Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Kurt Vonnegut e la democrazia in America, e in Iraq, e altrove

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Nel 2007, nella sua ultima intervista (pubblicata postuma su un giornale amico, il periodico socialista In These Times), Kurt Vonnegut parla della sua adolescenza in Indiana e d’altro. Sono  passati quattro anni dall’inizio della guerra americana in Iraq (dopo lo spicinìo dell’Iraq, l’Afghanistan sembrava una cosa di secondo piano) e l’ottantacinquenne scrittore dice la sua sulla guerra stessa, anzi contro quella guerra e in generale contro la retorica della “esportazione della democrazia” che l’ha accompagnata. Dice:

A scuola ho imparato che cosa si presumeva che l’America fosse – sai com’è, un faro di libertà per il resto del mondo. E ovviamente non era questo il caso. Ho scritto una lettera all’Iraq, una lettera aperta firmata Zio Sam [ride], e diceva così: “Caro Iraq. Fai come noi. All’inizio della democrazia, un po’ di genocidio e pulizia etnica ci stanno. Dopo cento anni, devi lasciare andare i tuoi schiavi. E dopo centocinquanta anni, devi consentire alle tue donne di votare e essere elette”. Proprio una bella democrazia.

Vonnegut fa del sarcasmo irridente, è bravo a farlo, è la sua cifra intellettuale, nel momento della polemica viene da applaudirlo. Se provo a ragionare sulle sue parole, a mio rischio e pericolo, è possibile andare un po’ oltre il sarcasmo e l’irrisione. 

In primo luogo, mi sembra che il giro di frasi di Vonnegut, qui come altrove, riecheggi certi presupposti intellettuali del radicalismo presentista Sixties-style. Secondo i quali la democrazia americana è sempre falsa rispetto all’idea a cui dovrebbe conformarsi, che è un’idea atemporale, quindi quella di oggi. Una democrazia sempre inadeguata, riluttante, sempre in ritardo (di decine di anni, di secoli) nelle sue timide aperture, nelle sue promesse non mantenute, con una storia malmostosa e, diciamolo pure, criminale. Una storia governata o meglio dominata da forze padronali che decidono quando è il caso di fare le cose, prendendosela comoda: dai, oggi si liberano gli schiavi, fra mezzo secolo si penserà alle donne. Una democrazia nata male, meglio mai nata. Una nozione, questa, che è speculare a quella di un certo trionfalismo nazionalista eccezionalista (l’America paese “nato libero”) e quindi eccezionalista essa stessa. 

Ma che arroganza!, dice Vonnegut. Che cosa volete che ci sia da esportare, qualcosa che da sempre scarseggia anche da noi? Che, diciamocelo, è un modo piuttosto facile di cavarsela.

In secondo luogo, Vonnegut ha ovviamente ragione nell’indicare i tempi lunghi della vicenda democratica americana, un po’ da manualetto. Ma forse proprio quei tempi lunghi andrebbero presi sul serio. Per coltivare l’idea che il tempo che passa, anche secolare, non sia ritardo colpevole e attesa sempre frustrata della Nuova Gerusalemme, bensì paziente invenzione della città imperfetta che abitiamo oggi, faticosa costruzione di cose nuove, di diritti e spazi di azione e partecipazione, di libertà e inclusioni che prima non esistevano. Una costruzione che è anche drammatica e dolorosa, perché implica non solo cambiamenti istituzionali ma anche e forse soprattutto lacerazioni sociali e antropologiche, la crisi dei rapporti di potere e di deferenza di classe, di status, di genere, di comunità, di etnia e razza ­– lacerazioni molto carnali nelle vite di ciascuno. In tutto questo la democrazia americana è tutt’altro che lenta e riluttante, è alla pari e spesso all’avanguardia rispetto alle comparabili democrazie europee. Con loro ha condiviso anche i lati oscuri, le resistenze, le reazioni reazionarie e sì, schiavitù e pulizie etniche, sotto casa o in giro per il mondo.

In questo caso Vonnegut avrebbe potuto dire, ma non era nelle sue corde farlo: come potete pensare di esportare il prodotto di due secoli di storia travagliata, out of the blue, con la forza, in società storicamente estranee? La democrazia non viene gratis da fuori e dall’alto, va guadagnata da dentro e da sotto, se interessa. 

In terzo luogo, eh, si fa presto a dire che “faro di libertà per il resto del mondo” sia truffa e fuffa. E se invece fosse proprio la base culturale delle avventure fuori casa che Vonnegut aborre? Quella di essere faro che irradia, e quindi non solo esempio ma anche agente attivo, agente di espansione di qualcosa, è una pretesa (in effetti un dovere, una missione) che ha segnato le grandi rivoluzioni all’alba della nostra contemporaneità, negli Stati Uniti e in Francia, ed è rimasta appiccicata alle loro eredità condivise. Rivoluzioni fatte in nome di principi di libertà e auto-governo ritenuti universali, a cui l’umanità aspira per natura, che lo sappia o no, che lo voglia o no. Da portare ovunque, con le buone o con le cattive. Rivoluzioni che diventano imperiali e imperialiste. (La Rivoluzione bolscevica ha generato una simile spinta propulsiva, in nome di altri principi altrettanto universali.) Ci sono così state invasioni e regimi imposti, repressioni di vandee e contro-rivoluzioni, successi temporanei e fallimenti. Ma c’è stata anche la diffusione di idee e pratiche che, con i loro tempi, in terreni appena appena propizi, con il senno di poi, hanno lasciato il segno, avviato processi di cambiamento, generato cambiamenti di cui noi stessi, qui e ora, non sapremmo fare a meno. 

Tipo: siamo oggi una repubblica liberal-democratica e abbiamo diritti di libertà, e di fare e dire stupidaggini, anche perché poco più di duecento anni fa le armate napoleoniche (più o meno rivoluzionarie), non invitate, misero a soqquadro gli stati e le società in cui vivevano i nostri antenati, molti dei quali, giustamente, non apprezzarono le violente intrusioni. 

Credo che a Vonnegut queste considerazioni potessero sembrare una grande ipocrisia, bellurie “progressiste” che coprono ricette per il crimine. A chi pensa che la parola “ipocrisia” non abbia posto nel guardare alla storia, suggeriscono drammi che lasciano senza respiro.

P.S. [settembre 2019] Naturalmente, prima o poi, almeno nella retorica pubblica, le rivoluzioni esauriscono la loro “spinta propulsiva”. Così è stato autorevolmente detto della Rivoluzione d’ottobre. Che la Rivoluzione americana non sia ancora finita, continui a fare il suo lavoro di cambiare le cose, è stato proclamato dai presidenti degli Stati Uniti per tutto il Novecento e almeno fino a Obama; poi mi sono distratto. Della Rivoluzione francese ricordo un Congresso internazionale sull’Illuminismo, giusto quarant’anni fa a Pisa (settembre 1979), dove Albert Soboul interrogato in proposito (“Quando finisce ecc.?”) rispose urlando “Jamais!” Erano i tempi del dibattito con François Furet, allora ne sapevo qualcosa grazie a Paolo Viola, un caro amico che non c’è più. 

Categorie:Cultura politica

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