

Gli Stati Uniti si sono definiti a lungo una “nazione di immigrati”, ora lo fanno meno perché ci si rende conto della relativa parzialità dell’autodefinizione, del suo significato non innocente, non neutrale. Gli americani non sono solo immigrati o discendenti di immigrati, cioè di persone di hanno deciso di lasciare il luogo di nascita per trasferirsi lì. Come in altri paesi di insediamento coloniale nelle Americhe (e non solo lì), sono anche discendenti di deportati in schiavitù, gli africani, oggi gli afroamericani. E sono anche discendenti delle popolazioni native, che lì hanno sempre abitato, i Native Americans.
E questo complica il quadro. Continuare a dire “nazione di immigrati” rimuove, nasconde, cancella questa parte tragica della storia nazionale e le persone che la vissero. E tuttavia il quadro non lo annulla del tutto. Si può ben dire che gli americani siano un grande mix di popolazioni di origine diversa, di provenienza diversa, di discendenza diversa che convivono nello stesso territorio. Lo sono tutti i popoli un mix di questo tipo, nei secoli dei secoli, ma per gli americani (gli americani di tutte le Americhe) il fenomeno è recente, ancora vivo, ancora in atto. E’ un mix che oggi come oggi, ma in realtà da un secolo e mezzo, è alimentato soprattutto da nuove ondate migratorie, da paesi sempre diversi, da continenti sempre diversi.
E qui c’è il problema. Quando la composizione della popolazione degli Stati Uniti, e quindi del popolo politico, dell’elettorato, si modifica in modo vistoso per quantità e qualità etnico-razziale, allora la democrazia americana attraversa periodi di nervosismo, di crisi e di reazioni acute, positive e negative,e di tentativi di riassestamento, cercando nuove forme di convivenza civile. Ciò è accaduto per arrivi massicci dall’esterno, e questo è stato il caso del ciclo delle grandi migrazioni europee, dall’Europa meridionale e orientale, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Oppure per una somma e combinazione fra arrivi dall’esterno e affrancamenti di gruppi razziali interni, e questo è il caso del ciclo dell’ultimo mezzo secolo, il ciclo delle grandi migrazioni latinoamericane e asiatiche e della rivoluzione dei diritti civili di neri e nativi.
I tempi di crisi, reazione e assestamento sono tempi lunghi, con tutte le pene del caso, cioè tensioni sociali, antagonismi politici, polarizzazioni culturali. Non sono cose che si risolvono con la bacchetta magica della buona volontà e dei buoni sentimenti. Ci sono di mezzo identità diverse, mentalità diverse, stili di vita diversi, e poi questioni di potere simboliche e ben reali nella società, nell’economia, nel mercato del lavoro, nella sfera pubblica, nella politica locale e nazionale, nel governo. Non sono cose che si aggiustano in un giorno, in nessun paese al mondo. Neanche in uno dei paesi che più di altri dovrebbe esserci abituato, appunto un paese fatto così, multietnico, multirazziale, da sempre.

La comparsa di Donald Trump sulla scena politica ha segnato il picco dell’ultima di queste crisistoriche legate ai mutamenti demografici etnico-razziali del paese. Dacché è entrato in politica, dal 2015-2016 fino al ritorno sulla scena di quest’anno, uno dei temi dominanti delle sue campagne, e sempre di più il tema dominante, è stato l’immigrazione. O meglio, l’idea che l’immigrazione stia cambiando e rovinando il paese. Stiamo subendo una invasione di gente diversa da noi, dice, siamo in pericolo; “questa gente sta conquistando il nostro paese”. Ripete con toni sempre più allarmanti, incendiari: i nuovi arrivati “avvelenano il sangue del nostro paese” (usa parole che ricordano Hitler, ricordano Putin), forse non sono esseri umani, sono “animali”, sono “stupratori messicani”, bisogna blindare il confine con il Messico.
Aggiunge Trump: il presidente Biden, di cui peraltro non riconosce la piena legittimità, è il responsabile di tutto questo, è una minaccia per il paese. Secondo la sua campagna elettorale, Biden sta deliberatamente preparando un “bagno di sangue” alla frontiera, importa avanzi di galera da tutto il mondo e li scarica in America come se l’America fosse la discarica del mondo. E ciò provocherà tragedie sanguinose. Il partito repubblicano ha lanciato il sito BidenBloodbath.com che mette in guardia contro una “invasione [di migranti] sostenuta e facilitata da Joe Biden”. Biden, naturalmente, risponde per le rime, soprattutto ora che le elezioni si avvicinano. Dice che è Trump a essere una minaccia esistenziale, una minaccia per l’esistenza stessa della democrazia americana.
