Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

Perché gli europei sono così interessati alle questioni razziali americane?

Manifestazione-Roma-Black-Lives-Matter

Perché in queste settimane e mesi (ma già era accaduto in periodi precedenti, a cominciare almeno dagli anni Sessanta) molti europei sono così informati, appassionati e partecipi di ciò che accade nelle relazioni razziali americane, informati di incidenti, persone, analisi e storie come spesso non lo sono di cose analoghe di casa loro, appassionati e partecipi fino al punto di inscenare anch’essi manifestazioni di protesta? Cerca di dare qualche risposta Gary Younge, un giornalista britannico di discendenza African-Caribbean, noto in Italia per il libro Un altro giorno di morte in America (Add Editore, 2018). Lo fa con un articolo sul numero corrente della New York Review of Books che riassumo per sommi capi e in modo schematico, mettendo dei titoletti che sono miei e non dell’autore.

In primo luogo c’è il fattore centro/periferia di tipo imperiale. Molti europei (e i loro media) continuano a considerare gli Stati Uniti il centro di qualcosa, e quindi hanno molto interesse per ciò che vi accade, fin nei dettagli, un interesse non contraccambiato, che per loro l’Europa è un po’ periferia. Sappiamo tutto di loro, loro sanno poco di noi. E sappiamo tutto, naturalmente, sia delle loro virtù che dei vizi. Di questo privilegio imperiale, fra l’altro, godono in qualche modo anche la comunità afro-americana e i suoi problemi. “La Black America ha una autorità egemonica nella diaspora nera perché, per quanto sia marginalizzata all’interno degli Stati Uniti, ha una capacità di proiezione che nessun’altra minoranza nera può eguagliare”.

Poi c’è il fattore anti-imperialista. Per molti europei, in particolare progressisti, gli afro-americani rappresentano “una forza di redenzione” di certe immagini negative degli Stati Uniti. Sono la prova vivente che l’America può essere un’altra cosa, che c’è un’America buona che piace anche ai cosiddetti anti-americani, i quali non sono dunque così ideologicamente “anti” su tutto. I francesi del dopoguerra hanno quindi potuto denunciare la coca-colonizzazione culturale ma accogliere a braccia aperte Richard Wright e James Baldwin e il jazz. La sinistra ha potuto odiare Nixon (o Johnson) ma amare Martin e Malcolm e Muhammad Ali e il blues. I liberals hanno potuto svillaneggiare George W. Bush, e lasciamo perdere Trump, ma idolatrare Obama.

Che dire di un fattore esotico? La percezione dei neri americani sedimentata fra gli europei ha spesso avuto una componente “condiscendente o infantilizzante”, o “esotica”, che (questo lo dico io) l’ha resa attraente in un contesto poco attraente. Younge cita la riduzione all’esotico di Josephine Baker, potrei aggiungere di Louis Armstrong ma anche di figure invece aggressive e macho come i protagonisti di certo cinema Blacksploitation e di certa musica rap – riduzioni che potrebbero incappare piuttosto facilmente nelle critiche più feroci di “orientalismo”. Younge cita anche il culto mediatico e quasi fashionista di Angela Davis anni Settanta, “the militant Madonna with the Afro-look”.

Il fattore alibi è stato ed è importante. Occuparsi delle ingiustizie razziali americane è stato forse un facile alibi politico e intellettuale, un modo per ignorare quelle di casa? Scrive Tocqueville che “nessun africano è approdato liberamente sulle coste del Nuovo mondo”. Ma a portarli là, gli africani, e a tenerceli in catene, è stato il Vecchio mondo. L’Europa ha storie altrettanto dark delle storie americane, intrecciate con quelle. Con un’unica differenza, che “l’Europa ha praticato le forme più vergognose di  razzismo antinero – schiavitù, colonialismo, segregazione – al di fuori dei propri confini”. Lontano quindi. Younge cita dei simpatizzanti britannici del movimento per i diritti civili dimentichi di ciò che il loro governo faceva in Kenya.

E quindi il fattore senso di superiorità? “Questa amnesia selettiva del loro passato imperiale porta inevitabilmente molti bianchi europei ad avere un falso senso di superiorità verso gli Stati Uniti a proposito del razzismo”. Falso appunto, del tutto ingiustificato. In fin dei conti, dice Younge, i livelli di incarcerazione, disoccupazione, precarietà e povertà dei neri sono anche in Europa più alti di quelli dei bianchi. La disparità razziale nella mortalità da Covid-19 è, almeno in Gran Bretagna, paragonabile a quella americana. Di nuovo, con una differenza: “forse il razzismo qui è meno letale solo perché il continente non è segnato dalla cultura delle armi da fuoco degli Stati Uniti”.

C’è infine un possibile fattore di reale utilità, chissà. L’attenzione degli europei al razzismo americano non si basa su alcuna superiore autorità politica, sociale, morale. Tuttavia la sua esistenza può essere usata per spostare di rimbalzo lo sguardo sul razzismo interno ai loro paesi. “Ho visto in Europa molti casi di attivisti neri che cercano di trasformare a loro vantaggio la diffusa ossessione culturale del continente per gli Stati Uniti, al fine di educare il mondo politico sul razzismo che c’è sotto casa”. Con i bianchi non è così facile, conclude Yange, anche quelli liberali. “Pochi negano l’esistenza del razzismo nei loro paesi, ma molti cercano di spingerti ad ammettere che ‘è meglio qui che là’ – come se dovessimo essere contenti del razzismo che abbiamo”.

Gary Younge, What Black America Means to Europe, New York Review of Books, July 23, 2020, pp. 8-9.

Categories: Diritti civili, Americanismo

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