Short Cuts America: il blog di Arnaldo Testi

Politica e storia degli Stati Uniti

God Bless America, ovvero il canto di un immigrato ebreo che ringrazia Iddio di non essere in Europa nel 1938

 

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C’è chi vorrebbe farne l’inno nazionale ufficiale, al posto di The Star-Spangled Banner. E in effetti God Bless America è stata abbastanza ufficializzata nel pieno della Guerra fredda: quando il suo autore Irving Berlin, per il fatto di esserne il celebrato autore, ricevette dal presidente Eisenhower la Medaglia d’oro del Congresso. C’è chi la considera svergognatamente nazionalista: perché Dio dovrebbe benedire l’America e nessun altro paese? (Naturalmente tutti i veri inni nazionali reclamano la speciale o esclusiva attenzione di Dio.) E che dire della separazione fra stato e chiesa? E’ anche una specie di musak sciropposa e commerciale e kitsch, introduce spesso i grandi eventi sportivi. Il folksinger Woody Guthrie scrisse per reazione This Land is My Land che, nella versione originale, descrive un paese desolato e impoverito e si chiede alla fine se davvero “God blessed America for me”. Anche This Land is My Land è diventata, in versioni più soft, una sorta di inno nazionale alternativo – ma questa è un’altra storia, per un’altra volta.

La storia di cui parlo qui riguarda God Bless America come il canto di un immigrato ebreo che ringrazia Iddio di essere lì, in America, piuttosto che in Europa – nell’anno di grazia e disgrazia 1938.

Irving Berlin nacque infatti in Russia, nel 1888, in una famiglia di religione ebraica che, come moltissime allora, per fuggire dai pogrom emigrò nelle Americhe e si stabilì a New York, a Manhattan, nel Lower East Side. Si chiamava Israel Isidore Beilin (o Baline), suo padre era un cantore di sinagoga. Diventato songwriter con già parecchi successi alle spalle (Alexander’s Ragtime Band, del 1911, ne aveva fatto una star e, con il senno di poi, l’anticipatore della Jazz Age), Berlin compose una prima versione di God Bless America durante la Grande guerra, nel 1917. Ma non la usò, la mise da parte. La riprese più tardi, la modificò un poco e fece eseguire la versione definitiva, per la prima volta, l’11 Novembre 1938 – in occasione dell’anniversario dell’armistizio di vent’anni prima. La eseguì alla radio la cantante Kate Smith, che ne fece un hit istantaneo.

Un hit per “svegliare l’America”, ricordò più tardi Berlin.

La data è cruciale: la commemorazione della fine di una guerra, ma soprattutto il timore di una nuova guerra all’orizzonte. Berlin era appena tornato da un viaggio in Europa, e aveva visto l’Europa della crisi delle democrazie, della conferenza di Monaco, della Germania nazista che si annetteva l’Austria e un pezzo di Cecoslovacchia, che accelerava la politica anti-semita. E il 9 novembre 1938 era arrivata Kristallnacht, la terribile conferma.

I primi versi di God Bless America, quelli meno noti del preambolo, sono espliciti nel riferimento alle nubi tempestose che si addensano oltremare, e alla fortuna di vivere in un paese libero, e giusto. I versi più noti aggiungono: che Dio lo guidi, questo paese, a superare la notte che si annuncia. “Non è una canzone patriottica”, disse Berlin al New York Times nel 1940, “ma piuttosto una espressione di gratitudine per ciò che questo paese ha fatto per i suoi cittadini, per ciò che home significa davvero”. (E forse intendeva: non è patriottica nel senso canagliesco del termine.) La figlia di Berlin, Mary Ellin Barrett, commentò: il tema centrale è “la terra che io amo”, la terra che è “my home sweet home”,  è  una dichiarazione personale, un “grazie” a chi lo ha accolto, la canzone di un ragazzo immigrato che ce l’ha fatta.

“Dio benedica l’America” non vuol dire che l’America è il paese di Dio.

E’ piuttosto la ripetizione di un mantra popolare di sollievo che Irving Berlin diceva di aver sentito spesso dalla madre.

E’ il mantra di una madre ebrea immigrata contenta di essere lontana dai killing fields europei.

Questo è il testo completo, preambolo e tutto:

While the storm clouds gather far across the sea, / Let us swear allegiance to a land that’s free, / Let us all be grateful for a land so fair, / As we raise our voices in a solemn prayer.

God Bless America, /  Land that I love. / Stand beside her, and guide her / Through the night with a light from above. / From the mountains, to the prairies, / To the oceans, white with foam / God bless America, My home sweet home / God bless America, My home sweet home.

E qui, in questa clip da youtube, c’è la ricostruzione cinematografica della prima esecuzione alla radio, una ricostruzione fatta pochi anni dopo nel film This is the Army (1943, regia di Michael Curtiz, quello di Casablanca), basato a sua volta su un musical dello stesso Berlin. Kate Smith interpreta se stessa. Attenzione alle scene che scorrono durante la canzone, nella seconda parte del video.

(Spoiler: compare anche un giovane Ronald Reagan.)

Categories: Immigrazione, patriottismo, Storie

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