A tutto questo si deve guardare per capire l’asprezza del conflitto politico in atto nel cuore del paese, la cattiveria della battaglia per la sua anima, the battle for the soul of the country. Una battaglia che sembra non fra competitori, non fra avversari, ma fra nemici. I segni della crisi, delle tribolazioni di una democrazia di immigrati, ci sono tutti, in maniera esplosiva. Se e come la crisi verrà superata, se e come ci sarà un riassestamento in forme più tranquille di convivenza, sembra essere la posta in gioco. Sui risultati di questo serissimo gioco non è il caso di chiedere una previsione agli storici. Gli storici, che per professione si occupano del passato, sanno (o almeno dovrebbero sapere di sapere) quanto in ogni dato momento del passato stesso il futuro fosse imprevedibile.
Un paio di dati statistici aiutano a dare un’idea delle dimensioni dei fenomeni di cui si parla. Il primo dato è questo. Secondo il censimento del 2020 gli americani immigrati, nati all’estero, sono circa 51 milioni, il 15,3% della popolazione, oggi forse il 16%. (Tanto per fare un accenno di analisi comparata, in Italia, secondo dati Istat del 2022, i nati all’estero sono l’8,5% della popolazione, circa 5 milioni.) Di questi 51 milioni di nati all’estero, probabilmente 11 milioni risiedono nel paese senza permesso, sono cioè “non autorizzati”, unauthorized, un termine che è entrato nell’uso pubblico a sostituire illegal o undocumented. I nati all’estero erano appena il 5% della popolazione nel 1970, e questo racconta il grande cambiamento avvenuto nell’ultimo mezzo secolo.
Il secondo dato è questo, e racconta un cambiamento ancora più radicale. Nella popolazione generale gli americani bianchi di discendenza europea, di antica o recente immigrazione dall’Europa, sono in diminuzione da decenni. Erano praticamente il 90% nel 1960 (l’89% accanto all’11% di afroamericani). Sono scesi a meno del 60% nel 2020 (il 58% con il restante 42% di afroamericani e di persone di discendenza ispanica, asiatica, in misura molto minore araba e africana subsahariana). Secondo le proiezioni del Pew Research Center gli eurobianchi saranno meno della metà (il 47%) intorno al 2050, fra un quarto di secolo. E ciò provoca in loro, soprattutto nelle componenti più popolari, preoccupazioni per il futuro, anche un po’ di panico esistenziale.
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Tutto nella politica di Donald Trump parla di reazioni a una democrazia in crisi di trasformazione dal punto di vista etnico-razziale. Si pensi a quanto c’è di reale e di simbolico, da questo punto di vista, nella sua vittoria del 2016. Trump era (e tanto più è) il beniamino dei nazionalisti bianchi, ed è stato eletto subito dopo il primo presidente nero, Barack Obama, di cui, con una polemica razzista, ha messo in dubbio l’americanità (figlio di un padre migrante temporaneo africano, forse è nato in Africa?). Trump è stato eletto subito dopo che, per la prima volta nella storia nazionale, si è vista una famiglia nera nella Casa bianca, a Black family in the White House. Sembrava che con l’elezione di Obama la barriera razziale fosse caduta, come titolò nel novembre 2008 il New York Times, in un impeto di wishful thinking. E invece no, almeno nei tempi brevi della politica accadde il contrario; nei tempi lunghi della storia, chissà. Qualcuno ha scritto: Trump è un presidente senza precedenti perché il suo predecessore Obama è senza precedenti.
E si pensi alla connotazione razziale dell’elettorato di Trump e di quello della sua antagonista democratica, Hillary Clinton. Alle elezioni presidenziali del 2016 gli elettori di Trump erano per quasi il 90% bianchi di discendenza europea (88%, con il 6% di ispanici e 1% di neri) – una fotografia del makeup demografico dell’America del 1960. Gli elettori di Clinton erano solo per il 60% bianchi (più 19% neri e 14% ispanici) – una fotografia del makeup multietnico e multirazziale dell’America di oggi. Nei grandi numeri, ciò faceva (e fa) del partito repubblicano il partito degli americani che sognano l’America del tempo che fu. A sentire i trumpiani più fedeli, è questa la nostalgia che dà senso allo slogan MAGA, Make American Great Again, uno slogan in effetti molto casalingo: l’America era grande non quando era imperiale nel mondo ma quando era quasi tutta bianca in casa, e comunque prima di Obama.
