

Questo testo è adattato da Arnaldo Testi, I fastidi della storia. Quale America raccontano i monumenti (Il Mulino, 2023), pp. 47-50
I presidenti martiri sono quelli promettenti di grandi promesse interrotte, quelli che lasciano un unfinished business in momenti storici drammatici. Presidenti di cui ci si continua a chiedere, del tutto inutilmente, sia chiaro, che cosa avrebbero fatto se fossero vissuti. Non basta essere assassinati in carica per raggiungere questo status.
Chi si ricorda di James Garfield, ucciso nel 1881 da un questuante deluso e un po’ bipolare? Chi commemora William McKinley, che pure fu il costruttore del tardo impero coloniale americano, abbattuto a revolverate da un anarchico nel 1901? Il suo successore, quel maledetto cowboy di Teddy Roosevelt, risultò abbastanza fastidioso, carismatico e ultraimperialista da offuscarne il ricordo. Altra cosa è Abraham Lincoln, il «Capitano! Mio Capitano!» di Walt Whitman.
E altra cosa è John Fitzgerald Kennedy, assassinato il 22 novembre 1963, giusto sessanta anni fa.
In questi casi i martiri sono veramente tali, circondati da un’aura quasi religiosa. Chissà se esistono di Kennedy immagini simili a quelle che, un secolo prima, avevano accompagnato la morte violenta di Lincoln in un giorno, il 14 aprile 1865, che era anche Good Friday, Venerdì Santo, settimana di Pasqua. Immagini devozionali in cui il corpo di Lincoln viene assunto all’eternità celeste, accolto fra gli angeli dal padre George Washington. Con un George legnoso come sempre, anche in cielo imbarazzato dall’intimità fisica.
Certo, a proposito di evocazioni pasquali, la figura di Kennedy fu accostata a quella di Gesù crocifisso. Lo fece qualche predicatore afroamericano, lo fece il folksinger radical Phil Ochs in una canzone intitolata Crucifixtion, dove Kennedy non è nominato ma tutti capivano che si parlava del suo sacrificio. Qualche suggestione del genere è forse individuabile in certi gadgets e souvenir religiosi italiani, non so se ne esistano di simili in altri paesi: piatti e mattonelle di ceramica in cui l’immaginetta del primo presidente cattolico era accostata a quella di Giovanni XXIII, il “papa buono” morto solo pochi mesi prima. Entrambi, John e Giovanni, invocati come seminatori di pace scomparsi troppo presto.
Le suggestioni sacralizzanti e devozionali, nel senso popolare e popolaresco del termine, sembrano del tutto estranee al memoriale che dal 1970 onora Kennedy in una plaza del centro di Dallas, in Texas, a meno di duecento metri dal punto in cui fu colpito a morte.
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Il John Fitzgerald Kennedy Memorial di Dallas è un cenotafio, la tomba vuota di qualcuno seppellito altrove. E’ una scatola, una struttura quadrata a cielo aperto. I quattro muri che lo definiscono, di 15 metri ciascuno, sono in cemento, alti nove metri; sui lati nord e sud si aprono due fenditure, due stretti ingressi. L’interno è un’area di meditazione protetta dai rumori del traffico circostante. C’è solo una lastra quadrata di granito scuro con il nome del presidente scritto in oro. E’ opera di Philip Johnson, l’architetto modernista e poi postmodern che qui proponeva un oggetto sobrio e astratto (secondo i desideri della famiglia Kennedy di cui era amico) che avrebbe dovuto lasciare ai visitatori la libertà di trovarvi il loro personale significato. Diceva Johnson: «L’idea di entrare in una stanza vuota con niente che ti aiuti, tranne che pensare al presidente caduto, penso che sia un’immagine molto toccante».
In realtà per troppi visitatori c’era troppa sobrietà, troppo intellettualismo, troppa fredda astrazione, poca evocazione, niente emozione. E il cemento? Così cheap. Il marmo ci voleva.
Non che il monumento fosse davvero desiderato in loco dai locali. Perché non farlo a Washington, invece? Per allontanare dalla città lo stigma della tragedia? Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Perché non farlo servire a qualcosa, almeno, prendendo tempo per costruirci sotto un gran parcheggio sotterraneo? Anni dopo la sua inaugurazione il memoriale acquistò qualche vitalità, divenne il punto focale di dimostrazioni contro la pena di morte, contro le guerre nel Golfo, a favore degli immigrati, fu anche vandalizzato e restaurato. Ma nel giorno in cui fu inaugurato, il 24 giugno 1970, non eccitò nessuno.
La cerimonia durò venti minuti. Pochi i presenti, nessun Kennedy. Dei discorsi si sentì quasi niente perché, in effetti, il traffico automobilistico era davvero assordante. Un oratore volò alto dicendo che il cenotafio era un tributo non alla sofferenza e al dolore della morte, ma alla gioia e al fervore di vita del presidente scomparso. Un altro oratore, un funzionario di contea di spirito più pratico, volò invece raso terra. Ricordò la sua principale soddisfazione per tutta la faccenda: finalmente si era presentata l’occasione di fare un po’ di riqualificazione urbana, di ripulire l’area di «pensioni da quattro soldi, beer joints e rivendite di alcolici», nonché, uno s’immagina, altre cose indecenti.
Un’impresa che chissà se sarebbe intimamente piaciuta a Jack Kennedy, la cui joie de vivre non disdegnava un po’ di regale slumming. Quel funzionario di contea si rivelò per quello che era, un vero killjoy, un guastafeste.

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