Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

La curiosa origine (comunista) dell’eccezionalismo americano

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May Day Parade, New York City, 1935

L’American exceptionalism di cui da qualche tempo si sente parlare nel dibattito pubblico americano, come invenzione linguistica non ha niente a che fare con la divina provvidenza. 

Ha tutto a che fare con Giuseppe Stalin. 

Non deriva dall’idea dell’America come “città sulla collina” in missione per conto di Dio, idea evocata con altri fini da un colono puritano di inizio Seicento, sconosciuta ai più fino alla metà del Novecento, ri-scoperta a Harvard negli anni della Guerra fredda, citata dall’harvardiano Kennedy e infine popolarizzata da Reagan. Non deriva, ma proprio per niente, da Alexis de Tocqueville, che usa casualmente l’aggettivo “eccezionale” a proposito di un dettaglio, ma che in generale vede la democrazia in America non come una stranezza fuori classifica bensì come un caso di studio di ciò che succederà in Europa. E non deriva neanche da Werner Sombart, che nel 1906 si chiedeva, sì, “Perché non c’è il socialismo negli Stati Uniti?”, ma si rispondeva dicendo che trattavasi di condizione temporanea, aspettate qualche anno e vedrete che il socialismo fiorirà anche qui.

Per trovare la formula “eccezionalismo americano” bisogna entrare nell’universo lessicale delle lotte politiche, ideologiche, di fazione e di potere (e più tardi di vita e di morte) dell’Internazionale comunista alla fine degli anni venti del Novecento. Per molti versi – come dire? – l’universo più un-American che possa popolare gli incubi eccezionalisti di un americano al cento per cento. 

E sì, di nuovo, come ai tempi di Sombart, la faccenda riguardava il destino del socialismo, o meglio, con ambizioni più ambiziose, il destino della rivoluzione comunista in America. Il segretario generale del Communist Party USA si chiamava Jay Lovestone, e sosteneva che il movimento operaio nel paese era debole perché gli Stati Uniti erano diversi dai paesi europei, in quel momento si trovavano in una condizione, appunto, di eccezionalità. A differenza del capitalismo europeo che, secondo le risoluzioni del Comintern del 1928, aveva concluso la sua stabilizzazione relativa e si avviava a una fase di decandenza, il capitalismo americano aveva ancora enormi risorse da sviluppare, ed era impegnato in un processo di razionalizzazione di vasta portata. Gli Stati Uniti erano lontani dalla rivoluzione, diceva Lovestone, e ciò doveva essere evidente anche ai compagni più ottimisti e meno obiettivi. Era quindi necessario, per il suo partito, elaborare strategie e tattiche politiche diverse da quelle adottate altrove. 

Il Comintern non apprezzò questa presa di distanza. 

Nella primavera del 1929 Stalin chiamò Lovestone a Mosca, Lovestone andò ma tornò anche velocemente. Stalin gli fece una lavata di capo, e fece in modo che fosse rimosso da segretario del partito e infine espulso. Nel giro di qualche settimana la maggioranza di cui aveva goduto fino ad allora nel partito americano lo ripudiò, mentre un piccolo gruppo gli rimase fedele e uscì con lui a fondare, come si usava, un nuovo e più vero partito. Con un nome che esprimeva il desiderio un po’ patetico di essere quello che non era più, Communist Party USA (Majority Group), poco dopo cambiato nel più realistico Communist Party USA (Opposition).

Bene,Jay per gli stalinisti quello era un gruppo colpevole di “eccezionalismo americano”, era il gruppo degli “eccezionalisti americani”. 

Ovviamente un insulto. 

L’insulto fu accettato, anzi rivendicato dai destinatari. Se questo vuol dire che riteniamo che ogni paese abbia condizioni sociali specifiche di cui occorre tener conto, scrisse uno di loro, “dobbiamo riconoscere di essere qualcosa di più che gli ‘eccezionalisti americani’: noi siamo gli ‘eccezionalisti’ di ogni paese del mondo”.

Insomma, l’invenzione linguistica American exceptionalism è nata (e morta) quasi un secolo fa per designare una eresia (o un buon senso) marxista. E’ riemersa molto più tardi, diciamo dalla fine del Novecento fra gli addetti ai lavori, da una decina d’anni nel pubblico più largo, da un paio d’anni negli ambienti Democratici vicini alla nuova amministrazione Biden, per indicare un’idea più antica e più profonda di quella discussa allora dai comunisti. E cioè l’idea che gli Stati Uniti siano diversi dal resto del mondo, proprio strutturalmente diversi, storicamente diversi, eccezionali per caratteristiche e destini nazionali… 

Ma questo è un altro discorso, per un’altra volta… Ho qui un libro, Abram Van Engen, City on a Hill: A History of American Exceptionalism (Yale University Press 2020), devo recensirlo, magari sarà questa l’occasione adatta. Intanto si può dare un’occhiata al pezzo che Van Engen ci ha scritto su per il Washington Post del 5 gennaio scorso (vedilo qui).

Epilogo Lovestone. Il povero Lovestone (nato Jacob Liebstein, 1897-1990, ebreo lituano sbarcato a Ellis Island a dieci anni) era stato davvero sfortunato. In quelle sue settimane di passione, fra la fine del 1928 e il 1929, aveva incautamente parlato bene di Nikolai Bukharin proprio poco prima che Bukharin cadesse in disgrazia; cambiò rapidamente opinione, come si usava, e lo ripudiò, ma troppo tardi per salvarsi il posto e l’anima. (Se non sapete chi sia l’opportunista di destra Bukharin, fatevene una ragione, o cercate su wikipedia.) Inoltre, e clamorosamente: avesse aspettato qualche mese ancora a celebrare la vitalità del capitalismo americano, con l’ottobre nero di Wall Street e il precipitare della Grande depressione avrebbe potuto tacere e risparmiarsi un sacco di guai. Almeno sul breve periodo la storia o almeno la cronaca sembrò dargli torto. Il congresso del Communist Party USA del 1930 gliele cantò chiare: “La tempesta della crisi economica ha distrutto il castello di carte dell’eccezionalismo americano e dell’intero sistema di teorie e illusioni opportuniste che è stato costruito sulla ‘prosperità’ capitalista americana”.

Comunque Lovestone, che a quel punto aveva appena trent’anni e, a differenza di Bukharin, non viveva nella Russia sovietica, sopravvisse. Con i suoi amici, i Lovestonites, andò a lavorare nei sindacati dove si avvicinò alle componenti non comuniste e, dal punto di vista dei comunisti, fece la fine che nelle favole sui cattivi fanno i cattivi. Dopo la guerra e nel lungo dopoguerra guidò le attività internazionali anti-comuniste della confederazione sindacale AFL e poi AFL-CIO, in collaborazione – ebbene sì – con la CIA.

 

Categorie:Americanismo, Labor movement

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  1. Rassegna 08.02.21 | Stefano Ceccanti

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