Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

E allora il patriotticamente corretto? 

E allora il “patriotticamente corretto”? La formula non ha avuto la stessa fortuna mediatica di “politicamente corretto” o “correttezza politica”, esiste ma solo raramente emerge in superficie. Speculando, così, su due piedi, posso pensare a un motivo. Se “politicamente corretto” è soprattutto una etichetta di destra per definire cose dogmaticamente di sinistra, “patriotticamente corretto” sarebbe una etichetta della sinistra contro cose dogmaticamente di destra? Ma forse non sarebbe preso come tale, come una critica, come un insulto, bensì come motivo d’orgoglio? E la sinistra è comunque restia a usare il patriottismo come una etichetta ostile. Almeno la sinistra maggioritaria, quella liberal, che non vorrebbe lasciare ai conservatori il monopolio del linguaggio patriottico, come fosse cosa loro. La sinistra radical, nel suo minoritarismo congenito, è più disponibile a farlo e spesso lo fa, alimentando così il suo minoritarismo. 

Ma chissà – proprio non saprei. Per ora non saprei.

Fatto sta che ho incontrato per la prima volta l’espressione a metà degli anni 1990s, in un testo che, almeno per il pubblico italiano, sembrerebbe improbabile. Dico questo perché il testo in questione, il libro La cultura del piagnisteo di Robert Hughes, fu presentato dall’editore italiano con il sottotitolo manipolato La saga del politicamente corretto, con un claim fuorviante (“Tutto è stupro, fino a prova contraria”), con una foto di copertina che suggeriva, non so se solo alla mia fantasia perversa, femministe arroganti, magari leather, magari lesbiche? In effetti il titolo originale, Culture of Complaint: The Fraying of America, parlava di una società sfilacciata, divisa, in pezzi. Il “politicamente corretto” progressista ne era una faccia polemica, poi c’era l’altra faccia, altrettanto rilevante, quella conservatrice.

“La destra ha la sua forma di correttezza politica”, scrive Hughes, “la correttezza patriottica”, appunto. Che, ma vedi la fortuna, può riassumersi nella stessa sigla, PC (in inglese).  E prosegue: “Anche la destra ha un interesse acquisito a tenere l’America divisa, una strategia che per la comunità civile promette assai peggio di qualunque cosa si possa rimproverare alla debole e circoscritta sinistra americana”. L’isterismo riguardo al “socialismo”, al femminismo, ai diritti dei gay, all’aborto, alla separazione fra stato e chiesa, all’insegnamento della storia, al diritto alle armi, al razzismo, “ha saturato il discorso politico di un’acredine che ha pochi riscontri nelle altre democrazie occidentali”. 

Per dirne solo una. “Negli anni sessanta la Nuova sinistra tendeva a etichettare come fascista ogni conservatore. Negli anni ottanta la Nuova destra ha dato del socialista a ogni liberal, e l’etichetta ha fatto presa. Data la loro illimitata avversione per tutto ciò che sapesse di New Deal, i reaganiani riuscirono  a far passare  per marxismo strisciante ogni intervento del governo nella vita economica (eccettuati gli stanziamenti militari). E quando alla fine degli anni ottanta il marxismo vero crollò, la sua morte venne presentata come una disfatta del liberalismo americano”.

Ho ritrovato la stessa formula in un articolo del dicembre 2016, subito dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa bianca. L’articolo era sul Washington Post che, sì, sarà pure un organo di punta del liberalism più liberal, ma l’autore era tutt’altra cosa, Alex Nowrasteh, un analista del Cato Institute, un think tank di conservatori libertari, anti-statalisti e pro-libero mercato. E che cosa diceva Nowrasteh? Che è indubbio che la destra abbia la sua versione di correttezza politica – la “correttezza patriottica”, altrettanto dannosa per la vita associata perché, come quella di sinistra, imprigiona il dibattito pubblico in una rissosa gabbia ideologica.

Nowrasteh presenta la “correttezza patriottica” e il “patriotticamente corretto” come un fatto nuovo, un prodotto, sembra di capire, della reazione agli attentati dell’11 settembre.  Usa queste etichette come se le stesse creando lui, come se si assistesse al loro battesimo. E ne illustra il significato con una lunga serie di esempi, politici, sociali, culturali, linguistici tutt’altro che nuovi per tipo e qualità, in effetti perfettamente sovrapponibili a quelli discussi da Hughes vent’anni prima. Tutti casi in cui la trasgressione di certe norme comportava accuse a raffica di tradimento dello stile di vita americano e di anti-americanismo. E attenzione, aggiunge: “la correttezza patriottica è tirannia senza buone maniere, i suoi adepti non esitano a usare la legge per promuovere i loro scopi”.

“I conservatori”, scrive Nowrasteh, “hanno la loro versione nazionalista di PC, il loro assortimento di regole che regolano i discorsi, i comportamenti e le opinioni accettabili. La chiamo ‘correttezza patriottica’. E’ una difesa urlata, senza compromessi, senza sfumature, del nazionalismo americano, della storia del paese e di alcuni suoi ideali scelti con cura. Il cuore della sua tesi è la convinzione che tutto in America può essere aggiustato con una dose maggiore di patriottismo rafforzata dalla giusta dose di pubblico ludibrio e di boicottaggi e politiche governative per mettere a tacere le supposte influenze straniere e non americane”.

Robert Hughes, La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Adelphi, 1994, trad. di Marina Antonielli, ed. orig. Culture of Complaint: The Fraying of America, Oxford University Press, 1993.

Alex Nowrasteh The Right Has Its Own Version of Political Correctness. It’s Just as Stifling, in “Washington Post” (December 7, 2016),

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