Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Democratici o repubblicani, è la fine del governo limitato?

Che dire di un programma elettorale che parte dalla critica della “cieca fede nelle sirene del globalismo” che ha svenduto agli stranieri i posti di lavoro e i mezzi di sostentamento, i salari, dei lavoratori americani? 

E che quindi promette una robusta politica economica federale che ricostruisca la base industriale nazionale, punisca l’outsourcing all’estero di attività economiche, riporti a casa le più vitali produzioni manifatturiere e le più necessarie supply chains? Che promuova l’autosufficienza energetica? Che aiuti l’industria automobilistica? Che rafforzi le politiche di Buy American?  Che rafforzi e modernizzi le forze armate, le più potenti del mondo?  Che rifaccia del paese una “Manufacturing Superpower”? Che consenta agli Stati Uniti di raggiungere l’indipendenza strategica dalla Cina?

Parte integrante del programma è la difesa e il miglioramento della condizione dei lavoratori, non solo tramite il rientro in patria dei good jobs esportati. E’ anche prevista l’estensione alla classe operaia delle riduzioni fiscali che finora hanno favorito i redditi più elevati, e l’abolizione delle tasse sulle mance. E c’è la determinata protezione dei pilastri delle politiche sociali federali, cioè Social Security e Medicare, di cui si dice che non ci saranno tagli nei finanziamenti né cambiamenti (cioè innalzamenti) nell’età pensionabile.

Così proclama, in parte, il programma del partito repubblicano con cui Trump va alle elezioni e promette di governare i prossimi quattro anni. E quello che c’è da dire è questo: se vi ricorda le politiche dell’amministrazione Biden nel quadriennio appena trascorso, sono abbastanza d’accordo con voi. Ci sono linee di convergenza sugli obiettivi generali, non è chiaro se anche sui mezzi per ottenerli. O meglio, non è chiaro cosa ci sia nelle intenzioni dei repubblicani, non è esplicitato nel testo. I modi di operare dei democratici fin’ora, gli strumenti messi in campo, sono invece evidenti: un vigoroso governo federale.

E’ il big government, stupido! D’altra parte, what else

Biden era stato eletto nel 2020 con un programma ambizioso di ricostruzione economica e sociale che si ispirava all’interventismo pubblico dei tempi d’oro dell’America liberal, il trentennio newdealista. Le conquiste di quell’America, diceva Biden, sono state in parte smantellate; nell’ultimo mezzo secolo il paese ha vissuto spinte anti-stataliste, di deregulation dell’economia, della società, del mercato. Spinte guidate dai conservatori repubblicani alla Reagan,  ma che hanno toccato i democratici “neo-liberali”, i New Democrats alla Clinton. Spinte che hanno messo sotto stress la convivenza civile. 

C’era qui una sorta di autocritica dei democratici, di certi democratici, di Biden stesso, che ha vissuto in prima fila tutto l’arco dell’ultimo mezzo secolo di politica nazionale. Diceva e dice Biden, l’ha ripetuto nel discorso sullo stato dell’Unione del marzo scorso: c’è bisogno di “cambiare il paradigma” nelle politiche pubbliche. C’è bisogno di scommettere su una rottura epocale, su un ritorno al ruolo centrale del governo federale nella società e nell’economia. Eccoli gli strumenti dunque: un energico big government riformatore. 

Il cuore teorico della scommessa era questo: che la presidenza Trump fosse l’episodio terminale, esausto e degenerato della lunga fase conservatrice inaugurata da Reagan. E che fosse il momento di cambiare registro.

La presidenza Biden ha così avuto un carattere trasformativo. Ha fatto massicci interventi pubblici in infrastrutture materiali e immateriali, nella transizione energetica. Ha investito migliaia di miliardi di dollari per sostenere l’economia dopo il Covid (anche con il Buy American), per limitare la dipendenza dai mercati stranieri (dalla Cina soprattutto), per riportare a casa i good jobs espatriati con la globalizzazione e le supply chains di cui sopra. I risultati sono stati più di 15 milioni di nuovi posti di lavoro, la disoccupazione intorno al 4%, i salari in lieve crescita. E anche l’aumento del debito pubblico e l’inflazione. 

E’ immaginabile, benché da verificare, che Kamala Harris resti fedele alle linee politiche e ideologiche dell’amministrazione di cui è stata vice presidente. E’ possibile che l’erratico Trump segua, almeno nei giorni buoni, le dritte del programma del suo partito (pare che abbia insistito personalmente perché nel testo fosse inserita la sua personale promessa di populista di destra: “Il presidente Trump ha messo assolutamente in chiaro che non taglierà un centesimo da Medicare o Social Security”).

In ogni caso sembra che per entrambi i partiti la politica dello stato limitato, sia di tipo conservatore reaganiano (“il governo non è la soluzione, il governo è il problema”) che neo-liberale, sia cosa finita, cosa del passato. Aveva dunque ragione il vecchio Biden, un ciclo storico si è concluso? 

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