I quattro anni di presidenza Trump sono stati coerenti con le premesse e le promesse. Anzi, il Trump presidente non ha fatto che rincarare la dose con le chiacchiere etno-nazionaliste, con le allusioni razziste avvelenate, con il ricorrente appello alla sicurezza delle frontiere, alla necessità di costruire un muro lungo il Rio Grande, lungo il confine con il Messico. L’arrivo del Covid nell’ultimo anno della sua presidenza gli ha dato modo di evocare anche il “pericolo giallo”, di parlare di un China virus, un virus venuto dalla Cina. E si può immaginare come ciò sia stato accolto dai cittadini americani di discendenza cinese, e da chi ha cominciato a guardarli in modo storto come se fossero loro, i Chinese-Americans, i responsabili della pandemia, gli untori.
Normalmente, dopo essere stato eletto, il presidente vincitore ammordisce i toni della campagna elettorale, si presenta come il presidente di tutti, non solo della sua parte, fa persino gli inevitabili compromessi retorici e politici. Trump no, è stato coerente. Una delle eredità più durature del suo governo, accanto alla nomina a vita di centinaia di giudici federali conservatori e di tre giudici della Corte suprema, è stata proprio questa: la corruzione del linguaggio pubblico sui temi della convivenza civile fra americani di etnie, razze, origini nazionali diverse. E’ un linguaggio (in America come dappertutto) che per sua natura è fragile, delicato, bisognoso di cure. E che invece Trump ha usato in modo divisivo, in diretta dal pulpito più prestigioso, dalla Casa bianca. Ne ha fatto un’arma di contrapposizione, di polarizzazione politica.

Il processo di contrapposizione, di polarizzazione sociale, culturale e infine politica e di partito è cominciato ben prima di Trump. L’inizio risale a mezzo secolo fa, e coincide con l’ingresso nell’elettorato attivo di nuovi soggetti etnico-razziali alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Coincide dunque con la rivoluzione dei diritti civili che ha riattivato la partecipazione politica degli afroamericani, una presenza molto visibile, vivace, vibrante: per farla breve, da Martin Luther King e il Black Power fino a Black Lives Matter. E coincide con la riapertura dei confini all’immigrazione di massa, che è avvenuta negli stessi anni, a metà degli anni Sessanta, e che ha prodotto milioni di nuovi residenti e cittadini attivi nella vita sociale, economica, nella vita pubblica.
La migrazione è stata enorme, ha coinvolto fino a oggi probabilmente 60 milioni di individui. Ed è stata, per provenienza geografica e composizione etnica, di tipo diverso rispetto al passato, una novità per i vecchi americani, cioè per i figli dei vecchi immigrati, che erano quasi tutti di origine europea. Ora è vero il contrario. Ora i migranti europei sono praticamente scomparsi. I nuovi immigrati arrivano per metà dalle Americhe a sud del Rio Grande, sono quindi di origine ispanica, equamente divisi fra Messico e resto del continente. Per più di un quarto arrivano dall’estremo occidente che diventa oriente, dalle isole del Pacifico e dall’Asia, da Filippine, Corea, Vietnam, Cina, India. Infine ci sono quote più piccole ma crescenti di origine nordafricana e medio-orientale (araba, musulmana) e di origine africana subsahariana.
In gran parte si tratta di persone percepite come people of color, che si sono aggiunte ai people of color di casa, gli afroamericani. Gli americani bianchi di discendenza europea hanno così sommato il nervosismo per le nuove migrazioni al nervosismo per il cambiamento demografico razziale complessivo del paese. Come si è visto, essi stanno calando in percentuale nel paese e le loro ansie stanno crescendo. Queste ansie hanno contribuito alla crescita del partito repubblicano che è diventato il loro partito, sempre di più il partito dei movimenti popolari di destra che esprimono le preoccupazioni bianche, le paure bianche, i risentimenti bianchi, in alcuni casi gli istinti illiberali e eversivi bianchi. Le prime tappe in questa direzione sono state la vittoria a valanga di Richard Nixon nel 1972 e le maggioranze conservatrici di Ronald Reagan nel decennio successivo. L’ultima tappa è il successo di Donald Trump, che di questo processo è sia il prodotto che il rabbioso imprenditore finale.
