
Nel primo giorno della sua visita negli Stati Uniti, nel settembre 2015, papa Francesco deve inventarsi formule un po’ faticose per dire quanto siano importanti, nei paesi delle Americhe, le comunità immigrate dalle quali in quanto italo-argentino lui stesso proviene.
Nel suo saluto alla Casa bianca del presidente Obama dice: “Quale figlio di una famiglia di immigrati, sono lieto di essere ospite in questo paese, che in gran parte è stato edificato da famiglie simili”. In gran parte, dunque, mica tutto, e mica solo da loro. E di fronte al Congresso ripete: “Noi, gente [“We, the people”, nel testo inglese, abilissima citazione] di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché la maggior parte di noi una volta eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati”.
La maggior parte di noi, tanti di voi, dunque mica tutti, appunto.
Infatti – e i nativi? I nativi che immigrati non sono? Che qualche sospetto nei confronti degli immigrati potrebbero averlo con qualche ragione? E che anche in Argentina, come ovunque nel Nuovo mondo, dalle comunità immigrate comprese quelle di discendenza italiana sono stati maltrattati la loro parte?
In effetti negli stessi discorsi papa Francesco riconosce i nativi e le loro tragedie. Dice: “Tragicamente, i diritti di quelli che erano qui molto prima di noi non sono stati sempre rispettati. Per quei popoli e le loro nazioni desidero riaffermare la mia più profonda stima e considerazione”. Ma ci mette anche un po’ di relativismo storico, aggiungendo: “Quei primi contatti sono stati spesso turbolenti e violenti, ma è difficile giudicare il passato con i criteri del presente”.
(“Chi sono io per giudicare”?)
È tanto relativista, Francesco, che il 23 settembre a Washington fa santo Junípero Serra, un padre francescano spagnolo attivo nella California nel Settecento, già beatificato da Giovanni Paolo II. Nella sua omelìa lo presenta come un protettore dei nativi, un missionario che ha “saputo lasciare la sua terra, le sue usanze, ha avuto il coraggio di aprire vie, ha saputo andare incontro a tanti imparando a rispettare le loro usanze e le loro caratteristiche”. Junípero, dice, “ha cercato di difendere la dignità della comunità nativa, proteggendola da quanti ne avevano abusato. Abusi che oggi continuano a procurarci dispiacere, specialmente per il dolore che provocano nella vita di tante persone”.
Dispiacere e dolore per cose del passato. Ma nel presente, a prevalere, è il discorso sull’orgoglio della comunità immigrata ispanica.
Nella primavera precedente, in vista del viaggio nordamericano, Francesco descrive Junípero come “un santo esempio dell’universalità della Chiesa e speciale patrono della gente ispanica del paese”. In modo ancora più impegnativo, lo definisce (addirittura!) “uno dei padri fondatori degli Stati Uniti”. E ora a settembre così può ben dire l’arcivescovo di Los Angeles, José Horacio Gómez: “Questa è la big story: il primo Papa ispanico viene in America per darci il nostro primo santo ispanico. Il papa invita tutti noi in America a riflettere sulla nostra storia, sull’eredità ispanica e cattolica della nostra nazione, sulla nostra eredità in quanto nazione di immigrati”.
Il primo santo dei migranti ispanici.
Un paio di giorni dopo la proclamazione papale di santità una statua del primo santo dei migranti ispanici è abbattuta da ignoti.
Succede a Carmel, sulla costa californiana. Ignoti imbrattano di vernice anche la sua tomba, nel piccolo cimitero adiacente, e lasciano la scritta “Santo del genocidio”. Passano due settimane e ignoti decapitano un suo monumento a Monterey. Stesso destino, prima o poi, capita a una decina delle numerose statue di Junípero Serra che punteggiano tutta la California.
Relativismo per relativismo – sembra che per molti dei discendenti dei nativi protetti da padre Serra, Junípero non sia proprio un santo protettore. Essi ricordano piuttosto una catena di missioni cattoliche in cui i loro antenati entrano magari liberamente (spesso è l’unico luogo dove trovare cibo), ma poi non ne escono più, vestiti in divisa, costretti a un lavoro semischiavile, riportati dentro con la forza se si allontano, la frusta come punizione, convertiti alla nuova fede e alle nuove usanze.
Compito delle missioni è giusto quello di assimilare i nativi, di farne dei similspagnoli e dei cattolici.
Un po’ di storia, allora. Nel cuore del Settecento, mentre i britannici colonizzano il Nordamerica spingendosi dall’Atlantico verso ovest, gli spagnoli risalgono la costa del Pacifico verso nord con i loro eserciti, i loro missionari e le loro missioni. Dopo l’espulsione dei gesuiti, sono i francescani a guidare gli insediamenti religiosi (e qui al gesuita papa Francesco sicuramente fischiano le orecchie). Fra fine Settecento e inizio Ottocento ne fondano una ventina con quei dolci nomi spagnoli che santificano la terra californiana da San Diego a San Francisco. Padre Serra ne fonda i primi nove, e cerca di governarli con paternalismo che a lui pare benevolo. È convinto di amare i nativi, è convinto che siano bambini da educare e vigilare per il loro bene, e che per essere buoni basti difenderli dalle peggiori brutalità dei soldati.
Lascia una eredità e una memoria di paternalismo oppressivo, di tentativi di distruggere le loro culture.
E di animi lacerati. Perché i nativi di oggi sono anch’essi cattolici, convertiti da allora. Appartengono allo stesso universo spirituale condiviso con i discendenti dei conquistatori spagnoli che, in un modo o nell’altro, li hanno convertiti e con i nuovi ispanici arrivati più di recente da sud del Rio Grande.
Si trovano al crocevia di tante storie non facili da vivere e conciliare. E neanche facili da raccontare, nelle Americhe. Neanche da parte di un papa di nome Francesco venuto dalla fine del mondo, cioè da quelle parti là.
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Adattato da Arnaldo Testi, I fastidi della storia. Quale America raccontano i monumenti, Il Mulino, 2023, pp. 93, 110-112.
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