primi afroamericani (negri!) come David Dinkins, negli anni Novanta; ora potrebbe essere l’occasione del primo sindaco sud-asiatico musulmano (musulmano ugandese comunista hamas! immigrato illegale! più o meno come il presidente kenyota Obama!). Ciascuno ha dovuto combattere contro gli stereotipi e fare i conti con i demoni e i peccati del gruppo etnico-religioso di appartenenza – è parte del cursus honorum. Ora tocca agli ultimi arrivati. Certi bianchi nordici biondi son sempre lì a reclamare, sempre più biondi, sempre più stupiti, sempre di meno (e questo è un problema serio, sia chiaro).

Cross-endorsement americano? 

Brad Lander, che è il City Comptroller eletto, il money guy delle finanze municipali (gestisce i fondi pensione dei dipendenti, per dire), il politico ebreo più in vista della città, e Zohran Mamdani – l’ebreo e il musulmano dunque, si sono aiutati a vicenda nella giungla della politica etnica newyorkese, contro il favorito Cuomo. I due si sono cross-endorsed l’un l’altro, ciascuno ha invitato gli elettori a votare per sé come prima scelta e per l’altro come seconda scelta. I loro stessi nomi evocano le tensioni fra due comunità  innescate da conflitti altrove; evocano prevedibili differenze derivanti dalle vicende medio-orientali. Ma lontano da là, anche se non abbastanza lontano? È una scommessa. Il programma agitato è centrato sul costo della vita in una città invivibile per chi guadagni normale. Prevede autobus gratuiti, assistenza all’infanzia gratuita, congelamento degli affitti a canone calmierato, il tutto finanziato da un aumento delle tasse sui residenti più ricchi. Prova a saltare le tensioni etniche con una dose di positivo populismo economico.

Nepo baby?

Zohran Kwame Mamdani è tecnicamente figlio di immigrati e immigrato naturalizzato lui stesso – ma insomma. In effetti è figlio della intellectual royalty di Manhattan, di genitori cosmopoliti che insegnano a Columbia, laureati a Harvard, e celebri. Il padre è Mahmood Mamdani, professore di studi africani post-coloniali, nonché public intellectual internazionale (ugandese di nascita indiana con una lunga storia americana, a cominciare dalla partecipazione al civil rights movement degli anni 1960s). La madre è Mira Nair, regista cinematografica di nascita indiana, ben conosciuta anche in Europa e in Italia per i suoi film, Salaam Bombay!Mississippi MasalaLa fiera della vanità, forse soprattutto per Monsoon Wedding con cui vinse il Leone d’oro a Venezia nel 2001. 

Dico questo perché sembra che Mamdani piaccia parecchio agli elettori suoi coetanei (ha 33 anni) ma che, nell’elettorato popolare, possa essere percepito come un nepo baby, un figlio del privilegio, del nepotismo, un sostenitore di cause molto di sinistra che non sa niente della vita. Interrogato in proposito dal Guardian, se si consideri davvero un figlio di papà, dice saggiamente: “Lascerò che siano gli altri a giudicare. Mi sono state sicuramente offerte delle opportunità”. E aggiunge: “Ma nella politica locale, non credo che significhi molto per la gente di Astoria”, cioè del distretto di Queens di cui è deputato statale. Ora come aspirante sindaco la sua constituency diventa tutta la città e staremo a vedere. Intanto se l’è vista con un altro nepo baby, stagionato, come Andrew Cuomo e l’ha sconfitto.

Gli affitti sono meledettamente troppo alti?

C’è chi ha aperto la strada, già contro un più giovane Andrew Cuomo allora candidato governatore. Parlo di Jimmy McMillan, presidente e leader del Rent is Too Damn High Party. Una quindicina d’anni fa, a capo di un partito con tre iscritti, corse per sindaco di New York e anche per governatore dello stato. L’uomo, il nome del partito, lo slogan iconico, e l’unico punto del programma erano una cosa sola. Il rimedio a ogni problema? Abbassare gli affitti che sono maledettamente troppo cari. Su tutto il resto McMillan era agnostico e comunque di animo aperto alle novità. Quando gli fu chiesta la sua posizione sul matrimonio fra persone dello stesso sesso rispose: “Se vuoi sposare una scarpa, io ti sposo”. L’incauto Cuomo, in questo dibattito televisivo, allora sorrise di lui.

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