Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Le pene del compromesso: tre o quattro cose sui Dems di oggi (e di ieri)

original.jpg

Sul social policy bill da 3500 miliardi di dollari del presidente Biden si sta giocando uno scontro strutturale all’interno del partito democratico. È lo scontro fra l’ala del partito che proviene dalle aree elettoralmente sicure, quelle che forniscono lo zoccolo duro e duraturo del partito, dove hanno vinto parecchi progressisti — e l’ala che proviene dalle aree incerte, conservatrici, strappate per un soffio ai repubblicani, quelle che tuttavia hanno garantito al partito le pur flebili maggioranze di cui gode oggi in Congresso. Ciò va al di là delle polemiche personali fra i contendenti, inevitabili nel tentativo di forzare un accordo su un reconciliation bill di compromesso capace di passare entrambe le camere. Ma anche laceranti, talvolta ai limiti dell’insulto, in alcuni casi vicine al linguaggio, peraltro velleitario, dell’epurazione.

L’ala progressista ha i suoi campioni più visibili ed entusiasti nel Progressive Caucus della Camera dei reppresentanti, e si tratta in effetti di campionesse, da Pramila Jayapal a Alexandria Ocasio-Cortez a Cori Bush. Tutte prosperano in collegi elettorali blindati, dove la competizione vera non è con i repubblicani ma con i democratici più moderati; vinte le elezioni primarie, dove notoriamente votano gli elettori più militanti, la vittoria alle elezioni generali è garantita. L’ala conservatrice coagula una decina di deputati (la maggioranza democratica alla Camera è di appena 8 voti) ma ha i suoi due campioni decisivi in Senato, dove sono l’ago della bilancia, campioni anch’essi ma di comportamento passivo-aggressivo. E sono gli ormai celebri Joe Manchin, il mai-stato-liberal senatore della West Virginia, stato molto conservatore, territorio nemico per i democratici, e l’ex-Green-Party Kyrsten Sinema, senatrice dell’Arizona, ora stato in bilico, territorio di recente e insicura conquista. 

La conversazione, diciamo così, fra le due parti è significativa e, se presa sul serio e non solo come schiuma retorica di una lotta di fazione, indica due diversi modi di interpretare il partito, complementari se ci si vuole un po’ di bene, altrimenti alternativi. Se l’ardente Cori Bush dice a Sinema “venga a parlare con i miei elettori [poveri, neri, urbani] a St.Louis”, Sinema potrebbe rispondere, ma non lo fa, “e lei venga a parlare con gli elettori della mia Arizona, che Biden ha vinto per poco più di 10.000 voti, lo 0.3% del totale (nella West Virginia di Manchin, Trump ha preso il 70%). Dove stia la frontiera di espansione della coalizione democratica è questione antica. Certo è che, data la base territoriale del sistema elettorale (“tutta la politica è politica locale”), per consolidare la loro presenza nelle assemblee legislative i democratici devono tenersi buone e in prospettiva aumentare le maggioranze difficili nei collegi ostili. 

D’altra parte, che riforme fondamentali come quelle promosse da Biden richiedano ardui compromessi non è una novità, è sempre stato così. E voglio dire compromessi interni al partito stesso, anche quando i democratici hanno goduto di maggioranze congressuali ben più confortevoli di quelle striminzite attuali, tipo negli anni d’oro del New Deal o della Great Society di Lyndon Johnson. Per dire solo del New Deal, cose tipo il Social Security Act o il Wagner Act sui diritti sindacali passarono grazie al voto dei democratici conservatori di allora, i Dixiecrats del Sud razzista e segregazionista. Ma mica gratis: entrambe le leggi avevano un forte bias razziale, escludevano da molti benefici i tipi di lavoratori che erano diffusi fra i neri del Sud. Erano frutto di compromessi (anche brutti) ma, grazie ai compromessi, vennero al mondo: novità epocali laddove prima non c’era nulla. 

L’arte di fare i compromessi legislativi richiederebbe tuttavia un po’ più di discrezione, chissà. Magari solo per tattica. Magari pensandoci prima di gettarsi nella mischia. Se il cuore della controversia con i legilatori moderati è l’enormità della spesa, i 3500 miliardi di dollari di Biden, che per i più progressisti avrebbero dovuto essere quasi il doppio (abbiamo già accettato un compromesso a suo tempo, dicono), la sua riduzione implica ridisegnare tutto, decidere dove ridurre gli investimenti, che cosa tenere dentro e cosa lasciar fuori, che cosa fare subito e cosa rinviare a tempi migliori. Il discorso pubblico sta così scivolando su un piano inclinato negativo. Non è più “ecco quello che faremo, ganzi che siamo”, bensì “ecco quello che non riusciremo a fare, accidenti”. Un commentatore ha già scritto, “i tagli saranno davvero brutti e davvero penosi”. I tagli a qualcosa che non c’è.

A proposito, ma 3500 miliardi di dollari, 3,5 trilioni (trilioni! roba da Paperon de’ Paperoni) sono davvero una cifra così enorme? Se sommata alle altre spese previste o già attuate da questa  amministrazione, considerata in dollari correnti, e paragonata al costo di storiche riforme precedenti  – sì, abbastanza, grazie. Il Washington Post (qui) propone un’analisi di grande interesse. In dollari di oggi, i programmi sociali del New Deal sono costati 324 miliardi, quelli della Great Society di LBJ 520 miliardi, una frazione del piano Biden. Il Recovery Act di Obama è costato quasi 1 miliardo, Obamacare poco più di un miliardo. Ma c’è un ma: se si mettono nell’equazione le dimensioni economiche e demografiche del paese, le cose cambiano. Oggi l’economia è 20 volte quella del 1934, la popolazione è più che raddoppiata. Le spese annuali del New Deal erano il 2.8% del Pil, quelle di Biden potrebbero arrivare al 2.1%. Il loro impatto sarebbe dunque inferiore. Sarebbe inoltre in linea con la crescita della spesa sociale negli ultimi decenni, chiunque sia stato al governo. 

Categorie:Cultura politica, partiti

Tag:, , , ,

1 risposta

Trackback

  1. Rassegna 04.10.21 - Stefano Ceccanti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...