Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Per fortuna che c’è la Cina, a promuovere il socialismo in America

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Qualunque sia lo scopo che l’amministrazione Biden e i democratici in Congresso si propongano con la loro politica estera in Asia, è indubbio che stiano usando la Cina come un utile spauracchio in politica interna. Almeno ci provano. Presentare i grandi progetti di trasformazione del paese, i grandi progetti di investimenti nelle infrastrutture e nella ricerca, come necessari per tener testa alla minaccia della competizione cinese è un modo per fare appello al patriottismo, per creare consenso nell’opinione pubblica ma soprattutto per invitare o spingere o costringere o ricattare i legislatori repubblicani a qualche forma di bipartisanship. Che in Senato ci vuole come il pane, per superare l’ostacolo dell’ostruzionismo.

L’operazione ha un aspetto ironico. Evoca infatti lo spettro di una potenza ostile “comunista” per convincere i repubblicani a condividere politiche che ai loro ideologici occhi sono, con orrore, “socialiste”.

Naturalmente non è la prima volta che ciò accade.

Non è un caso che in queste settimane, in questi mesi si moltiplichino i richiami di esponenti democratici nell’amministrazione e in Congresso a una precedente stagione di grandi investimenti infrastrutturali, che non è il New Deal o la Great Society, troppo liberal e troppo Dem per avere un bipartisan appeal, bensì quella degli anni di Ike Eisenhower e infine di John Kennedy. Gli anni insomma della creazione della rete autostradale interstatale e poi delle massicce spese in ricerca scientifica e tecnologica per competere nella corsa spaziale con l’Unione sovietica. (E tuttavia, va detto, oggi inserendo nella categoria “infrastrutture” delle riforme sociali che appartengono piuttosto alla tradizione rooseveltiana o johnsoniana.)

Il testimone più autorevole di questa strategia retorica è lo stesso presidente Biden, che l’ha esplicitata il mese scorso in occasione della presentazione dell’American Jobs Plan. Ricordando che allora, negli anni cinquanta e sessanta, era stato “il governo – cioè i contribuenti” a finanziare il tutto. Aggiungendo che oggi come allora si sta delineando una nuova competizione a livello mondiale, fra democrazie e autocrazie.

Ve lo assicuro – questo non è parte del mio discorso – ma ve lo assicuro, nei prossimi sei o otto mesi parlerete tutti di come la Cina e il resto del mondo stiano correndo avanti a noi negli investimenti sul futuro, nel tentativo di possedere il futuro. La tecnologia, il quantum computing, investire importanti somme di denaro per trattare il cancro e l’Alzheimer – questa è l’infrastruttura di una nazione. […] Pensate che la Cina sia aspettando a investire nelle infrastrutture digitali o in ricerca e sviluppo? Ve lo assicuro, non stanno aspettando affatto, e contano sul fatto che la democrazia americana sia troppo lenta, troppo limitata e troppo divisa per tenersi al passo. […]

Non è la prima volta che ve lo dico. Penso che questa generazione sarà segnata dalla competizione fra le democrazie e le autocrazie, perché il mondo sta cambiando rapidamente. Gli autocrati scommettono sul fatto che la democrazia non sia in grado di generare quel tipo di unità che è necessaria per prendere decisioni adeguate a questa competizione. Non possiamo permetterci di  dimostrare che hanno ragione. Dobbiamo mostrare al mondo – e soprattutto dobbiamo mostrare a noi stessi – che la democrazia funziona; che possiamo ritrovarci insieme sulle grandi cose. […] Qualunque siano le divisioni di partito su altre questioni, non ci devono essere su questa. Le divisioni del momento non dovrebbero impedirci di fare la cosa giusta per il futuro. Non ci sono ponti repubblicani, aeroporti democratici, ospedali repubblicani, reti elettriche democratiche. Pensate alle ferrovie transcontinentali, all’Interstate Highway System, o alla gara spaziale. Siamo una nazione, unita e connessa.

Com’è che traduce tutto ciò un osservatore? “Dobbiamo ricreare una sorta di Sputnik era“. Com’è che la mette un congressional aide che si muove sul fronte delle battaglie parlamentari? “Il modo migliore per promuovere un’agenda progressista è usare la Cina come minaccia”.

Un po’ di Guerra fredda, dunque? Ma perché no, se è la condizione affinché anche i più ardenti sostenitori del libero mercato si convertano a usare il governo per “rimettere in moto il paese”, come disse Kennedy nel suo discorso sulla Nuova Frontiera.

Potrebbe persino funzionare. In questi giorni è approdato in Congresso un progetto di legge che prevede investimenti per più di 100 miliardi di dollari in tecnologie d’avanguardia, roba come semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica – nonché programmi di istruzione scientifica e la creazione di una decina di hubs tecnologici nel paese. Si chiama U.S. Innovation and Competition Act of 2021. In Senato è sponsorizzato in maniera bipartisan dal democratico Chuck Schumer e dal repubblicano Todd Young. La discussione è appena cominciata e chissà come finirà. Comunque Schumer ha, come suol dirsi,  avvolto il pacchetto nella bandiera, affermando che esso consentirà di non “cedere il mantello della leadership economica ai nostri avversari”, di “mantenere l’America al primo posto nella scienza e nella tecnologia”, di “vincere nella competizione con paesi come la Cina”.  

Categorie:Guerra fredda

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