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Non è la prima volta che ci sono crisi e reazioni del genere, nella storia nazionale americana. Un po’ di storia di lungo periodo aiuta acomprendere che problemi simili si presentano, si ripresentano, sembrano insolubili, poi si risolvono o almeno si attenuano alla vista, in una maniera o nell’altra. C’è almeno un importante ciclo precedente, generato dalle grandi ondate migratorie dell’Ottocento e del primo Novecento, quelle a cui contribuirono tanti italiani. Erano fatte di genti che provenivano dall’Europa ma in cui molti vecchi americani, quelli arrivati prima, non si riconoscevano affatto. I vecchi americani bianchi erano europei dell’Europa centrale e settentrionale, britannici, germanici, olandesi, scandinavi. I nuovi arrivati erano invece europei del sud e dell’est. Erano genti così diverse!
Fra 1880 e il 1924 arrivarono negli Stati Uniti 28 milioni di immigrati. La quota più consistente, quasi un quarto (il 23%), era fatta di italiani. Erano in gran parte persone cresciute in società tradizionali, rurali, contadine. Avevano religioni diverse, guardate con sospetto nell’America cristiana protestante. Erano cattolici irlandesi, italiani, polacchi, era cristiani ordodossi slavi, erano ebrei del grande impero russo. Costoro entrarono lentamente nella vita pubblica, come oggi conquistando diritti e partecipazione politica e rappresentanza, come oggi provocando crisi di rigetto, incontrando reazioni popolari negative, “nativiste”. I movimenti anti-immigrati più estremi li raffiguravano come esseri razzialmente inferiori, violenti, criminali, mafiosi, sovversivi, bombaroli, che il mondo rovesciava nella pattumiera nordamericana (una fantasia alla Trump, insomma).
Dall’inizio del Novecento l’ideologia nazionale celebrava il melting pot, il sogno della fusione dei diversi in un unico popolo. Ma perché si realizzasse qualcosa di simile a quel sogno, ce ne volle. Ci vollero decenni. Ci volle il blocco dell’immigrazione negli anni Venti, giusto cent’anni fa. Ci vollero le riforme economiche e sociali dell’amministrazione Roosevelt, la sindacalizzazione della classe operaia multietnica, l’esperienza della guerra e poi del lungo dopoguerra, della Guerra fredda, della democrazia della prosperità e dei consumi, della scolarizzazione di massa fino all’università. Insomma, fu il governo liberal e interventista del New Deal e del post-New Deal, con le sue politiche di stimolo economico e trasformazione sociale, a favorire il riassestamento dei nuovi e vecchi americani in un regime di convivenza, un regime di (più o meno) comune cittadinanza.
C’erano dei limiti seri in queste esperienze. Esse riguardarono soprattutto i cittadini di discendenza europea, che fra l’altro impararono a vedersi tutti non solo come americani ma come americani bianchi. Mentre continuarono ad avere dei guai i non bianchi, i pochi asiatici (i giapponesi in particolare) e gli afroamericani, i cittadini neri, molti dei quali chiusi nei regimi segregati del Sud. E tuttavia, negli anni Sessanta le cose apparivano sotto un’altra luce, sembravano andare così bene, e per giunta c’era bisogno di nuova forza lavoro, che si decise di riaprire e poi di spalancare le porte all’immigrazione. Ed è cominciato il nuovo ciclo di cui si è appena detto e di cui la sfida di Trump è una delle conseguenze. Ma non c’è solo lui sulla scena. In questo contesto, che cosa fa il presidente in carica? Nella sua apparente fragilità senile, nella sua fredda determinazione da Dark Brandon (il perché del nickname da supereroe da fumetto è su Google), Joe Biden cerca di fare alcune cose.

La discarica del mondo, da “Judge”, periodico repubblicano, 1903
Biden è stato eletto nel 2020 con un programma molto ambizioso che si ispira in maniera esplicita proprio all’interventismo pubblico inaugurato nell’epoca del New Deal. E’ un programma che, nelle intenzioni, è di ricostruzione economica e sociale e include importanti tentativi di pacificazione delle tensioni etnico-razziali che si sono accumulate nel paese. Le conquiste dell’America liberal, dice Biden, sono state dimenticate, in parte smantellate. Nell’ultimo mezzo secolo il paese ha vissuto spinte anti-stataliste, di deregulationdell’economia, della società, del mercato. Spinte guidate dai conservatori repubblicani, con Reagan che proclamava che lo stato è il problema, non è la soluzione. Ma che hanno toccato anche i democratici, a cominciare dai New Democrats del partito di Bill Clinton. Spinte, dice Biden, che stanno mettendo sotto stress la convivenza civile.
