Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Il “romance” delle transizioni presidenziali

Hercules-sarcophagus-front

The Twelve Labors of Hercules, stone sarcophagus, 2nd century AD, Antalya Archaeological Museum, Turkey

Ma insomma, nella storia americana, ci sono state transizioni presidenziali altrettanto narrativamente avvincenti di questa (guardandola dalla Luna, a distanza emotiva e politica di sicurezza, contando che la fine sia nota)? Che forniscano materiali per un romanzo, o magari un romance, delle transizioni? Così drammatiche per le condizioni generali del paese, tipo la peggiore pandemia mondiale da un secolo a questa parte? E così imprevedibili e rischiose per i comportamenti e il carattere del presidente uscente, lame-duck quanto si vuole ma ancora in carica, con il sottile brivido noir del pericolo a ogni pié sospinto? 

Direi che di così drammatiche sì, se ne sono viste, anche di peggiori. Con un presidente così, mi sembra proprio di no. Trump è unico.

Donald Trump è unico da sempre e tanto più in queste ultime settimane. Nessuno come luiha mostrato uno spettacolare disinteresse a governare, una sprezzante indifferenza per le norme istituzionali, un istinto da autocrate incapace di essere altro. Nessuno come lui ha insultato gli avversari, la convivenza civile, i fatti e la verità, con un linguaggio insonne e rancoroso che ha saturato e infiammato lo spazio pubblico. Nessuno come lui ha negato legittimità al processo democratico e al suo legittimo successore, dopo averla negata al suo predecessore. Un presidente come lui non si è mai visto nella realtà, si è visto solo in qualche fiction distopica, e neanche delle migliori. C’è chi ha evocato It Can’t Happen Here di Sinclair Lewis. Lascerei perdere il Philip Roth di The Plot against America. Alla fine viene in mente il titolo, ma solo il titolo, del film di Woody Allen, Bananas.

A parte l’imbarazzante Trump, dunque, di transizioni più drammatiche di questa ce ne sono state, eccome. Una su tutte viene subito in mente. Quella dell’inverno 1860-1861, quando il presidente al centro dei pensieri (e, si dice, di un complotto per assassinarlo) non è il presidente uscente bensì l’eletto, Abraham Lincoln. E quando si consuma la secessione degli Stati del Sud, che poi porta alla Guerra civile. Qui abbiamo un precipitare caotico di eventi che sfocia, con lampi di tragica spensieratezza, nella tragedia vera, in un bagno di sangue omerico senza eroi, in un grandioso naufragio melvilliano (Moby Dick è di pochi anni prima). La tragedia, come ben si sa, alla fine si riscatta per molti americani in una amara festa di liberazione, liberazione dalla schiavitù. Ma quattro anni dopo, e a ridosso di un attentato assassino riuscito. 

Un’altra transizione che minaccia di finir male è quella dell’inizio del 1801, e potrebbe essere la classica storia dei due vecchi compagni rivoluzionari diventati nemici per la pelle a cose fatte. In questo caso i due architetti della Dichiarazione d’indipendenza: John Adams, presidente sconfitto, attende l’insediamento di Thomas Jefferson. All’alba della vita nazionale, il partito dei padri federalisti della Costituzione si accinge a lasciare il posto al partito repubblicano di opposizione e al suo capo, considerato un giacobino ateo eversivo al soldo francese. Qui è la suspense a dettare la narrazione, una suspense da cinema hollywoodiano sul cuore del potere, quasi da House of Cards, senza arrivare a Game of Thrones. Cosa succederà? Adams lascerà davvero la Casa bianca? E Jefferson, inizierà una seconda rivoluzione? Si vendicherà dei nemici?

Ci saranno colpi di stato come in Francia?

Spoiler: va a finir bene, come in ogni film liberal che si rispetti. Il primo e sperimentale transfer of power da un partito all’altro avviene in pace, ci sono solo dissapori dispettosi. I due protagonisti litigano per strada nelle strade fangose della capitale ancora in costruzione. Adams spreme tutto ciò che può dalla carica, nomina tutti i giudici che può fino all’ultimo minuto, suoi uomini di fiducia, i cosiddetti midnight judges. Poi salta in carrozza e se ne va, prima dell’inaugurazione.

Un terzo caso riguarda l’inverno peggiore della Grande depressione, quello del 1932-1933, quando Herbert Hoover passa la mano a FDR. Qui, nel paese pieno di guai, ci sono episodi e ritmi da commedia alla fratelli Marx, che poi sono le commedie di allora. A Night at the White House  come A Night at the Opera? Perché alla Casa bianca succede che Hoover non si capaciti di aver perso (cioè, sa di aver perso, ma lo trova ingiusto), non si capaciti che sia Roosevelt a governare con quelle idee bislacche, ritenga suo dovere convincerlo a cambiarle. Gli telefona, scrive, manda telegrammi, lo invita, gli fa le prediche, gli tende agguati. Al thé di cortesia con le famiglie, alla vigilia del giorno di inaugurazione, gli fa trovare il segretario al Tesoro che gli spiega come il New Deal sia tutto sbagliato. Lo stalkerizza, un Groucho Marx che importuna le signore.

Finché Roosevelt non ne può più, vorrebbe prenderlo a cazzotti, dalla sua carrozzina di disabile vigoroso. 

Ci sono altre storie, ma basta per il momento. Vale solo la pena ricordare che nel 1933l’inaugurazione del nuovo presidente avviene il 4 marzo, come si è sempre usato, e non il 20 gennaio come si usa oggi. E’ l’ultima volta, perché proprio in quell’anno è adottato l’emendamento alla Costituzione che anticipa la data. I tempi lunghi previsti dai costituenti settecenteschi hanno a che fare con carrozze e cavalli in un paese enorme, senza strade decenti e senza i pressanti impegni della modernità. Verso la metà del Novecento tutto è cambiato, i quasi quattro mesi della vecchia transizione diventano troppi. E’ probabile che ormai siano troppi anche i due mesi e mezzo della versione accorciata. Certo lo sembrano in queste settimane, in attesa che, da quel rumoroso loser che è, e che dolorosamente sa di essere, Trump lasci infine il posto all’implacabile pacata vecchiezza di Joe Biden.

Un’attesa infinita, sembra proprio. Segnata da scadenze procedurali che, per i più, spuntano dal nulla come ostacoli imprevisti nella nebbia, prove eroiche da superare una a una. Come le dodici fatiche di Ercole, i tre enigmi di Turandot, Amore e Psiche, Baba-Jaga.

Ringrazio la società Dante Alighieri di La Spezia e la giuria presieduta da Filippo Paganini per avermi assegnato (insieme a Enrica Salvatori, Alessandro Baracchini, e la Libreria Galleria Adel) uno dei premi Lunigiana-Cinque Terre 2020, via Skype, 18 dicembre 2020.

Categorie:presidenza

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3 risposte

  1. Scopro ora del suo blog!
    E’ un piacere leggerla!!

    "Mi piace"

Trackback

  1. Rassegna 04.01.21 | Stefano Ceccanti

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