
Trenta e passa anni fa, all’inizio dell’epoca ormai tramontata del politicamente corretto e della controcultura woke, allo scrittore Saul Bellow fu attribuita una citazione imbarazzante. Non c’erano ancora le bolle di opinione dei social media, quindi non si capisce bene come la citazione fosse così ampiamente circolata, come dice lo stesso Bellow nell’articolo qui sotto, “sui giornali e altrove” – ma altrove dove, in televisione, alla radio, nei salotti e nelle taverne come nel Settecento? Come facevano a circolare le gossip e le fake news, allora, senza il Web? Comunque la citazione che oggi si trova dappertutto, se viene in mente di cercarla con google, è questa: “Chi è il Tolstoy degli Zulu? E il Proust degli abitanti di Papua? Sarei lieto di poterli leggere”.
L’imbarazzo della citazione non è difficile da immaginare, perfino oggi in piena restaurazione: arroganza occidentale, arroganza culturale, arroganza razzista bianca.
In un articolo sul New York Times del marzo 1994, intitolato Papuans and Zulus, Bellow nega di aver mai detto una cosa simile, anzi scrive proprio che “in nessun luogo a stampa, sotto il mio nome, c’è un solo riferimento agli abitanti di Papua o agli Zulu”. Ma oggi, che c’è il Web, se si presta la dovuta cura nella ricerca online si trova anche il luogo che Bellow ha dimenticato. La frase è riportata in un lungo articolo sul circolo degli intellettuali conservatori di Chicago a cui Bellow apparteneva, un pezzo scritto da James Atlas sul New York Times Magazine del gennaio 1988, ben sei anni prima. E lì ci sono proprio le parole incriminate, pari pari, anche se, va detto, non ne è indicata la fonte: (”Who is the Tolstoy of the Zulus? The Proust of the Papuans?” says Bellow. ”I’d be glad to read them.”).
Insomma, gli stessi redattori del New York Times del 1994 avrebbero potuto correggere Bellow consultando l’archivio del loro giornale. O avrebbe potuto farlo Atlas, che di Bellow stava scrivendo una biografia che sarebbe uscita del 2000.
Ma nessuno lo fece, sembra.
Nell’articolo del 1994 Bellow contravviene alla celebre regola di vita di Elisabetta II e della famiglia reale britannica, “Never complain, never explain”, e sente il bisogno piccolo-borghese di lamentarsi e spiegarsi. Si spiega spiegando: ma è un misunderstanding con l’intervistatore, io parlavo della differenza fra literate societies e pre literate societies, fra società alfabetizzate e società pre alfabetizzate, ho studiato antropologia io… E si lamenta lamentando: i miei critici vogliono condannarmi per disprezzo del multiculturalismo e diffamazione del terzo mondo. “Sono un anziano maschio bianco – un ebreo, oltretutto. Ideale per i loro scopi”.
Dopodiché il clima rissoso delle guerre culturali allora in corso è troppo attraente, e Bellow trova il modo di tuffarcisi dentro mani e piedi, facendo la sua parte di guerriero. Almeno la conclusione della sua intemerata finale contro la rabbia che diventa “uno strumento di censura e di dispotismo” – non sembra così fuori bersaglio, in generale.
Ecco alcuni passaggi tratti da Saul Bellow, Papuans and Zulus, New York Times, 10 marzo 1994, che si può leggere tutto qui. L’altro articolo citato è James Atlas, Chicago Grumpy Guru: Best-Selling Professor Allan Bloom and the Chicago Intellectuals, New York Times Magazine, 3 gennaio 1988.
I had come under attack in the press and elsewhere for a remark I was alleged to have made about the Zulus and the Papuans. I had been quoted as saying that the Papuans had had no Proust and that the Zulus had not as yet produced a Tolstoy, and this was taken as an insult to Papuans and Zulus, and as a proof that I was at best insensitive and at worst an elitist, a chauvinist, a reactionary and a racist – in a word, a monster.
Nowhere in print, under my name, is there a single reference to Papuans or Zulus. The scandal is entirely journalistic in origin, the result of a misunderstanding that occurred (they always do occur) during an interview. I can’t remember who the interviewer was. Always foolishly trying to explain and edify all comers, I was speaking of the distinction between literate and pre literate societies. For I was once an anthropology student, you see. […]
My critics, many of whom could not locate Papua New Guinea on the map, want to convict me of contempt for multiculturalism and defamation of the third world. I am an elderly white male – a Jew, to boot. Ideal for their purposes. […]
In any reasonably open society, the absurdity of a petty thought-police campaign provoked by the inane magnification of “discriminatory” remarks about the Papuans and the Zulus would be laughed at. To be serious in this fanatical style is a sort of Stalinism — the Stalinist seriousness and fidelity to the party line that senior citizens like me remember all too well. […]
Righteousness and rage threaten the independence of our souls. Rage is now brilliantly prestigious. Rage, the reverse of bourgeois prudence, is a luxury. Rage is distinguished, it is a patrician passion. The rage of rappers and rioters takes as its premise the majority’s admission of guilt for past and present injustices, and counts on the admiration of the repressed for the emotional power of the uninhibited and “justly” angry. Rage can also be manipulative; it can be an instrument of censorship and despotism.
- Finì in galera per aver accusato il presidente di avere “una sete sfrenata di ridicola pompa e di stupida adulazione”. Nel 1798 con gli Alien and Sedition Acts, altri tempi.
- Vendetta! Avvocati (democratici) vil razza dannata
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