C’è qui una sorta di autocritica dei democratici, di certi democratici, di Biden stesso, che ha vissuto in prima fila tutto l’arco dell’ultimo mezzo secolo di politica nazionale. (E’ stato eletto senatore del Delaware nel 1972.) Diceva e dice Biden, l’ha ripetuto nel discorso sullo stato dell’Unione del marzo scorso: c’è bisogno di “cambiare il paradigma” nelle politiche pubbliche, nelle politiche di governo. C’è bisogno di una rottura epocale, di un ritorno al ruolo centrale del governo federale nella società e nell’economia, un ritorno ai tempi del big government e delle riforme sociali. Il cuore della sua scommessa era ed è questo: la possibilità che la presidenza Trump, presidenza di un solo mandato, sia l’episodio terminale, esausto e degenerato della lunga fase conservatrice inaugurata da Reagan. E che sia tempo di cambiare registro.
Seguendo questa prospettiva, la presidenza Biden ha avuto un carattere trasformativo. Ha fatto massicci interventi pubblici in infrastrutture materiali e immateriali, in strade, ponti, scuole, edifici pubblici, porti e aeroporti, trasporti pubblici, politiche sanitarie, reti digitali, ricerca scientifica, istruzione fino all’università e ai debiti accumulati dagli studenti. Ha favorito la transizione ecologica ed energetica, ha aiutato l’industria dei semiconduttori, dell’energia solare, dei motori elettrici. Vi ha investito migliaia di miliardi di dollari, 5000 miliardi in maniera diretta: per limitare la dipendenza dai mercati stranieri, per riportare a casa posti di lavoro industriali espatriati con la globalizzazione e la deindustrializzazione, per sostenere l’economia dopo il Covid. Fra i risultati ottenuti ci sono la creazione di 15 milioni di nuovi posti di lavoro e la disoccupazione sotto il 4%, ai minimi storici.
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L’operazione di politica economica dell’amministrazione Biden è stata enorme in termini finanziari, e certo ha avuto conseguenze rilevanti anche di tipo protezionistico e di incremento del debito pubblico. Ma qui è più importante sottolinearne alcuni altri aspetti e, con essi, uno dei suoi sensi squisitamente politici. Gli investimenti sono andati a colpire proprio lungo le fratture sociali dove il malessere etnico e razziale è maggiore, si è accumulato, è stato crescente negli ultimi anni e decenni. Cercando di attenuarlo quel malessere, per il bene del paese, d’accordo, ma anche per il bene del presidente e del partito democratico.
Negli anni di Obama, dopo la grande recessione del 2008, l’economia aveva creato milioni di nuovi posti di lavoro, con un saldo netto di 9 milioni rispetto alla situazione pre-crisi. E tuttavia, per varie ragioni, a usufruirne di più erano stati i lavoratori non-bianchi, mentre i bianchi erano rimasti al palo, anzi avevano subito una perdita netta. Durante la recessione la maggioranza dei posti svaniti era stata nelle occupazioni qualificate con buoni salari, storicamente bianche (grande industria, edilizia, pubblico impiego). I posti creati nella successiva ripresa erano invece i cosiddetti McJobs, poco qualificati e poco pagati, magari part-time, affollati di minoranze (vendita al dettaglio, ristorazione, servizi personali). Con simili sviluppi non è difficile pensare che siano cresciute animosità e polarizzazioni etnico-razziali, nelle comunità e nelle schede elettorali.
L’amministrazione Biden ha cercato di mettere in moto un trend opposto. Ha certamente investito risorse nelle aree regionali ed economiche che sono di interesse per gli afroamericani, per le comunità tribali native, per le comunità immigrate ispaniche e asiatiche. Ma ha insistito nell’investire e nel creare milioni di posti di lavoro anche nelle aree working class più tradizionali, nell’industria manifatturiera (forse un milione di posti di ritorno) e nell’edilizia, nelle regioni storicamente afflitte dalla deindustrializzazione, le regioni del grande scontento bianco, la cintura che va dalla Pennsylvania al Michigan al Wisconsin. Dove la vecchia classe operaia bianca si è sentita tradita, abbandonata, e per reazione e protesta ha spostato una parte dei suoi voti verso il partito repubblicano.
