Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Perché siamo così interessati alle faccende razziali americane?

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Perché siano così informati, appassionati e partecipi delle faccende razziali americane? Perché siamo (molti italiani ma anche, mi sembra di capire, molti europei) così informati su fatti, persone, leggi, procedure, analisi e storie come spesso non lo siamo su faccende analoghe di casa nostra? Perché siamo così appassionati e partecipi, alcuni di noi, al punto di organizzare manifestazioni di protesta in risposta a eventi d’oltreoceano come se ci riguardassero direttamente? Era già successo in periodi precedenti, a cominciare almeno dagli anni Sessanta. E’ successo in grande stile l’estate scorsa, con Black Lives Matter in concomitanza con l’esplosione della pandemia e con le elezioni presidenziali. Sta di nuovo succedendo negli ultimi mesi, con i nuovi incidenti di brutalità della polizia, e in questi ultimi giorni, in  queste ore, con lo storico processo per l’uccisione di George Floyd a Minneapolis – un vero e proprio court drama di grande tensione con uno storico finale. 

Ho cercato qualche risposta a queste domande, e questo è quello che ho messo insieme, in via del tutto provvisoria. Non so se voi avete risposte migliori.

In primo luogo c’è il fattore centro/periferia – di tipo imperiale, se volete. Molti italiani ed europei (e i nostri media) continuano a considerare gli Stati Uniti il centro di qualcosa, e quindi hanno molto interesse per ciò che vi accade, fin nei dettagli, un interesse non contraccambiato, visto che per gli americani l’Europa è un po’ periferia. Noi sappiamo tutto di loro, loro sanno poco di noi. E sappiamo tutto, naturalmente, sia delle loro virtù che dei loro vizi. Di questo privilegio imperiale gode in qualche modo anche la comunità afro-americana, con le sue vicende e i suoi problemi, i suoi drammi e la sua vibrante vita politica e intellettuale. Nel senso che Black America, grazie al soft power degli Stati Uniti, ha una visibilità all’estero, una capacità di proiezione di immagini e storie che la riguardano – se volete, ha una autorità politica e culturale transnazionale che altre comunità nere altrove, minoranze o anche maggioranze che siano, hanno difficoltà a eguagliare. 

Poi c’è il fattore anti-imperialistaAgli occhi di molti europei anti-imperialisti (nel senso di anti-imperialisti anti-americani, ché di altri imperialismi neanche si accorgono) gli African Americans incarnano una curiosa contraddizione. Da una parte sono i testimoni del fallimento del sogno americano, sono la prova provata dell’imperialismo razzista che agisce anche dentro i confini nazionali. Allo stesso tempo, sono una forza di redenzione dall’incubo americano. Sono la prova che l’America è anche altra cosa, che c’è un’America buona che piace anche ai cosiddetti anti-americani, i quali non sono quindi così ideologicamente “anti” su tutto. Per dire: certi progressisti hanno potuto svillaneggiare l’America di George W. Bush e subito dopo entusiasmarsi per quella di Obama. Certa sinistra ha potuto denunciare con vigore il colonialismo culturale yankee ma accogliere a braccia aperte scrittori americanissimi come James Baldwin o Toni Morrison. Certa sinistra radicale ha potuto odiare Johnson e Nixon e tutti quelli venuti dopo fino a Obama compreso,  e tuttavia amare Malcolm e Muhammad Ali e le Pantere nere e il jazz e il blues – che più America di così non si può.

Che dire di un certo fattore esoticoLa percezione dei neri americani sedimentata fra di noi ha spesso avuto una componente condiscendente, infantilizzante, o altrimenti esotica, che l’ha resa attraente per chi indulga in fantasie razziali coloniali. Basti pensare, in chiave retrò, alla riduzione all’esotico di figure come Louis Armstrong, un po’ Aunt Jemima – o come la cantante e ballerina Josephine Baker, con il suo gonnellino di banane, lei stessa interprete in Francia della parodia orientalista de La petite tonkinoise. (Alla marcia su Washington del 1963 Baker si presentò sul palco in severa divisa da eroina della Resistenza francese.) Basti pensare, in chiave più contemporanea, ai protagonisti di certo cinema Blacksploitation e di certa musica pop oppure, meglio ancora, rap – figure di maschi potenti e violenti con il pacco in evidenza, o di femmine oversexed che ricalcano ben noti stereotipi razzisti e colonialisti… Volendo, c’è anche un esotismo più cool, elegante e radical: tipo il culto mediatico e quasi fashionista di Angela Davis anni Settanta, la Madonna militante con l’Afro-look.

Il fattore alibi, e il fattore senso di superiorità, sono importanti. Occuparsi delle ingiustizie razziali americane è forse un alibi politico e intellettuale, un modo per rimuovere le ingiustizie razziali di casa nostra, di casa Italia, di casa Europa? Diceva Tocqueville che “nessun africano è approdato liberamente sulle coste del Nuovo mondo”. Ma a portarli là, gli africani, e a tenerceli in catene, e a trarne profitto, sono stati il Vecchio mondo e i figli del Vecchio mondo – sono stati l’Europa imperiale e imperialista e i suoi migranti. L’Europa ha storie altrettanto dark delle storie americane, intrecciate con quelle. Con una differenza importante: noi abbiamo praticato le forme più vergognose di razzismo antinero fuori dei nostri confini, nelle Americhe appunto, nell’Atlantico, in Africa fino a non molto tempo fa. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ciò ha facilitato l’esistenza di una amnesia selettiva che porta molti di noi bianchi europei ad avere un senso di superiorità verso gli americani, a proposito di razzismo – e chiaramente a sproposito. 

In tutto questo, c’è infine un possibile fattore di interesse, reale e persino utile, chissà. Capita infatti che la nostra attenzione al razzismo americano, alle sue radici, ai modi espliciti ma anche subdoli di manifestarsi nella vita sociale, nelle politiche di governo, nel linguaggio pubblico, possa spostare di rimbalzo lo sguardo sul razzismo interno ai nostri paesi, che certo non è da meno. C’è la possibilità che il diffuso interesse per gli Stati Uniti contribuisca a educare, con qualche spinta opportuna, il nostro mondo politico sul razzismo che c’è sotto casa – e non solo oltreoceano.  Sembra tuttavia che con molti europei bianchi non sia così facile, anche con quelli più disponibili. Sento raccontare questo da molti osservatori, e anche la mia esperienza lo conferma: pochi negano l’esistenza del razzismo nei nostri paesi, ma molti continuano a pensare che da noi sia comunque diverso. Molti continuano a pensare che comunque, malgrado tutto, “è meglio qui che là”, realtà o illusione che sia.

Categorie:Americanismo

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  1. Rassegna 22.04.21 | Stefano Ceccanti

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