
Un editoriale del New York Times
I cinema di tutto il paese mostrano la scena che ha avuto luogo al penitenziario di Atlanta quando [al detenuto] è stato formalmente notificato che [il suo partito] lo aveva nominato candidato alla Presidenza.
Non è una scena autentica; è una performance accuratamente provata e riprovata con lo scopo di creare simpatia fra gli sconsiderati. Il detenuto abbraccia gli emissari del partito – in effetti li bacia proprio. Quando questa ignobile vergogna è descritta così, freddamente, pochi possono evitare un brivido di ripugnanza. Molti si ribelleranno all’idea che a un uomo legalmente e giustamente condannato di un crimine contro il suo paese, […] sia consentito dalle autorità di prendere parte a una tale mascherata. Ma al cinema, come gli autori della piccola commedia sanno bene, nessun tocco di “faking” è ovvio. Pochi che siano reattivi all’appello del drammatico, o il cui cuore sia sensibile al pathos di una vecchiaia in sofferenza, possono trattenere una reazione emotiva. Sotto l’influenza della psicologia della folla, il criminale riconosciuto è applaudito ogni sera – altrettanto fragorosamente degli altri candidati alla Presidenza che hanno ottenuto onorevole grandezza grazie al loro infaticabile servizio a favore del popolo americano. In breve, viene commesso un oltraggio, un oltraggio contro la nazione e contro i suoi eroici difensori.

Va bene, conviene dire a questo punto che non si sta parlando di chi pensate voi (è troppo presto). L’editoriale del New York Times è del 12 giugno 1920, un secolo fa. Il titolo è The Debs Pictures, il “detenuto” è Eugene V. Debs e il partito che lo nomina alla presidenza è il Socialist Party of America. Condannato a dieci anni di carcere per aver violato il Sedition Act durante la Grande guerra, in particolare per avere incitato a resistere alla leva obbligatoria, nell’anno presidenziale 1920 Debs conduce la campagna elettorale dalla sua cella. Nulla lo impedisce. Adotta lo slogan “For President, Convict No. 9653”.
L’evento a cui si fa riferimento è la ripresa filmata della visita in carcere della delegazione socialista, baci, abbracci e mazzi di fiori, che diventa un newsreel del Moving Picture Weekly, un settimanale diffuso nelle sale cinematografiche di tutto il paese. I titoli inseriti nella pellicola, ovviamente muta, dicono: “la scena più inusuale nella storia politica dell’America”. Probabilmente qualcosa del genere si potrebbe dire anche dell’uso del cinema a fini politici ed elettorali, a cui i direttori del Times cercano di rispondere come possono. Debs prenderà circa 900.000 voti, sarà rilasciato molto in anticipo alla fine del 1921… Intanto così continua l’editoriale.

E’ probabilmente troppo tardi per impedire la circolazione delle immagini; ma non è troppo tardi per fare in modo che, insieme a tanto deliberato sentimentalismo e premeditata falsificazione, a tutti sia resa nota la verità più elementare. In un discorso del giugno 1918, l’attuale candidato del Socialist Party elogiò il programma del suo partito del 1917, che invocava “l’azione continua e la pubblica opposizione” contro la conduzione della guerra; dichiarava che la guerra era causata e condotta nell’interesse del “capitale”, ed esortava i lavoratori salariati a resistere alla coscrizione e a non aiutare in alcun modo il paese. Parlando del governo e dei tribunali, disse: “Con ogni goccia di sangue che mi scorre nelle vene disprezzo la loro legge e li sfido!”. Tutto ciò ha ammesso sotto giuramento in tribunale e mai ha ritrattato.
Se queste poche parole fossero proiettate sullo schermo, poco rimarrebbe della mob psychology su cui gli autori della messinscena hanno astutamente giocato. La falsità dell’appello alla simpatia sarebbe ovvia, e così la flagrante sconvenienza di esibire, su un piede di parità con coloro che sono stati fedeli al popolo americano, l’uomo che è fedele solo al socialismo. Con le vere parole di Debs incise bene in vista, la piccola commedia avrebbe un inizio e uno sviluppo logico – e probabilmente anche una logica conclusione.

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- E’ peccato prendere la armi? Non ditelo a noi che ci difendiamo a casa nostra, ditelo ai nostri aggressori (Tom Paine ai Quaccheri nel 1776 / 1).
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