Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Mirare al re –, e altre piccole note intorno ai recenti eventi a Butler, Pennsylvania

SHIT HAPPENS

Che i conflitti sociali e politici più accesi, e le retoriche infiammate che li rispecchiano e alimentano, “portino direttamente” (come dice J.D. Vance a proposito dell’attentato a Trump) all’assassinio politico, è un luogo comune nei discorsi di tutti. E’ un’idea così vaga, così difficile se non impossibile da verificare nei casi specifici, epperò così soddisfacente dal punto di vista intellettuale e sentimentale, da fare, ogni volta, rapidi proseliti a destra, a sinistra e anche al centro. Dipende dalle convenienze del momento, i responsabili di male parole che producono violenza sono sempre denunciati con male parole di violenza, e sono sempre gli altri. Viene da pensare, se l’idea fosse davvero da prendere sul serio, perché accade che spinga all’azione una unica anima persa ogni tanto, su tanti milioni di anime eccitate, in decenni e secoli di tempi pasticciati mica da niente. Altra cosa, naturalmente è il problema opposto: come questi atti individuali, spesso il prodotto di random shit, sì, shit happens, impattino di per sé e per disegno dei protagonisti della vita pubblica sulla società, soprattutto quando la società è già drammaticamente polarizzata. Lì sì che la faccenda si fa seria, analizzabile e strappacuore.

CONSPIRACY THEORIES

Che le teorie cospirative esplodano grazie ai social media è una verità banale. Esplodono grazie ai mezzi di comunicazione disponibili, realmente esistenti, pensa te. Basta non insistere troppo sul fatto che essi ne siano la causa, e che ciò riguardi solo il presente. Ogni età ha i suoi media, sociali e di massa, altrettanto potenti, per l’epoca, di quelli di oggi. Almanacchi, volantini, broadsides, stampe anonime, canzonacce da taverna e folksongs, numeri da circo e da vaudeville, e poi i giornali, quelli popolari, penny press e yellow journalism, e giornali d’elite che con sporcano le dita, e poi la radio e così via, sono sempre stati canali di diffusione di idee strane e frizzanti sul mondo, fin delle pieghe più remote del continente. Mai sentito parlare della rivoluzione americana come complotto massonico? Della guerra civile come complotto sudista? E della cospirazione papista? Chi cospirò per uccidere Lincoln? E William McKinley? Chi portò davvero, ma davvero, gli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale? E poi nella seconda, grazie all’inside job di Pearl Harbor? E fermiamoci qui. Quanto alle immagini fake? Produrre immagini manipolate fu la seconda ragione del successo popolare della fotografia, ai tempi eroici degli inizi, la prima essendo la pornografia.

SPAGHETTI VIOLENCE

Solo in America? Dice il presidente Biden, subito dopo il fallito attentato a Trump, “Non c’è posto in America per questo tipo di violenza”. Naturalmente il presidente non fa analisi politica, tanto meno sociale o culturale, piuttosto invoca ciò che l’America ideale dovrebbe essere e che invece non è, e non è mai stata, nei tribolati secoli della sua esistenza. Si può ben ripetere il ripetuto detto, sapendo di andare sul sicuro: “La violenza è americana quanto la torta di mele”. Naturalmente sia la torta di mele che la violenza hanno una storia ben più lunga di quella degli Stati Uniti, entrambe precedono persino, per quanto sia difficile a credersi, Cristoforo Colombo, e quindi sulla loro americanità conviene riflettere con il giusto distacco, anche in chiave comparata. E’ facile cadere nello sterotipo. Per dire, è un po’ come ricordare continuamente che gli italiani hanno inventato la mafia, il fascismo e le brigate rosse, e concludere che la violenza, anche la violenza politica, è italiana come un piatto di spaghetti.

MIRARE AL RE

Vedo che Roberto Saviano, in un post su Twitter, ha scritto: “La storia politica insegna che il proiettile che manca il bersaglio lo rafforza. Il proiettile che ha sibilato all’orecchio di Trump, ferendolo, ha trasformato Trump in vittima”. Non so se la frase abbia sollevato polemiche, d’altra parte figurati se no, ma il concetto non è misterioso, potrebbe essere in Shakespeare o Machiavelli e magari c’è, ma che cosa ne so io. Per ciò che mi riguarda ho due fonti. Una è Ralph Waldo Emerson che consiglia “when you strike at a king, you must kill him”. E sembra un modo di dire stranoto, Emerson lo ricorda con nonchalance a un giovane amico che ha scritto un saggio contro Platone, ma un saggio velleitario, che non riesce a fargli male; roba da seminari accademici, insomma, non da attentatori anarchici ottocenteschi. L’altra fonte è più contemporanea e in qualche modo più adatta al caso. Viene dal linguaggio di strada così magnificamente raccontato nella serie televisiva The Wire, storie di bande criminali e polizia nella città di Baltimora, storie molto shakespeariane in effetti. E’ uno dei protagonisti, il gangster solitario Omar Little (il grande Michael K. Williams, che riposi in pace), a metterla giù così, avvertendo i suoi nemici che, se vogliono eliminarlo, devono farlo al primo colpo altrimenti lui elimina loro: “When you come at the king, you best not miss”.

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