Sono posti di lavoro che hanno la caratteristica di includere, come ama dire Biden, good-paying union jobs, cioè che pagano decenti salari sindacali. A favore dei sindacati Biden si è sempre vantato di esserlo perché, dice, hanno creato la middle class e perché sono organizzazioni multietniche e multirazziali. Ora l’ha confermato con una mossa storica. “Sono orgoglioso”, ha detto, “di essere il primo Presidente nella storia americana ad aver partecipato a un picchetto di scioperanti”. L’ha fatto l’autunno scorso, durante lo sciopero del sindacato UAW per il rinnovo del contratto di lavoro contro i tre giganti dell’industria automobilistica, nel caso specifico contro la General Motors, in una cittadina del Michigan. Uno sciopero importante e alla fine vittorioso.
Insomma, Biden e i democratici hanno tentato di fare due cose insieme: curare le ferite, allentare le tensioni lungo la linea del colore che attraversa la società, e allo stesso tempo difendere e rafforzare la propria base elettorale, la propria coalizione elettorale. Se pezzi di classe operaia bianca lasciano il partito verso i repubblicani, se pezzi di minoranze etniche e razziali e immigrate perdono entusiasmo e magari vanno di meno alle urne, per i democratici sono guai. La domanda è: stanno rendendo, queste operazioni, in termini di effetti politici sulle preferenze di partito? Stanno creando consenso ai democratici e a Biden stesso?

Biden parla a un picchetto di scioperanti UAW, Belleville, Michigan, 26 settembre 2023
Per ora è difficile dire. Forse è troppo presto per vedere effetti partisan, o forse è troppo tardi perché cambi davvero qualcosa. A questo punto della corsa elettorale presidenziale, a metà maggio, le medie dei sondaggi di Real Clear Politics dicono che i due candidati sono vicini ma con Trump in vantaggio in tutti gli indicatori. Il vantaggio di Trump c’è nell’elettorato nazionale, irrilevante dal punto di vista costituzionale ma politicamente indicativo; e questo è vero sia nello scenario teorico di un testa-a-testa (poco più di 1 punto) che, di più (2,8 punti) nello scenario realistico che metta in campo le principali candidature indipendenti, quella ambiziosa di Robert Kennedy Jr. e quelle più piccole di sinistra (Jill Stein del Green Party e Cornel West). Il vantaggio di Trump c’è anche nei cosiddetti swing states, gli stati in bilico in cui si decidono davvero le cose, alcuni dei quali sono vecchie conoscenze: Pennsylvania e Michigan e Wisconsin.
Il mood del paese è negativo, più di 6 americani su 10 pensano che vada nella direzione sbagliata. E Biden continua a essere impopolare, ha un tasso di approvazione molto basso su alcune questioni decisive. Solo 4 americani su 10 approvano la sua gestione dell’economia. La quale economia, come s’è visto, va bene nei grandi numeri ma, con tutta evidenza, non trasferisce la bontà di quei numeri nella esperienza quotidiana dei cittadini. I salari stanno salendo un po’, ma dopo anni, anzi decenni di stagnazione. E poi c’è la realtà e lo spettro dell’inflazione. Che è rientrata dall’impennata che aveva avuto nell’estate del 2022 (+9% nel mese di giugno) ma che continua a marciare con tassi variabili fra il 3% e il 3,5%. E soprattutto: le conseguenze dell’impennata di due anni fa sono ancora tutte lì nel bilancio famigliare, scritte nei prezzi del supermercato, caricate sugli interessi del mutuo per la casa.
La questione dell’immigrazione è ancora più problematica, anzi è la più problematica di tutte, il vero cuore delle difficoltà dell’amministrazione, anche per via delle sue origini storiche di lungo periodo. Qui l’approvazione di Biden è bassissima, riguarda solo 3 americani su 10. E deve fare i conti con una ben maggiore popolarità di Trump; i suoi feelings in materia sembrano incontrare l’approvazione di una metà degli americani. Sarà grazie alla sua retorica infiammata e fasulla sugli immigrati che commettono più crimini dei cittadini (non è vero) o che danneggiano l’economia (non è vero)? O grazie alle sue promesse di espellerne milioni, di usare l’esercito a guardia di campi di detenzione, di ridurre anche l’immigrazione legale?
