
Pubblico due o tre pagine rubate a Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio (Bompiani, 2023), pp. 219-223
E’ estate. Una di queste nuove estati tropicali, torride e insopportabili che Roma ha acquisito con il cambiamento climatico e la pazzia del mondo. Sono con tuo fratello Sueyb e tuo cugino Mohamed, ormai due ragazzoni di diciannove e ventun anni, sulle scale che portano al Museo delle Civiltà nel quartiere EUR, quello costruito da Benito Mussolini per l’esposizione universale del 1942. Esposizione che poi non venne realizzata per via della seconda guerra mondiale: l’ultimo conflitto che questa nazione ha vissuto sulla sua carne.
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L’atrio di questo museo mi incute timore. Mi mette una lieve angoscia la sua struttura razionalista che circonda i nostri corpi neri. Struttura di una bellezza gelida che mi stupisce e mi piega. Trasuda il fascismo degli architetti che l’hanno progettata, ma anche lo slancio che molti di loro avevano per la modernità.
Sono sempre stata colpita dalla ricerca del bello espressa dalle architetture fasciste, da tutto il male attraversato per trovarlo. E ancora oggi davanti a quelle creature ho come un mancamento. Perché c’è tanta armonia in quelle forme geometriche semplici e chiare come la luna. E tanta ferocia. C’è autoritarismo ma anche libertà. In ogni curva e spigolo si nasconde il diavolo, eppure emerge anche qualcosa di estremamente puro e angelico.
Tutto questo mi ha sempre destabilizzata. E credo che inquieterebbe anche te, amatissima.
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Sento gli antenati, sento i loro nemici. Se ci avviciniamo alle pareti del Museo delle Civiltà, come in ogni superficie di questo quartiere teutonico e candido che è l’EUR, possiamo percepire nitidamente gli stivali degli eserciti europei calpestare la nostra pelle nera. Way nagu tunteen. Wallahi! Way nagu tunteen. Wallahi!
Se vai sul sito Internet del museo vedrai subito una finestrella che sboccia improvvisa come una rosa. E’ lì per avvertirci che “il Museo delle Civiltà ha avviato un processo di progressiva e radicale revisione che metterà in discussione, provando a riscriverle, la sua storia, la sua ideologia istituzionale e le sue metodologie di ricerca e pedagogiche”.
E in effetti basta mettere un piede oltre la soglia per accorgersi di questo lavoro incessante e certosino. Di questo lavoro infinito senza pause.
Guardo tuo fratello, tuo zio, tuo cugino. E spiego loro che nelle viscere di questo museo tentacolare ci sono tanti percorsi differenti. Tante collezioni differenti.
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La pace di Dio su di te, quindi. Con amore. E con stima.
Quella stima che che nutro per tutti coloro che hanno deciso di trasformare le collezioni ereditate dal museo di propaganda coloniale nel suo esatto opposto: una piattaforma decoloniale contemporanea.
Un luogo, un’idea, una speranza per interrompere la marcia degli stivali, le invasioni, il sangue, il colonialismo che c’è stato e che in Italia non è mai stato veramente discusso. Per arrestare il male creando un ponte fra le due sponde, Europa e Africa. Non nascondendo il passato, ma mostrandolo, con le lenti dell’intelligenza e del cuore. Per convertire ciò che un tempo era dolore, un museo e manufatti che erano tossici, in uno strumento per superarlo. Per provare a portare la luce dove troppo a lungo c’è stato soltanto il buio. Il Jirro.
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