Il fatto è che le posizioni sull’immigrazione sono diventate bandiere identitarie nelle guerre culturali, affermazioni non negoziabili al pari di altre su cui è difficile fare i compromessi necessari alla convivenza civile (dall’aborto all’idea di gender). Sono entrate nella macchina della polarizzazione partisan, per cui i due partiti principali si considerano così distanti da considerarsi nemici. A livello di ceto politico non collaborano nelle assemblee legislative, fino alla paralisi. Fra i cittadini, molti elettori vedono gli elettori del partito avverso come immorali e disonesti, come una minaccia per la democrazia, sono spaventati all’idea di una loro vittoria, non vogliono che i figli si sposino fra loro. L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 non è un caso, la convinzione dei repubblicani che Biden abbia vinto con dei brogli elettorali non è un caso. Come governare in queste condizioni di delegittimazione reciproca?
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Come governare in queste condizioni di delegittimazione reciproca? Biden ha fatto miracoli in un Congresso sempre in bilico per pochi voti fra repubblicani e democratici. Nel primi due anni della sua amministrazione ha avuto una maggioranza di 8 seggi alla Camera e di un seggio al Senato (in realtà 50 a 50, con la parità rotta a favore del partito del Presidente dal voto della Vice-presidente Kamala Harris). Negli ultimi due anni, dopo le elezioni di midterm del 2022, la Camera è diventata repubblicana per un pelo (oggi per 4 seggi, 217 a 213, con 5 seggi vacanti), e il Senato è rimasto democratico, ora sì 51 a 49. In queste condizioni, ripeto, Biden ha fatto miracoli dal punto di vista legislativo, è un vecchio parlamentare, è stato in Senato per mezzo secolo, conosce tutti i trucchi del mestiere, ha inventato compromessi quando ha potuto, ha trovato vie regolamentari traverse quando ha dovuto. Ma a un certo punto i miracoli sono finiti anche per lui.
L’ultimo fallimento ha riguardato, nelle settimane scorse, proprio l’aspetto più urgente e immediato della questione dell’immigrazione, la crisi in corso sulla frontiera con il Messico dove la pressione dei migranti è alta, la burocrazia è sopraffatta, a pezzi, e l’opinione pubblica è allarmata. Biden ha provato a proporre poche elementari riforme che allentassero le tensioni e dessero l’impressione che si sta facendo qualcosa. In Senato ha concordato con alcuni senatori repubblicani un pacchetto bipartisan che includeva misure di sicurezza, cioè l’aumento dei controlli e il reclutamento di nuovo personale di polizia, e misure di efficienza umanitaria, cioè l’assunzione di migliaia di funzionari e giudici che rendessero più spedite le procedure di amminissione per chi ne ha diritto, invece di lasciar marcire le carte (e le persone) per mesi o anni. Trump si è messo di mezzo, ha ordinato ai “suoi” legislatori in Congresso di non votare il progetto di legge, e loro hanno obbedito.
D’altra parte, siamo in campagna elettorale. E l’immigrazione è diventata una delle preoccupazioni principali del paese, secondo molti sondaggi la prima delle preoccupazioni. A febbraio, secondo Gallup, era la prima preoccupazione per il 28% degli americani, in particolare per il 57% degli elettori repubblicani e solo per il 10% degli elettori democratici. Gli elettori repubblicani vogliono più che mai nuovi muri lungo il confine (l’85% di loro, contro il 70% dieci anni fa) e negano più che mai che il razzismo sia un problema, pensano che appartenga al passato (il 61% contro il 48% di dieci anni fa). E naturalmente l’immigrazione irregolare è il cuore di tutte le paure, delle fantasie più dark. E’ ritenuta una “a critical threat” per il paese da una maggiorana di americani, il 55%, un record storico. Con la solita e drammatica spaccatura di partito: è “una minaccia fondamentale” per il 30% dei democratici e per un clamoroso 90% di repubblicani.
E infine c’è il tema politico più generale e più centrale dal punto di vista ideologico e culturale: gli Stati Uniti possono ancora vantarsi di essere, di restare, un paese aperto alle genti di tutto il mondo? Come non sempre sono stati nella loro storia, ma nella narrazione mitica nazionale sì? Secondo un recente sondaggio PBS/NPR/Marist di nuovo gli americani sono divisi in due. L’apertura alle genti del mondo continua a essere una caratteristica positiva “essenziale all’identità nazionale” per una maggioranza, ma ormai per una maggioranza molto risicata: appena il 57%. Per il 42% degli americani quell’apertura è invece un “rischio per l’identità nazionale”, un altro record storico. E naturalmente non è difficile indovinarlo: è un rischio per una larga maggioranza (72%) di repubblicani, è invece cosa buona per una larghissima maggioranza (84%) di democratici. Così si sta andando al voto.

Numero di migranti per paese, World Migration Report 2020
E’ possibile che tutto ciò metta in discussione il messaggio della Statua della libertà, la “madre degli esiliati” che tiene alta la sua fiaccola alla “porta d’oro” e accoglie i nuovi arrivati? E’ possibile che la fiaccola si sia spenta? Che sia diventata, come nel poster del recente film distopico Civil War un nido di mitragliatrici? Sembra che sia possibile per molti americani, per quasi la metà, soprattutto repubblicani. Ma certo non è così per i migranti del mondo che continuano a guardare agli Stati Uniti come a una calamita, come al paese in cui vogliono entrare. Su 281 milioni di esseri umani che oggi vivono lontani da dove sono nati, la quota principale, 51 milioni (il 18%), risiede negli Stati Uniti. Inoltre molte indagini dicono che questi immigrati sono i residenti che hanno l’atteggiamento più positivo verso il loro futuro; almeno 8 su 10 lo vedono, per sé e i loro figli, malgrado difficoltà e discriminazioni, come migliore del presente e del passato. Sono insomma, almeno loro, i nuovi americani, una iniezione di ottimismo in un paese non particolarmente allegro, di questi tempi.
In questo paese poco allegro, molto ansioso, le prossime elezioni presidenziali e congressuali decideranno qualcosa di importante a proposito dei caratteri, della natura del suo sistema democratico. Oppure no. Sono ormai molti gli appuntamenti elettorali a cui gli americani sono arrivati evocando Armageddon, il luogo biblico dove, secondo il Nuovo Testamento (l’Apocalisse), si combatterà la battaglia finale fra il bene e il male, fra Dio e le forze alleate della Bestia. Così è stato nel 2016 con Trump contro Hillary Clinton, nel 2020 con Biden contro Trump; quest’anno lo scontro si ripeterà. Il prossimo novembre 2024 sarà un momento critico, un momento di vera svolta? Nella retorica infiammata dei più faziosi, potrebbe essere addirittura l’ultima elezione? Oppure sarà di nuovo un momento di stallo, con vittorie risicate di una parte o dell’altra che rinviano a scontri successivi? Nessuno lo sa.
La questione dell’immigrazione e delle trasformazioni demografiche del paese giocherà, in linea generale, un ruolo rilevante. Giocherà un ruolo specifico nei swing states, gli stati in bilico dove è probabile che si sceglierà il prossimo inquilino della Casa bianca. Lo sceglieranno le constituencies multietniche e multirazziali di Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, gli afroamericani di Georgia e North Carolina, gli ispanici di Arizona e Nevada. In alcuni di essi, a decidere davvero, potrebbero essere gruppi etnico-religiosi specifici che reagiscono non alla questione dell’immigrazione in sè ma a vicende internazionali che riguardano le loro comunità di origine fuori degli Stati Uniti. E’ sempre successo nel corso della storia americana, con i cittadini di discendenza irlandese, italiana, tedesca, infine messicana che, in momenti diversi del passato, hanno reagito a ciò che succedeva in Europa e nel vicino Messico, e alle relative politiche americane.
Le domande di oggi sono queste. Come si comporteranno gli elettori Jewish-American di fronte agli eventi di questi mesi in Medio Oriente? E alle loro ripercussioni nei campus delle università americane? E soprattutto, e questa è la vera novità, come si comporteranno i cittadini di recente immigrazione e di discendenza araba, palestinese, musulmana? Sono in genere democratici, ma potrebbero negare il voto al presidente Biden per via della sua politica israeliana. Non sono tantissimi (i musulmani sono quasi 5 milioni, ma molti sono afroamericani convertiti; gli Arab-Americans sono forse 3 milioni, ma molti cristiani) e tuttavia in alcuni stati sono abbastanza concentrati da essere potenti. Il caso più delicato è quello del Michigan. E’ un swing state che Biden deve vincere a tutti i costi. Nel 2020 lo ha vinto per 150.000 voti su un totale di 5,5 milioni di voti; intorno a Detroit ci sono abbastanza Arab-Americans e Palestinian-Americans arrabbiati da impedirgli di farlo di nuovo. Potrebbero astenersi. La guerra di Gaza potrebbe contribuire a una vittoria di Trump.

Islamic Center of America (2005), Dearborn, Michigan
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